[cronache dalla scuola]

Una cosa che trovo urticante quando si parla di scuola (ma non solo) sono due, in realtà sto mentendo a me stesso, sono infinite. Infinite. Ma in questo pezzo volevo concentrarmi brevemente su due, soprattutto la seconda, che in realtà non riguarda nemmeno il mondo scuola ma quello giornalistico.

La prima è il refrain “questa cosa (legata a qualche fatto di cronaca, in genere) andrebbe insegnata a scuola”. Se io mi appuntassi tutte le cose che “andrebbero insegnate a scuola” che escono sui social in cinque o sei mesi, ecco avremmo scuole con lezioni di dieci minuti con centinaia di docenti che entrano ed escono come pazzi furiosi. Difficilmente il “cosa andrebbe insegnato” va a toccare altri ambiti formativi, non mi pare di aver mai letto di rendere obbligatoria questa o quella pratica all'interno delle attività sportive, per dire. O all'interno delle famiglie.

Per quanto possa risultare folle visto dall'esterno, non esiste nessuna educazione obbligatoria alla genitorialità, per fare un esempio urticante.

La seconda è legata al semplice concetto di causa-effetto. Quando si parla di scuola, ma non solo, si utilizzano studi – spesso letti distrattamente – scherzo, spesso non letti ma di cui si è letto qualche abstract, per fornire visioni del mondo deterministiche piuttosto elementari.

Ricordo quando lavoravo per quintadicopertina quante discussioni sul fatto che la lettura digitale potesse o non potesse essere utilizzata per studiare, dove venivo colpito con link a decine di ricerche che dimostravano che l'apprendimento su libri di testo cartacei era più efficace rispetto ai libri digitali. ERGO i libri di carta sono superiori agli ebook. All'epoca andai a leggermi cinque o sei di quelle ricerche per vedere cosa intendessero per “libro digitale”, su che formato, con che dispositivo, con quali caratteristiche hardware. tldr: non c'era nulla, il “libro digitale”, dalla descrizione trovata in più ricerche era un contenuto generico letto con un dispositivo generico. All'epoca rimasti basito, perché – per dire – leggere una pagina web su un tablet lcd low cost senza possibilità di annotare, e leggere un ebook su un dispositivo e-ink a 13 pollici con sistema di annotazione, penna dedicata e trecento punti per pollice, è il giorno e la notte.

Intendiamoci, quegli studi sono comunque importanti, mostrano la mancanza di percezione della resa “materiale” del digitale, trascurano in maniera grossolana l'interfaccia tra uomo e digitale perché – a ritroso – questa allucinazione appartiene al mondo scuola, anche per banali motivi economici. Ed è utile per capire che ancora oggi un dispositivo per la lettura digitale che superi il libro in termini di apprendimento potrebbe avere costi non sostenibili su larga scala.

Così quando oggi leggo studi sulla relazione tra inizio dell'uso del cellulare e perdita di “performance” INVALSI, prendo quei dati per quello che sono: dati. Dovrò incrociarli con altri, alcuni già embeddati nelle ricerche, come le condizioni di “svantaggio sociale” di chi li usa (e ritorniamo al primo punto), l'uso e il non uso didattico degli smartphone e quanto l'interfaccia che questi software che stiamo utilizzando (sì, Facebook è un software) produca effetti tossici in tutti noi che li utilizziamo. Evitare gli ergo che – mi immagino – il legislatore utilizzerà invece con il severo sorrisino sulle labbra.

Non perché il problema non esista: non sono un ingenuo. In classe vedo come lo smartphone diventi un “oggetto transizionale eterno”, il peluche che permette agli studenti di essere e non essere a scuola nello stesso tempo. Ma perché Strindberg già a metà ottocento insegnava che le cose non accadono mai per un solo motivo. Nel suo ingenuo determinismo comunque Strindberg vedeva che quello che siamo è determinato da tante concause che partecipano al fatto, all'accadimento. Solo che – sempre Strindberg annota – ogni persona dal fatto legge solo un filo, quello che gli è più vicino, quello che preferisce riconoscere, quello che gli conviene evidenziare.