CyberShiva

Shiva è una delle divinità principali nell'Induismo. Nell'Induismo ci sono migliaia di divinità, tra le principali ci sono quelle della Trimurti: Brahma, il Creatore Vishnu, il Conservatore Shiva, il Distruttore (o Trasformatore)

Anche se a noi occidentali questa religione può apparire molto lontana dal nostro modo di vedere le cose, in realtà il concetto che sta dietro la Trimurti è universale, e può quindi essere applicato ovunque e in ogni sistema.

Un'esempio pratico renderà più chiaro il concetto che ne sta dietro prima di qualsiasi spiegazione o approfondimento.

Immaginiamo una famiglia che ha bisogno di costruirsi una casa per iniziare una nuova vita in serenità; in questo caso nella costruzione di una casa laddove non c'è niente è una nuova Creazione, quindi la manifestazione di Brahma il Creatore. Negli anni e decenni successivi, la casa dovrà essere mantenuta, ampliata, migliorata insomma; bhè questa è opera di Vishnu il conservatore. Infine dopo molto tempo, forse secoli quella casa sarà talmente malmessa che non converrà più lavorare per mantenerla, perché magari piove dal tetto, ma anche se rifacciamo il tetto l'acqua entra comunque dalle finestre, il pavimento è rotto quindi passa l'umidità, l'intonaco cade e l'impianto idrico perde acqua e dovremmo fare delle nuove tracce per ripristinarlo; anche l'impianto elettrico non è più in grado di funzionare bene. A quel punto sarà più conveniente demolire tutto e ricominciare da capo; è qui che si manifesta Shiva!

Sintetizzando molto: La parola Trimurti deriva dal sanscrito e significa “tre forme” (tri = tre, murti = forma, incarnazione). Queste tre divinità simboleggiano il ciclo eterno dell'universo: 1. Creazione (opera di Brahma), 2. Conservazione (opera di Vishnu), 3. Distruzione e rinascita (opera di Shiva).

Anche la vita stessa se ci pensiamo è una Trimurti: Nasciamo, Cresciamo, Moriamo.

Possiamo applicare questo concetto base a ogni cosa, non dobbiamo essere induisti per capirlo!

Il motivo per cui io sono attratto da Shiva non saprei spiegarlo. Generalmente Shiva è un entità più maschile, mentre Brahma e Vishnu sono manifestazione più vicine alla femminilità (la donna crea la vita e alleva), ma definirmi adoratore di Shiva in quanto maschio sarebbe una banale generalizzazione sbagliata. Fatto sta che da sempre, fin da bambino, quando vedo qualcosa che proprio non funziona naturalmente penso che debba essere sostituito con qualcosa di nuovo ed efficiente.

Sia chiaro, solo quando qualcosa proprio mal funziona deve essere sostituita con qualcosa che invece funziona; ideologicamente infatti a me non piace per niente il consumismo, e trovo più sano un sistema dove le cose si fanno per durare ed essere riparate. Ma quando si arriva al punto che non c'è più niente da fare, bhè bisogna farsi coraggio e abbattere.

Scrivo questo articolo (Agosto 2025) rivolto agli utenti del fediverso, e in particolare dell'istanza @mastodon.uno.

Presumo che l'età media e mediana degli utenti che la frequentano sia alta; e onestamente l'ecosistema Criptovalute è più comprensibile alle nuove generazioni che a chi ha raggiunto un'età matura, per svariati motivi, ed uno dei motivi è il fatto che siano una tecnologia talmente dirompente da potenzialmente poter cambiare un'assetto socio-economico e un sistema finanziario di riferimento; e generalmente chi ha un'età matura non vuole!

Cercherò per quanto riesca ad usare un linguaggio comprensibile alla vecchia generazione. Quelli che vengono definiti boomer!

Le Criptovalute sono una grande innovazione nell'informatica e nell'economia (e finanza) grazie alla “proprietà digitale”.

Uno dei comandi più comuni nell'informatica è il copia e incolla. Utilissimo nella diffusione dei files, ma problematico per chi produce contenuti digitali come Libri, Musica, Films ecc.

Ora c'è un modo per rendere “ scarsi” prodotti digitali.

BITCOIN: Il fine ultimo è quello di essere moneta, o riserva di valore. Il fatto che non sia il miglior strumento per questo scopo oggi, non significa che non possa diventarlo.

Qual'è il valore sottostante a Bitcoin?

Darò una risposta più breve e coincisa possibile, perché si potrebbe scrivere un libro per rispondere:

Quando è nato Bitcoin non aveva valore perché nessuno lo conosceva. Nel tempo il suo valore è salito principalmente dal mercato, pura domanda e offerta. Oggi il suo valore sottostante è dato da vari elementi tra cui: valore dell'Energia, Potenza Computazionale, Domanda/Offerta, Geopolitica.

ETHEREUM: É molto più complesso spiegare cosa sia e a cosa serva in modo coinciso. Ci provo:

É un'infrastruttura dove poter far sviluppare cose! Ad oggi è la blockchain destinata allo sviluppo di una finanza digitale.

