cronache dalla scuola

[cronache dalla scuola]

Faccio di pomeriggio studio assistito e seguo questa ragazza di prima, di origine rumena, che scrive con grande difficoltà, fa un sacco di errori e ogni tanto si blocca, si imbambola per qualche minuto e poi riparte a scrivere e sta scrivendo un compito che le ha dato la professoressa di italiano, se potessi usare una macchina del tempo e andare nel passato, cosa cambieresti?

E lei scrive lì, parola per parola, vedo già degli errori che poi dovrò segnalarle e quando ha finito le chiedo, “posso leggere?” e lei mi fa uno di quei suoi stranissimi e spiazzanti sorrisi e mi dice “certo professore”, con un accento strano e io prendo il foglio e leggo.

E c'è scritto che se lei potesse andare indietro nel tempo e cambiare qualcosa lei non cambierebbe niente, ma spierebbe solo quello ha fatto nel passato, e non cambierebbe niente perché le cose brutte che le sono successe hanno fatto sì che lei sia quello che è, tanto quelle belle.

Lei è fatta di tutti i suoi sbagli e tutti i suoi pregi, in ugual misura. E non ne cancellerebbe nessuno.

“Cazzo” penso mentre leggo e la guardo e lei mi guarda con fare interrogativo. “Gran bel pensiero” dico. “Dove lo ha letto?” e lei si riprende il foglio e mi dice che l'ha pensato lei. “Se io tornassi indietro e correggessi tutti gli errori e gli sbagli, ora penserei che il mondo funziona sempre bene e sia tutto bello. Sarebbe un problema, non trova?” e di nuovo uno di quei sorrisi che guardano oltre me, oltre il muro della scuola, l'esterno dell'aria, non so dove ci sia poi la consistenza del pensiero umano.

[cronache dalla scuola]

Oggi sono andato a scuola un'ora prima e mi sono infilato nella mia quinta nell'ora di inglese perché ci eravamo messi d'accordo di fare lezione insieme. Così, anarchicamente.

Abbiamo aperto un articolo del New York Times che avevamo scelto dove si commentava il rapporto tra generation-z americana e la politica di Biden in medio oriente e abbiamo fatto due ore di lezione interamente in inglese.

Abbiamo fatto leggere i ragazzi, chiedere di riassumere quello che avevano letto, ascoltato le loro domande, fatto domande sulla percezione della guerra arabo israeliana che la loro generazione ha oggi in Italia.

Nonostante il mio inglese sia al limite del perseguibile legalmente, la cosa ha funzionato, la docente di inglese bontà sua inespressiva mentre parlavo. Alla fine ne è uscita una delle lezioni più efficaci degli ultimi mesi.

Poi, dopo, fuori ci siamo detti come sarebbe bello se fosse sempre così, lavorare assieme ai colleghi in classe invece di fare la turnazione entro io esci tu. Tipo gabinetto pubblico.

[Cronache dalla scuola]

ieri sera sto camminando per strada a Genova, non so se avete mai visto una via periferica di Genova la sera, è il tripudio della desolazione buia e grigia, e io cammino come in genere fanno i genovesi a Genova la sera nei quartieri periferici, assumendo la posa di ladri che stiano portando a casa il bottino, quando la persona che sta camminando dalla parte opposta mi vede, sterza, mi ferma.

“Oh prof, è lei?” mi chiede e – niente – è un mio ex studente, e nei minuti dopo mi dice che mi segue sempre su Instagram (❤) e io gli chiedo che sta facendo e lui mi racconta che sta facendo ingegneria biomedica, mi racconta dei gruppi di studio, delle difficoltà, dei suoi compagni, dei progetti per il futuro. E io ascolto tutto, mi immagino nei suoi panni, avere ancora tutto questo davanti così impalpabile, il gran casino della vita.

Stamattina cammino cercando di raggiungere il mio spacciatore di ramen locale per annegare nel dispiacere una lezione andata malissimo, un laboratorio che stavo facendo in cui mancavano pezzi, compiti non fatti, pressapochismo ed ero deluso non del fatto che il laboratorio fosse andato a ramengo, ma che io avessi cercato di raccogliere i cocci, di dirigere il lavoro anche se malfatto, quando invece – con il senno di poi – la cosa che avrei dovuto fare era fermare tutto e dire, ok, così non è lavorare. È andato tutto a bagno: perché? E invece ho sbagliato, ho cercato di tenere le cose assieme e ora cammino cercando di raggiungere lo spacciatore di ramen quando vedo che – piove sempre sul bagnato – è chiuso. C'è un biglietto con scritto solo “oggi chiuso”. Fine.

Comunque torno indietro e vado a mangiare in un posto di cui non dirò il nome, una cosa d'asporto, su cui dovrei fare un racconto a parte ma non voglio incasinarmi, sto cucinando, e incontro un altro ex studente. Della stessa classe. Mi saluta, mi racconta di lui, ora si è preso un anno in cui lavora come educatore con ragazzi difficili e dall'anno prossimo inizierà una scuola come formatore e educatore e io dico forte e gli chiedo un po' di cose, insomma, anche qua vedo i suoi occhi che cercano di vedere il futuro, li ammiro e ci lasciamo.

