Quando i docenti si incontrano per i corridoi, nella sala docenti, quando si scrivono messaggi su WhatsApp o si mandano email difficilmente parlano di didattica o contenuti inerenti alla loro disciplina. In genere parlano dei ragazzi. Continuamente i docenti parlano dei ragazzi più di quanto i ragazzi possano pensare. Ragionano di loro, si lamentano per i tradimenti, per le disillusioni e – talvolta – mostrano entusiasmo, timido, per alcune cose che sono riuscite. Parlano del loro carattere, di come cambiano nel tempo, di come funzionino bene con altri simili a loro o si annullino, a seconda delle malformità dell'animo e della classe. Ne parlano con rabbia, a volte, con rammarico, con sarcasmo o con stupore. Con le parole cercano di tenerli sotto controllo, ma anche di capirli, di armonizzarli. Parlano delle loro famiglie, sussurrano i problemi più profondi, si chiedono come poter fare qualcosa. Ci sono voci di docenti che sono più forti, altre più sottili, alcune sono voci che tendono a costruire discorsi, altre a distruggerli, alcune voci sono più deboli ma anche più determinate. Alcune voci sono affettuose, altre fanno paura a sentirle. Tutte sono lì assieme, si impastano in un grosso mormorio che è una parte della scuola sconosciuta, forse la più interessante e lasciata a se stessa, alla volontà del singolo, all'inuizione, a una formazione spesso invisibile e inconsistente. Tra queste voci passa la storia degli studenti, la narrazione della loro partecipazione o della loro scomparsa. Quando suona l'ultima campanella, gli studenti escono con un frastuono standard, che non si sente nemmeno. Poi la struttura piomba in un crocicchio di voci lontano: sono quelle dei docenti che – abbandonate le classi – si incontrano, a coppie si sfogano, creano cappannelli, si salutano e non se ne vanno, si abbandonano, vanno a cercare qualcosa negli armadietti, continuano a parlare di quegli spettri incasinati che sono appena fuggiti, tengono viva la scuola finché anche questa si spegne nel preserale invernale.