Libertà individuale, proprietà e beni comuni

Esiste davvero soltanto una scelta tra capitalismo e statalismo?

Per molto tempo il dibattito economico e politico è stato rappresentato come un'alternativa quasi obbligata: da una parte la proprietà privata, il mercato e l'iniziativa individuale; dall'altra la proprietà collettiva e la gestione delle risorse da parte dello Stato.

Ma esiste una terza possibilità, meno conosciuta e forse più interessante: una società fondata sulla libertà individuale e sulla proprietà privata, nella quale alcune risorse fondamentali vengono però gestite come beni comuni dalle comunità che ne fanno uso.

Una delle studiose più importanti ad aver dimostrato che questo modello può funzionare nella realtà è stata l'economista e politologa Elinor Ostrom, premio Nobel per l'economia nel 2009.

Proprietà privata non significa sfruttamento illimitato

Il principio della proprietà privata è strettamente legato alla libertà individuale. Possedere una casa, un terreno, degli strumenti, un'impresa o dei risparmi significa avere una certa autonomia rispetto agli altri e, soprattutto, rispetto allo Stato.

Non è necessario rinunciare a questo principio per costruire una società più sostenibile.

Il problema nasce quando la proprietà viene interpretata esclusivamente come diritto di estrarre il massimo valore economico possibile da ciò che si possiede.

Un bosco può essere visto come una proprietà da cui ricavare legname. Ma può essere anche visto come un ecosistema, un paesaggio, una riserva d'acqua, un luogo per le generazioni future.

La domanda cambia:

“Quanto posso ricavare da questo bene?”

diventa:

“Come posso utilizzarlo senza distruggerne il valore nel tempo?”

La proprietà rimane, ma compare una seconda componente: la responsabilità.

Oltre la dicotomia Stato o mercato

È proprio qui che entra in gioco il concetto di commons, o beni comuni.

Una risorsa non deve necessariamente appartenere a un privato oppure essere controllata dallo Stato. Può essere gestita direttamente da una comunità attraverso regole condivise.

Ostrom studiò per decenni comunità che gestivano collettivamente risorse naturali come pascoli, foreste, sistemi di irrigazione e zone di pesca. Il suo lavoro dimostrò che, in determinate condizioni, le comunità possono sviluppare istituzioni efficaci per evitare il sovrasfruttamento delle risorse senza bisogno né della privatizzazione completa né del controllo centralizzato dello Stato.

È un'idea semplice ma radicale:

alcune cose possono essere né esclusivamente private né esclusivamente statali, ma appartenere alla responsabilità di una comunità.

Una società di individui sovrani

Questa visione non richiede di abolire il mercato.

Si può continuare a possedere una casa, acquistare un'automobile, creare un'impresa, commerciare, risparmiare, investire e diventare economicamente prosperi.

La differenza sta nel riconoscere che non tutto ciò che ha valore deve necessariamente essere trasformato in una merce.

Il territorio, l'acqua, la natura, alcuni spazi comuni e determinate risorse fondamentali possono essere sottratti alla logica della massimizzazione economica e amministrati secondo un principio diverso: preservare il capitale naturale e sociale da cui dipende la comunità.

Questo crea un equilibrio tra due esigenze apparentemente opposte:

libertà individuale → l'individuo mantiene proprietà, autonomia economica e capacità decisionale.

responsabilità collettiva → alcune risorse vengono amministrate pensando anche a chi verrà dopo di noi.

Non è comunismo. Non è statalismo. E non è nemmeno necessariamente un rifiuto del capitalismo.

È un tentativo di superare l'idea che il mercato debba essere l'unico criterio con cui decidere cosa ha valore.

Il problema della crescita

Una società industriale tende naturalmente a cercare maggiore produzione, maggiore efficienza e maggiore consumo.

Ma più ricchezza non significa automaticamente più benessere.

Una persona può lavorare sempre più ore per permettersi una casa più grande, un'automobile più costosa, dispositivi elettronici sempre nuovi e vacanze sempre più elaborate, e contemporaneamente avere meno tempo, meno libertà, meno contatto con la natura e più stress.

A quel punto è legittimo chiedersi:

stiamo aumentando la ricchezza o stiamo semplicemente aumentando la quantità di cose che dobbiamo produrre per mantenere un determinato stile di vita?

Il PIL misura l'attività economica. Non misura direttamente la libertà, il tempo trascorso con i propri figli, la qualità delle relazioni, la bellezza di un paesaggio, l'autonomia di una comunità o la possibilità di trascorrere un pomeriggio senza dover consumare qualcosa.

Una società può quindi diventare più ricca senza diventare necessariamente più felice o più libera.

Una possibile visione per una comunità sovrana

È anche da questa riflessione che può nascere l'idea di una Comunità di Individui Sovrani.

Una comunità nella quale la sovranità appartiene innanzitutto alla persona: ogni individuo mantiene la propria autonomia, i propri beni, il proprio lavoro, i propri risparmi e la libertà di scegliere come vivere.

Ma gli individui scelgono volontariamente di condividere alcune responsabilità e di preservare determinati beni comuni.

Un terreno comunitario potrebbe essere utilizzato per produrre cibo senza essere trasformato in una macchina per massimizzare il rendimento.

Un bosco potrebbe essere mantenuto come patrimonio naturale invece di essere sfruttato fino al limite della sua produttività.

Gli spazi comuni potrebbero essere progettati per favorire la vita sociale anziché per generare continuamente reddito.

La tecnologia potrebbe essere utilizzata per ridurre il lavoro necessario, non semplicemente per produrre ancora di più.

E la prosperità potrebbe essere misurata anche attraverso una domanda molto semplice:

quanto siamo liberi di vivere la vita che desideriamo?

La libertà come fine, non come mezzo per consumare

Forse il punto fondamentale è proprio questo.

Una società libera non dovrebbe avere come obiettivo quello di trasformare ogni individuo in un consumatore sempre più efficiente.

La libertà economica dovrebbe permettere alle persone di possedere, costruire, creare, risparmiare, scambiare e scegliere.

Ma la libertà dovrebbe anche comprendere il diritto di non partecipare continuamente alla corsa verso la massimizzazione.

Possiamo immaginare una società nella quale il progresso tecnologico permetta di lavorare meno, non necessariamente di produrre di più; nella quale la ricchezza permetta di avere più tempo, non soltanto più oggetti; nella quale la proprietà dia autonomia, ma comporti anche responsabilità.

Non si tratta quindi di scegliere tra individuo e comunità, né tra mercato e Stato.

Si tratta di costruire istituzioni nelle quali l'individuo possa rimanere sovrano senza essere costretto a vivere in un mondo dove ogni cosa, ogni spazio e ogni momento della vita deve necessariamente diventare una fonte di profitto.

Proprietà senza sfruttamento. Mercato senza dominio. Comunità senza statalismo. Libertà accompagnata dalla responsabilità.

Potrebbe essere questa una delle possibili direzioni per una società realmente orientata al benessere umano e alla libertà delle generazioni future.



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