E io penso, ecco, questi erano tutti e due in informatica. Hanno fatto cinque anni di informatica e ora uno fa biomedicina e l'altro educatore e mi vengono in mente i rapporti eduscopio che mi ero studiato l'altro giorno dove si vede che il grosso degli studenti che noi formiamo e bolliamo con il nostro bel diploma, poi quel diploma non lo usano né per lavorare né per proseguire gli studi.

Mi ero fatto un conto spannometico che una classe ipotetica di venti studenti del tecnico, quelli che poi trovano un lavoro coerente con il titolo di studio sono tre. Quello che poi studiano qualcosa in linea con il titolo di studio, due. Cinque in tutto, su venti. Gli altri quindici prendono altre strade. Che – intendiamoci – è bellissimo, e meno male.

Ma il dubbio che questo sistema formale in cui li ingabbiamo per cinque anni a studiare qualcosa che il settantacinque per cento di loro non utilizzerà mai nella vita reale e che alcuni di loro portano stancamente fino in fondo solo per “non sprecare gli anni già passati” e “portare a casa un diploma che comunque serve”, ecco, il dubbio che questo sistema sprechi un sacco di risorse per automantenere il suo funzionamento, ecco il dubbio – dicevo – viene.

[cronache dalla scuola]

In quarta oggi proviamo a fare questo gioco di comitato che ho organizzato, rifacciamo dal vivo la prima giornata degli Stati Generali, Francia del millesettecento. È una attività che ho già fatto in passato con alterne fortune e la provo in una classe dove – in genere – è difficile trovare entusiasmo.

Sono stati divisi in gruppi, tre o quattro nel clero, tre o quattro nella nobiltà, il resto nel terzo stato, eccetto Luigi XVI e due funzionari che devono gestire la riunione degli stati generali, fare entrare nella sala del re i tre ordini, dare la parola per gli interventi eccetera.

La sala del re è la classe del cooperative learning.

Ogni studente la settimana scorsa si è preparato una scheda personaggio con un minimo background su chi dovrà interpretare e ogni ordine ha inviato via mail almeno una lettera per il cahiers de doléances che Luigi XVI ha letto a casa.

Io non faccio niente, assisto con la docente di sostegno. I funzionari allestiscono la sala, mettono i biglietti per indicare dove si siederà il clero, quelli per dove si siederanno i nobili e quelli per il terzo stato. La sedia comoda diventa il trono del re e piano piano fanno entrare tutti.

Luigi XVI fa un discorso, risponde alle lettere del cahiers de doléances e invita i tre ordini, separatamente a trovare una soluzione alla bancarotta dello stato francese, a presentarla di fronte agli altri e davanti al re. Ogni proposta si metterà ai voti e quella che otterrà più voti vincerà.

I tre gruppi discutono per venti minuti e alla fine il clero propone una sua soluzione, la nobiltà propone una sua soluzione e il terzo stato dice che si rifiuta di partecipare ai lavori finché non si voterà per testa invece che per ordine.

A quel punto il re ordina al terzo stato di andarsene, il terzo stato si rifiuta, minaccia il re. Luigi XVI allora delegittima gli Stati Generali e se ne va in un altra classe con il clero e la nobiltà: ma una parte della nobiltà e del clero decide di non seguire il re e di restare con il terzo stato che annuncia la nascita dell'assemblea costituente.

Ecco, per me vedere succedere queste cose, il terzo stato attorno a un tavolo discutere animatamente delle percentuali di rappresentanza di nobili e clero in un nascituro parlamento popolare, gli studenti che in genere stanno nella loro calma piatta animarsi per un dibattito irreale sulla nascita di una nuova costituzione francese, è stato qualcosa.

Qualcosa di fragile, ma illuminante.

Alla fine torna il re e – per farla breve – la rivoluzione viene sventata grazie ad un passaggio provvidenziale ad una monarchia costituzionale. Grosso applauso spontaneo al termine dell'attività e modulo google per autovalutazione.

Esco e vado in terza dove abbiamo iniziato ieri un laboratorio di scrittura creativa. Un racconto che – come Chichibio e la gru di Boccaccio – deve avere un elemento ironico, comico o inaspettato a fare da spannung.

Li porto tutti in aula informatica e iniziano a copiare sul computer quello che avevano scritto il giorno prima per poi continuarlo e ogni tanto uno mi chiama dicendo che loro hanno finito. Io mi avvicino, leggo.

“Era una mattina di giugno quando Marco mi chiama e mi dice di andare da lui”. Il racconto continua, estremamente stringato, elementi narrativi essenziali e un po' confusi.

Io leggo tutto e dico bravi. C'è una base per lavorare. Adesso trasformiamolo in racconto. Con il dito indico la parola “Marco”. Chi è questo Marco? Che voce ha al telefono quando ti chiama. Come si veste. Che rapporti ha con te. Prendete questo nome anonimo e trasformatelo in un personaggio.

