Ad un certo punto Anita, improvvisamente, inizia a prendersi cura del mio cazzo. Durante tutta l'operazione di disintossicazione il mio corpo aveva iniziato a rispondere. Il calore e la cura della pelle di Anita, il suo odore secco e dolce nello stesso tempo, le pieghe della carne, il colmo delle sue piccole mammelle, il mio cazzo lentamente aveva iniziato a provare quel misto di piacere e dolore che oggi è la mia versione dell'eccitamento. Lo avevo sentito indurirsi e inturgidirsi e mandare le fitte spiacevoli di questa operazione, i corpi cavernosi che – logorati dagli anni – procedevano e si ritraevano con un moto ondoso circolare. Con un breve movimento della testa avevo controllato e la realtà era diversa da quello che il corpo mi rimandava indietro.

Il mio cazzo si era indurito, ma restava semiabbandonato, come una proboscide tassidermizzata, una luna quantica che orbitava a pochi millimetri dalla pelle scura della coscia sinistra. L'erezione che sentivo dentro di me, miracolosa e sgradevole, era più mentale che effettiva e questa presa di coscienza mandava scariche in tutto il corpo che rendevano ancora più debole le imprese di quell'ammasso di vene là sotto. Sapevo – per esperienza – che quella condizione di faticosa deriva, quell'erezione che c'era e non c'era e che faticava per non finire sotto la linea dell'acqua, teneva la sua boccuccia cieca fuori per respirare e restare viva, ecco, quella cosa così improvvisata e maldestra era la miglior cosa che mi potesse succedere.

Se fosse andato avanti, in qualunque modo, il mio cazzo avrebbe sentito male, sarebbe andato in panico nel tentativo di non rimanere sommerso dalle sensazioni che il mio cervello, o chi per esso, gli stava scaricando addosso come una fiumana irragionevole di sollecitazioni e notifiche di piacere & godere & farsela addosso. Sarebbe venuto con un raglio di sofferenza brevissimo a cui sarebbero seguiti secondi & secondi in cui avrei perso la consistenza e il controllo di quella parte del mio corpo, semplicemente da lì non sarebbe più arrivato niente. Nessun feedback, solo una confusa massa di dati ingovernabile e insofferenza carnale. Pelle insensibile. Alla fine, una serie di taglietti rosso fuoco soto la pelle violacea della cappella, tra la carne stanca del filetto e il resto della meraviglia tecnologica del corpo di venerandi.

“Anita, lascia perdere” le dico. Lei non mi sta a sentire, ha una mano sotto ai miei testicoli, come per soppesarli. Con la seconda mano sta cercando di capire; scappella & preme & tira la base del mio cazzo, mentre con l'altra sposta & stringe i testicoli, come se stesse provando a risolvere un cubo di Rubik. “Anita. Privacy” le dico ancora. “Non siamo su un social network” aggiungo. Non ne esistono più. Anita non risponde subito, continua a maneggiare lì sotto e poi – senza guardarmi – mi spiega. “Ho già visto cazzi di questo tipo” dice. “C'è una combo” aggiunge giochicchiando ancora un po' e poi lascia andare tutto. Mi fissa, si porta le dita al naso e annusa. “Venerandi, sei un gran casino” dice alla fine e torna a guardare l'erezione storta del mio cazzo. “Non so mai come prenderti. Non ho ancora capito se ne vale la pena”.

Sospiro, “benvenuta nel club” le dico.

(dal capitolo xiv di “Ultimo romanzo”)