In pratica viene questo genitore a colloquio e a un certo punto mi chiede se io sarò ancora docente di sua figlia e io dico, guardi non lo so, le cattedre dipendono da molti fattori, non siamo noi docenti a decidere. “Capisco” mi dice il genitore. “Perché – spiega – io la vorrei anche nel triennio.” Sto per dire, beh grazie, quando il genitore continua “perché lei non giudica i ragazzi”.
Resto un po' interdetto. “Beh, no – rispondo – io devo anche valutarli è il mio mestiere”. “Non ha capito” dice il genitore. “Lei non li giudica” ripete e mi spiega che il fratello maggiore del mio studente, anche lui, aveva fatto la stessa scuola della studentessa che ho io. E che erano stati cinque anni di ansia e pianto. Che il docente di italiano li pressava perché non leggevano, perché non scrivevano bene, perché non conoscevano poesie che tutti avrebbero dovuto conoscere. “Mio figlio tornava a casa ed era già a pezzi. Con lei invece, mia figlia torna a casa ed è rilassata. Studia con piacere, perché sa che lei non la fa sentire in colpa”.
Cerco di difendermi. “In realtà il mio obiettivo è che accrescano il loro vocabolario e che sappiano scrivere meglio possibile, che amino anche la letteratura, certo. Però penso anche – gli spiego – che io ho dei ragazzi che hanno scelto di fare informatica e scienze applicate. Non letteratura. Se fossero stati amanti della letteratura avrebbero scelto altre scuole. Non c'è niente di male a non amare la letteratura; semmai la mia è una sfida a fargli capire che scrivere e raccontare è una cosa affascinante”.
Mentre parlo – dicendo questa cosa che per me è piuttosto ragionevole – vedo il volto del genitore che si apre, si rasserena, sorride. “Le non sa quanto mi facciano piacere queste parole” dice. E io resto un po' sbalordito e timoroso di aver fatto un casino.