Loro ascoltano tutto e poi si mettono lì e iniziano a editare, a cambiare quello che avevano scritto. Piano piano stanno scrivendo qualcosa che cambia.

Alla fine, gli faccio salvare tutto, condividere con il mio account, continueremo la settimana prossima. Torniamo in classe, ci sediamo, tutti prendono il libro di Paolo Nori, Bassotuba non c'è e nella mezz'ora successiva io declamo Nori, chiedo ogni tanto perché secondo loro Nori ha fatto questa scelta invece di quell'altra, insomma, si fanno le due. Escono.

Poi mi fermo con i colleghi, restiamo a discutere più di un'ora dei problemi dei ragazzi, di scelte didattiche, di cosa potrebbe o non potrebbe fare la scuola.

Quando esco, alle tre, pranzo saltato, penso che oggi non sono avanzato di una riga nella programmazione di inizio anno, ma sento come queste quattro ore siano di quelle che lasciano un piccolo, piccolo segno in una piccola piccola parte dei ragazzi che oggi erano in classe.

E che il mio lavoro è fatto di piccoli piccoli segni che spesso sembrano proprio invisibili.

[cronache dalla scuola]

Due ore in quinta, dove in questo primo quadrimestre non abbiamo usato voti, solo valutazioni. Ma essendo finito il quadrimestre ed essendoci gli scrutini i voti – lo avevo già detto – sarebbero stati messi.

Così ieri sera mi sono messo lì e ho fatto questa cosa barbarica di schiacciare tutto quello che abbiamo fatto in una cifra, cercando di tradurre quattro mesi di attività in un numero che va da uno a dieci. E gliel'ho mandato dicendo, cari ragazzi questa è una mia proposta di voto. Pensateci e domani in classe mi dite se vi sta bene o no.

E così oggi, uno a uno, mi hanno detto se erano d'accordo con me o no, e se no mi spiegavano il perché e alla fine mi dicevano che voto, secondo loro, avrei dovuto portare allo scrutinio del primo quadrimestre. Alcuni hanno accettato le insufficienze, altri hanno abbassato il loro voto, altri lo hanno alzato. E io mi sono segnato tutto e allo scrutinio porterò i loro voti.

Potrebbe essere però che l'esperienza delle valutazioni senza voto finirà qua. Uno degli studenti che all'inizio dell'anno aveva votato per non avere voti ha già detto che alla prossima votazione (dopo gli scrutini) voterà per il ritorno al voto perché così si è sentito un po' perso. Farò decidere a loro la settimana prossima, sarà comunque interessante.

Dopo passiamo a storia, parliamo dell'ascesa nazista e uno degli studenti mi chiede se secondo me potrebbe succedere una cosa del genere oggi e prima che io possa dire qualcosa gli risponde un altro studente, e poi un altro ancora e – insomma – dopo un po' io dico che spesso le leggi passano in maniera nascosta e gli cito l'esempio della legge contro la cancel culture oggi in discussione in parlamento, la prendo gliela faccio leggere e gli studenti dicono, ma è assurda.

In pratica nell'ora dopo parliamo di Dahl, di tradizioni create a posteriori, di cancel culture, di conservazione storica ed educazione e – niente – io faccio un po' da gestore ai loro interventi, dico anche qualche castroneria, cito la sparizione delle pistole in ET e alla fine suona la campanella e io penso, anche questa è fatta.

[cronache dalla scuola]

Ieri stavamo facendo la letteratura religiosa in Italia in una terza tecnico, leggo il cantico di San Francesco e poi – siccome li vedo un po' provati – rimando Jacopone da Todi e gli chiedo di scrivere loro una lode al creatore, mettendo le cose importanti della loro vita per cui vale la pena ringraziare dio, che ci credano o meno.

'Ma poi le legge?' chiede uno studente e io dico, beh, chiamo qualcuno di voi a leggere, e lo studente dice, ma allora perché non facciamo come quel video che ci ha fatto vedere? E io, che video? E lui, quello dei poeti che si sfidano nello slam. E io, bella idea.

Quindi oggi abbiamo fatto la prima manche di slam poetry in classe, quattro neo-poeti si sono sfidati, cinque studenti dal pubblico hanno dato i voti e uno studente ha tenuto la contabilità. Grandi applausi dal pubblico e l'emozione – mia – nel vedere anche gli studenti più silenziosi “salire sul palco” e mettersi a leggere testi anche intimi.

Lunedì prossimo seconda manche.

Poi vado in quarta scientifico soft, dico di prendere tutto e li porto in biblioteca. Sono già divisi in tre gruppi, ognuno ha un atto dell'Othello di Shakespeare. L'idea è che ogni gruppo prepari una semplice rappresentazione dell'atto che gli è stato assegnato. Possono tradire il testo, riassumere alcune parti, attualizzarlo, recitare a soggetto: sono liberi.

Due ore di tempo per imbastire il lavoro (un'ora già l'avevamo fatta), poi avranno ancora un'ora di prove in classe con un attore che verrà a dargli qualche indicazione e poi quindici giorni per finire autonomamente la rappresentazione. Giro tra i gruppi. Alcuni si mettono in cerchio, altri sui divani, altri attorno a un tavolo. Un gruppo fatica a funzionare, sono tanti e le scene sono diseguali. C'è anche tensione tra alcuni studenti. Non tutti si sentono chiamati in causa, si defilano. Lavorano comunque e alla fine tre studenti mi portano una prima rappresentazione della prima scena. Uno in particolare si vede che cerca di recitare, dà tono alla voce, ci crede.

Gli altri gruppi sembrano divertirsi di più. Mi chiedono i significati di questa o quella parola, provano pezzi del dramma, si danno consigli l'un l'altra. Ad un certo punto una ragazza scopre che il suo personaggio è sposato a un altro personaggio e dovrebbe baciare un suo compagno di classe. Risate.

Mentre giro e li vedo fare queste cose due cose si dibattono dentro di me: mezzo venerandi vede la dispersione, quelli che si defilano o cazzeggiano, pensa che in due ore di lezione frontale avrebbe portato avanti il programma, ha paura che i gruppi poi lasciati da soli non riescano ad arrivare ad un prodotto finito.

L'altro mezzo venerandi pensa che sia incredibile che dei ragazzini nel 2023 si mettano lì e si divertano con il teatro e con Shakespeare. Che c'è più Shakespeare in quegli ingenui primi tentativi di drammatizzarlo che nei florilegi del loro libro di testo letti in classe, seduti ai banchi. Che probabilmente qualcosa di quelle due ore non se lo dimenticheranno.

Un gruppo in particolare mi fa un intera scena con le voci impostate, lavorano tutti bene in gruppo, alla fine dentro di me penso 'me cojoni'.

Suona la campanella e potrei tornare a casa. Ma so che in un'aula il CNR sta facendo una sperimentazione di gaming interattivo collaborativo per le discipline di fisica e chimica e quindi vado e mi intrufolo e dopo un po' sono in un angolino con uno degli sviluppatori che mi fa vedere i loro progetti di gioco online, visione a 360 gradi, viaggi alla scoperta dei palazzi storici torinesi.

E prendo idee, succhio tutto quello che posso. Alla fine esco, sfinito come un fantasma, con tutti questi guazzabugli in testa.

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Ad un certo punto entro in terza, vado alla cattedra e li vedo un po' delusi e uno mi chiede, ma il poeta non viene? e io appoggio lo zaino e dico – viene viene – e loro mi chiedono quando? e io dico – adesso adesso – e loro chiedono ma a quest'ora o alla prossima? e io dico – questa questa – e poi mi trovo a dettare appunti sulla vita di Filippo Balestra che intanto via WhatsApp mi scrive – arrivo arrivo e poi infatti arriva, entra in classe e facciamo questa cosa che doveva durare un'oretta e ne è durate due orette

con Filippo che raccontava cosa significa oggi fare il poeta e i ragazzi che lo investivano di domande tipo, ma ci fai i soldi?, ma si becca a fare il poeta? chi è il tuo poeta preferito? ma c'è una poesia che rappresenta il tuo stile di vita? ma c'è un giorno che ti sei alzato e hai detto “poesia, basta”?

e Balestra scansava queste frecce che gli studenti gli lanciavano e diceva “ma certo!”, “insomma”, “ecco”, “davvero” ma anche “neoliberismo”, “scrivere: sempre e comunque” e infine “qualunque cosa”.

A metà per farlo riposare un attimo abbiamo fatto la tappa finale del nostro poetry slam di classe e i due studenti poeti si sono sfidati davanti a Filippo che li guardava e ridacchiava e pensava e alla fine le due poesie eran pure belle. E – insomma – due ore che non so gli studenti, ma Venerandi e Balestra per un po' se le ricorderanno, almeno io.

E poi.

E poi vado in quinta, dall'una alle due e dico, ok ragazzi oggi iniziamo a leggere Vogliamo tutto di Balestrini, avete il libro e uno studente si gratta la testa e in pratica, aveva letto male e aveva portato tutti i libri di italiano, i quaderni, perché aveva letto che “volevo tutti” i libri in classe. Ma non Vogliamo tutto. “Questa la scrivo su Facebook”, gli dico. Ride.

Gli do una copia che avevo in più e iniziamo a leggere Vogliamo tutto, e succede questa cosa un po' magica che per un'ora leggiamo Vogliamo tutto e inizio io e poi continua un'altro e ci passiamo il testimone per leggere e ogni tanto io mi fermo e spiego cosa è la DC e il PCI e la Cassa del Mezzogiorno, un po' loro mi fermano e fanno domande sugli scioperi, la sinistra, la mafia, il terrorismo.

E mentre leggiamo li sento un po' stupiti a dire cazzo, a a bestemmiare a entrare nel linguaggio di un proletario del suditalia incazzato, negli anni sessanta, e quando uno mi dice che dove Balestrini fa parlare il protagonista con le sue sgrammaticature sembra la stessa tecnica di Verga, io un po' mi commuovo. E penso che Vogliamo tutto sia perfetto per quel momento, che sia un libro che leggerlo in cerchio a voce alta funziona, anche se è difficilissimo da leggerlo perché mancano le virgole e le virgolette, penso sia un testo perfetto.

E – niente – fosse sempre così. In silenzio a leggere qualcosa di interessante e contemporaneo con gente intelligente e un po' curiosa, a sentire la poesia scritta oggi che rimbalza un po' per le pareti della scuola, le grida degli scioperi di cinquant'anni fa.

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Quindi in terza iniziamo a leggere Paolo Nori e già partiamo che non tutti gli studenti hanno il libro, e io dico come facciamo, e alla fine decido di partire lo stesso usando lo schermo per proiettare il testo per chi non ha il libro. E inizio a leggere la prima pagina, cerco di interpretare un po' il testo di Nori, sono anche un po' stanco, è la sesta ora.

E vedo che non sta funzionando, sento che c'è nervosismo, alcuni ridono altri si stanno distraendo e io pensavo che Nori doveva essere perfetto per loro, dovevano innamorarsi di Nori e invece questo amore non sta sbocciando per niente e io mi fermo un attimo e dico, vedete qua Nori scrive in un modo che se lo usaste voi in un tema io ve lo segnerei errore, ma lui lo fa apposta.

E qua uno studente alza la mano e dice, ma perché a me dà tre e invece Nori può farlo? E io cerco di spiegargli perché, ma un altro alza la mano e dice che non è convinto, dice che a scrivere così sono capaci tutti, e io sto per rispondere e un altro alza la mano e dice, come fa uno a sapere che Nori fa apposta e invece non sbaglia davvero e io mi giro e un altro ha già alzato la mano e dice ma scusi prof, a leggere un libro scritto come uno parla non c'è il rischio che poi la gente non migliora il suo italiano e intanto un altro ha alzato la mano e chiede, ma prof, non è che ha scelto questo libro per farci fare l'analisi grammaticale degli errori? E io cerco di dire, no, ragazzi Nori è bravo davvero, è la scuola bolognese, ha anche studiato russo, dategli fiducia e loro riprendono a leggere ma è una debacle: leggere dovrebbero leggere come Nori e invece leggono come leggono loro, quindi tutto un certo umorismo, tutto bolognese si perde, i pezzi che dovrebbero far ridere, non fanno ridere, i pezzi che dovrebbero essere di questo realismo un po' sognante non sono sognanti per niente e davanti all'ennesima cosa scritta male uno studente si ferma e mi dice, “scusi prof, ma “a me mi” proprio no”. E un altro studente gli urla dall'altra parte della classe “non capisci: è la scuola bolognese!“.

E io lì soffro come come se in quel momento fossi un pezzetto di Nori anche io, uno dei tanti horcrux di Nori sparsi nel mondo e vedo questa debacle noriana in terza e guardo l'orologio e cerco di trovare degli stratagemmi minimi per arrivare al suono della campanella senza che troppi cadaveri noriani cadano a terra, ritirare le truppe sconfitte e poi mettermi lì, nell'aula vuota del venerdì pomeriggio a pensare le strategie per il prossimo attacco.

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Preparando le schede per il gioco di comitato di mercoledì. L'idea è che ogni studente sia uno stato alle Nazioni Unite. Ha una scheda con su scritto quali sono stati i suoi rapporti con Israele e con il popolo palestinese. La scheda l'hanno fatta loro senza sapere a cosa servisse.

Ad ogni angolo della classe ci sarà un foglio che ipotizza un diverso possibile futuro per le relazioni israelo-palestinesi, dalla distruzione di Israele, a due paesi conviventi, a uno status quo, ad altre idee che potrebbero avere gli studenti. Qui avviene un caucus e gli studenti/stato possono girare fra i diversi angoli, discutere e scegliere quello che credono più in linea con il loro paese. Una volta scelta la propria linea di intervento devono redarre una proposta di risoluzione ONU per il futuro della Palestina. Trovare una soluzione. Tutte le risoluzioni saranno poi messe al voto, seguendo però le regole reali dell'ONU: gli stati con diritto di veto potranno esercitarlo. Funzionerà? Lo scoprirò dopodomani.

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Oggi dico che la settimana prossima inizieremo le interrogazioni di storia e che le faranno loro, divisi a coppie, il primo dovrà fare una introduzione alla domanda di almeno sessanta secondi, che dimostri che anche lui sa di cosa si sta parlando, e poi formulare la domanda vera e propria al compagno che dovrà dare la risposta e il primo compagno alla fine compilerà una griglia valutando le competenze dell'altro compagno.

E siccome siamo in tanti, metà della classe me la porto via in un'aula più piccola e l'altra metà lo faranno con la docente di sostegno. Così siamo un po' più intimi, meno casino. Io e la docente di sostegno staremo solo a controllare che le interrogazioni siano ben fatte in entrambi i gruppi. Noi non interrogheremo e non daremo voti.

Spiego tutto e alla fine uno studente mi chiede, “ma scusi, ma lei da dove viene che faceva queste interrogazioni così interessanti?”. E io lo guardo e gli rispondo, “ma guarda che io le interrogazioni così non le ho mica mai fatte”. Lui: stupito. “Ah, le sperimenta per la prima volta su di noi?”. “Eh sì”. “Siamo quindi le sue scimmie per i suoi esperimenti!”. “Eh sì”.

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Entro con i ragazzi di una quinta automazione che non conosco, uno dice a un compagno, capisci che perdiamo un'ora di ginnastica per 'sta attività con il prof di religione per sentire due ebrei che cazzo me ne frega, dice.

Dentro ci sono tutte le quinte, saremo un'ottantina di ragazzi e docenti e lo schermo è acceso, ci sediamo, c'è casino, e poi appaiono i due volti, sono due informatici che ci guardano da Tel Aviv, uno è ebreo, l'altro arabo israeliano. E sorridono, dicono che non hanno molto tempo, ma che risponderanno alle nostre domande. E parlano della guerra, di loro, di cosa sta succedendo, dei media e per quaranta minuti non vola una mosca. Anche quello che diceva che cazzo gliene fregava, un po' gliene fregava perché sta zitto anche lui.

L'arabo parla un italiano non perfetto ma si capisce, ogni tanto si scalda, ogni tanto chiede scusa se si è scaldato. Quando uno studente gli chiede, ma cosa fate ora che c'è la guerra, i due si guardano e dicono: “stiamo zitti”. Non c'è niente da scherzare, nessun argomento di cui parlare, c'è paura. Si sta zitti, si guarda cosa succede.

Uno gli chiede i bambini come vivono la cosa e i due nello schermo stanno zitti davvero, si guardano, ci mettono un po' a rispondere poi uno dice che i bambini hanno vissuto questa guerra da decenni, che i bambini che l'hanno vissuta poi sono cresciuti e spesso sono morti. Poi, come se si risvegliasse, dice “male”. Vivono male.

Poi dicono tante altre cose, parlano della Palestina, dei mass media, delle responsabilità occidentali, della polarizzazione, di politici che soffiano su questa guerra per farla diventare più grossa e sanguinosa, della sciagura della vendetta, dell'impotenza dell'Onu, della morte.

Poi suona la campanella, a Genova, loro ci salutano, lo sfondo del loro ufficio a Tel Aviv, il lavoro fermo, ruotano la telecamera, ci mostrano un palazzo, ma perché le vetrate sono tutte a pezzi chiede una studentessa.

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Avevo detto che in due classi sto provando questa cosa con le interrogazioni: dico a otto studenti di prepararsi per l'interrogazione di storia. Devono preparare sei domande sul programma fatto finora, poi il giorno dell'interrogazione si interrogano fra di loro usandone quattro dalla rosa delle sei.

Metà studenti lavorano senza di me, con la supervisione dei docenti di sostegno, metà me li porto via in un altra classe o in biblioteca. In questo modo, credo, si rafforza anche la figura del docente di sostegno come collaboratore della classe tutta.

Man mano che i ragazzi interrogano segnano su una griglia di valutazione la validità delle risposte del compagno, e i docenti fanno lo stesso. Alla fine, oggi, mi trovo in mano una “radiografia” di sedici interrogazioni fatte giovedì scorso, con qualcosa come quaranta descrittori incrociati per studente che trasformo in valutazioni descrittive e in terza – per ora – affiancate anche ad un voto numerico. Ne escono cose del tipo:

“Le conoscenze emerse durante l'interrogazione sono state essenziali per alcuni argomenti (i mercati medievali) e molto lacunose o assenti per altri (lo scisma d'Oriente e la guerra arabo palestinese). Il linguaggio tecnico utilizzato è stato generalmente impreciso e poco consapevole, così come le argomentazioni degli argomenti poco precise e incoerenti. Scarso l'aiuto al compagno nel porre le domande e aiutarlo nel capire gli sbagli. Per il recupero è necessario uno studio più approfondito degli argomenti visti in classe e iniziare un lavoro di aumento del vocabolario personale, per potersi aiutare nelle interrogazioni usando il termine giusto al momento giusto. Il voto 4,5” o “Le conoscenze emerse durante l'interrogazione sono state approfondite per tutti gli argomenti trattati (visione cristiana dell'occidente ed economia, gli Ottoni, lo scisma d'Oriente). Il linguaggio tecnico utilizzato è stato generalmente consapevole e preciso. Le analisi degli argomenti sono risultate notevolmente precise e coerenti. Le domande sono state poste in maniera attenta e collaborativa.

Non è necessario nessun recupero. Bravo. Se hai in mente qualche idea di ricerca da fare proponimela. Il voto 10”

Le interrogazioni mi pare facciano emergere la loro capacità di argomentare e le loro conoscenze, in maniera più tranquilla e meno nervosa rispetto alle interrogazioni tradizionali. Manca lo scavo tipico random che il docente fa per essere sicuro che lo studente sappia davvero tutto quello che è stato fatto, ma forse è un bene 😃

Nel fare le domande e nei tentativi di aiutare il compagno in difficoltà emergono anche aspetti di conoscenza e di sensibilità piuttosto importanti. A volte inaspettati.

Il lavoro con i docenti di sostegno è molto buono e permette di ottimizzare i tempi di interrogazione quando le classi sono molto numerose. Insomma, niente di rivoluzionario, ma un metodo che ha aspetti da tenere sotto controllo e altri interessanti.

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Vogliamo tutto di Balestrini lo stiamo leggendo in quinta, in pratica ci siamo già fatti fuori un terzo del libro. Credo che sta andando bene. Inizio a leggere io, poi dico che sono stanco, uno mi dà il cambio, poi un terzo dà il cambio al secondo e continuiamo così a leggere in silenzio per un'oretta e poi suona la campanella e ci salutiamo. Io ogni tanto interrompo, dico qualcosa di storia e poi riprendiamo. E stare lì in classe a sentire uno studente che legge il libro per me, un libro che non ho mai letto, è bello, è un momento che mi rilasso anche io. Facciamo letteratura. Anche perché Vogliamo tutto è un gran bel testo, sembra nato per essere letto in quinta, all'ultima ora, con me che ascolto.

Jack Frusciante l'abbiamo iniziato oggi in una quarta. È una classe che fatico a farli interessare alle cose che faccio. C'è qualcosa che non va. Ci provo eh, ma è difficile. Una fatica. E oggi mi sono confortato perché ho visto che non solo fatico io, ma anche Brizzi. Anche lui ha faticato. Mai letto Brizzi, gliel'ho detto, lo scopriamo assieme e ne abbiamo letto una decina di pagine e mi è anche piaciuto, Brizzi. Ci sono un sacco di cose anni novanta, ma mi è piaciuto. E ho anche pensato che ho fatto bene a non leggerlo negli anni novanta perché mi sarei incazzato, Brizzi. Ora invece ho 53 anni non me ne frega più niente, posso leggerlo, Brizzi.

Comunque lo leggiamo e non prende. Gli studenti seguono, un po', con entusiasmo zero. Si distraggono. Ogni tanto parlottano, tipo Francesco. Mi giro verso di lui e gli dico, Francesco e lui mi dice, eh. Gli dico se continui a parlare ora ti uccido, prendo il tuo cadavere e lo appendo fuori a un ramo, proprio davanti al parcheggio delle moto così tutti posteggiando vedono il tuo cadavere che penzola e se ci pensi dopo un po' il corpo inizierà a decomporsi e quindi perderai pezzi che finiranno anche sopra le moto e la cosa sarà spiacevole per tutti no? Francesco mi guarda e ridacchia. Non l'ho ucciso. Però poi dopo c'erano altri tre studenti che continuavano a parlottare e si capiva che non stavano ascoltando e io ho detto ma così no. Loro si sono fermati.

Ho detto leggere un libro con tre che parlano non mi diverto. Non mi diverto a leggere con tre che parlano. E io, ho detto, voglio divertirmi. A me piace divertirmi, no?

In terza ero teso perché era la seconda volta che dovevamo leggere Bassotuba non c'è e la prima volta era stata una debacle. Allora avevo paura e ho seguito un po' di consigli che mi avevano dato su Facebook e ho detto, oggi leggo io eh. E mi sono messo lì e ho letto per quaranta minuti Bassotuba non c'è.

E io credo di aver letto Bassotuba non c'è, da dio, con tutti i miei limiti del mio concepire dio e del mio leggere in pubblico. Ho cercato davvero di dare il massimo di Paolo Nori, penso che se in classe ci fosse stato Paolo Nori si sarebbe commosso da quanto ho letto bene Bassotuba non c'è, non credo che riuscirò mai a rileggerlo così bene e questo sarà un problema la settimana prossima. Anche perché c'è questa cosa che in rete ogni tanto leggo quelli che fanno le presentazioni che mettono le loro foto del loro intervento, tutti contenti dell'evento, del feedback del pubblico, ci sono le loro foto di loro che leggono, i ringraziamenti a chi ha partecipato, le foto di loro che vanno in treno e poi tornano in treno a casa.

Ecco, la scuola è come se avessi un evento speciale ogni giorno, ogni ora. Ogni volta ti presenti lì davanti a trenta persona e devi fare quel piccolo miracolo che si chiama comunicazione e devi farlo ogni volta con metodo, tenacia, improvvisazione, tecnica, culo. E non ci sono poi foto di te che parli, nessuno dopo ti dice che sei stato grande; suona la campanella e via, altro giro, altro gettone.

Comunque ho cercato di renderlo, ho fatto le voci, ho dato il massimo e loro, questa volta, se ne sono stati. Il novantasette per cento ha seguito in silenzio che è una media altissima.

A un certo punto però mi sono fermato, dopo aver letto il punto in cui Nori dice che ha sopra la testa delle voci che gli dicono, sei una merda, sei una merda e dico ok, ora mi fermo un attimo, chi se la sente di leggere questa parte qua, così vediamo anche di lavorare un po' sul fare sentire la propria voce e leggere in pubblico. Silenzio. Poi uno dice, se vuole provo io, e dico bravissimo, vieni, dai e lo faccio venire dalla cattedra e leggere quel pezzo alla classe. E lui lo legge normale, come fanno gli studenti, con la voce standard. E io allora gli dico, bene, ma ora riprovaci, come se fossi incazzato. Pensa che hai queste voci sopra la testa che ti dicono che sei una merda e tu sei incazzato e ci racconti questa cosa da incazzato.

E lui dice ok, e rilegge tutto come prima, con la voce standard. E io lo guardo e gli dico, ma scusa ma tu quando sei incazzato parli così? E lui mi dice sì, mi dice. Perché io non mi incazzo mai, dice. Io sono uno calmo, dice. E poi dice, che se proprio si incazza, si incazza per altre cose, mica per delle voci che gli dicono che è una merda, e io penso mi ha fregato.

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Come è andato il gioco di comitato? In alcuni punti al di sopra delle mie aspetttive, in altri sono emersi aspetti da perfezionare.

Una volta spiegate le regole, date le schede dei singoli stati e i “badge” da attaccarsi ai vestiti (o, come diversi hanno fatto, in fronte) è iniziata la parte caucus.

Il caucus è stato davvero piacevole da vedere: hanno iniziato a dividersi per linea politica e successivamente ad andare negli altri angoli per convincere altri stati a venire da loro e fare massa. I ragazzi interpretavano davvero il loro stato, cercando alleanze e discutendo animatamente sui possibili sviluppi politici delle risoluzioni. “Capisce prof., se io che sono la Russia mi alleo con la Cina, contrasto la politica statunitense nel medio oriente!”

Tra i momenti belli: quando hanno scoperto come funziona il Consiglio di sicurezza dell'ONU e hanno iniziato ad urlare che non era giusto, che non era democratico; quando i gruppi che non avevano nessuno stato membro permanente dell'ONU si rendevano conto di essere molto più deboli degli altri: “Ma se gli stati membri permanenti sono negli altri gruppi, metteranno il veto alla nostra risoluzione!” (così poi è andata); quando – arrivati alle votazioni – tre paesi che avevano lavorato alle risoluzioni non hanno potuto votare. Solo quindici paesi possono farlo, e loro erano 18.

Momenti più critici sono stati la scrittura delle risoluzioni, che è stata poco formale e un po' semplicistica. Su questo dovrò ritornare. E avrei dovuto mettere più regole per la parte di votazione, perché si è trasformata in un ennesimo momento di discussione, molto polarizzata. Al termine tutte e tre le risoluzioni non sono passate, due per mancanza di voti e una per il veto statunitense. A chiudere, un form di autovalutazione, in cui hanno valutato se stessi, il lavoro preparatorio fatto prima e quello in classe e l'attività in generale. Nessun voto numerico: con questa classe abbiamo fatto patto che fino al primo scrutinio non usiamo voti numerici.

Attività riuscitissima, comunque: per due ore hanno discusso di politica contemporanea, a volte scherzandoci sopra, a volte con molta pragmaticità. E mi sono reso conto che se avessi avuto tre ore, sarebbero andati avanti per tre ore. Certo: ha funzionato in quella classe dove mi sono sentito tranquillo nel proporla, perché ho visto che i ragazzi sono abbastanza collaborativi e intelligenti per farla. In altre classi non me la sarei sentita.

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Quindi sono in questa sala con tutte le quinte della nostra scuola e di un'altra scuola e davanti a loro c'è un partigiano. Vero, reale, novantotto anni che si mette lì e per quasi due ore snocciola ricordi, idee, collega i fatti che ha vissuto lui con l'attuale guerra a Gaza, con i femminicidi dell'altro ieri e i ragazzi per buona parte restano in silenzio assoluto a vedere questo pezzo del libro di storia che è ancora lì vivo a parlare di Mussolini, di nomi di amici suoi ammazzati dai fascisti, annegati, sparati in testa davanti alla porta di casa, di Calvino e dell'amore dello scrittore per il giardinaggio.

Poi finisce tutto e la mia quinta e un'altra di un collega restano nella sala, mettono le sedie in cerchio e noi continuiamo a leggere Vogliamo tutto di Balestrini, gli scioperi alla Fiat, mentre l'altra classe legge un romanzo ambientato negli anni del fascismo. “Prof, questo romanzo proprio non mi piace” mi confessa alla fine uno studente e io penso eh ci credo, ma intanto se non lo leggi qua con me non lo leggerai mai nel resto della tua vita.

Mezz'ora dopo siamo di nuovo a scuola, seduti, nel pomeriggio, su base volontaria, a vedere un film sui rapporti tra Israele e Palestina, sono rimasti una decina di studenti ma non mollano loro e non molliamo noi e penso che con tutto il male del mondo, anche questa è scuola.