Vi si possono creare monete, “partecipazioni azionarie”, contratti vincolati, “ oggetti digitali unici o limitati”

É veramente difficile descrivere il potenziale di Ethereum in modo elementare!

Ethereum è un protocollo, e ETH è “la moneta” del protocollo; che ha un valore di mercato. In questo caso non centra l'energia, ma il suo valore è fortemente influenzato dal mercato. Chiunque può ottenere una rendita passiva possedendo ETH. Un po come una partecipazione azionaria che paga dividendi, tu quando vuoi incassi i dividenti, puoi convertirli in moneta spendibile o lasciarli in azioni aspettando una rivalutazione...

Non aggiungo altro per il momento. Non voglio scrivere un lungo articolo noioso che nessuno leggerebbe, ma lasciare un tocco di curiosità a chi non sapeva niente di questi ecosistemi, e se ne vale la pena approfondire in autonomia!

Commenta qua: https://mastodon.uno/@shiva/115105718452110012

Mai come in questo periodo storico le persone (il popolo) hanno avuto così tanto potere tra le mani. Il sistema democratico da potere alle persone che scelgono di riunirsi, associarsi e portare avanti idee e ideali. Gli strumenti che abbiamo a disposizione oggi giorno (internet in primis) semplificano esponenzialmente queste possibilità; ma le persone (la massa) sembrano non rendersene conto, perché addormentate dai reels divertenti, le stories degli altri e un sacco di stupidate inutili.

Sia chiaro, non tutti possono interessarsi sempre di tematiche importanti, e l'intrattenimento senza pensieri è un piacere come tanti altri...

In Italia, i giovani non vengono presi sul serio da troppo tempo. Se non hai almeno qualche capello bianco sei troppo giovane per poterti affidare responsabilità e ruoli importanti. Il risultato è che troppi adulti di oggi non mettono piú la propria energia a disposizione della società (della politica), perché tanto ci pensa qualc'un”altro.

Se le persone non si interessano a prendersi il potere per realizzare le proprie idee e i propri ideali; bhé chi controlla quel potere farà i propri interessi e non quelli delle persone.

Questo è un'invito a prendere consapevolezza che internet é uno strumento che da potere alle persone; il potere di riunirsi, di associarsi, di proporre, di discutere, di unire...

In democrazia fare numero significa avere voce in capitolo. Possiamo manifestare, protestare, boicottare, affissare slogan dislocati, trasmettere il pensiero, proporre referendum...

Su questa istanza non si postano foto di gattini (eccezion fatta per @ildisinformatico@mastodon.uno ;) o di vacanze o meme stupidi o gossip da quattro soldi.

Qui le persone si interessano ad argomenti concreti. Qui possiamo discutere di temi utili. Qui possiamo proporre idee.

Siamo solo 77000; ma va bene. Siamo una nicchia di persone noiose che vogliono discutere di cose noiose. E le buone idee che possono nascere da questa nicchia, possono essere rielaborate, migliorate e portate avanti da tutti noi (o da chi le sostiene)

Fare un #UnoSondaggio e magari ricevere 30000 voti; significherebbe avere 30000 persone che potenzialmente possono unirsi e fare qualcosa di concreto.

Esiste davvero soltanto una scelta tra capitalismo e statalismo?

Per molto tempo il dibattito economico e politico è stato rappresentato come un'alternativa quasi obbligata: da una parte la proprietà privata, il mercato e l'iniziativa individuale; dall'altra la proprietà collettiva e la gestione delle risorse da parte dello Stato.

Ma esiste una terza possibilità, meno conosciuta e forse più interessante: una società fondata sulla libertà individuale e sulla proprietà privata, nella quale alcune risorse fondamentali vengono però gestite come beni comuni dalle comunità che ne fanno uso.

Una delle studiose più importanti ad aver dimostrato che questo modello può funzionare nella realtà è stata l'economista e politologa Elinor Ostrom, premio Nobel per l'economia nel 2009.

Proprietà privata non significa sfruttamento illimitato

Il principio della proprietà privata è strettamente legato alla libertà individuale. Possedere una casa, un terreno, degli strumenti, un'impresa o dei risparmi significa avere una certa autonomia rispetto agli altri e, soprattutto, rispetto allo Stato.

Non è necessario rinunciare a questo principio per costruire una società più sostenibile.

Il problema nasce quando la proprietà viene interpretata esclusivamente come diritto di estrarre il massimo valore economico possibile da ciò che si possiede.

Un bosco può essere visto come una proprietà da cui ricavare legname. Ma può essere anche visto come un ecosistema, un paesaggio, una riserva d'acqua, un luogo per le generazioni future.

La domanda cambia:

“Quanto posso ricavare da questo bene?”

diventa:

“Come posso utilizzarlo senza distruggerne il valore nel tempo?”

La proprietà rimane, ma compare una seconda componente: la responsabilità.

Oltre la dicotomia Stato o mercato

È proprio qui che entra in gioco il concetto di commons, o beni comuni.

Una risorsa non deve necessariamente appartenere a un privato oppure essere controllata dallo Stato. Può essere gestita direttamente da una comunità attraverso regole condivise.

Ostrom studiò per decenni comunità che gestivano collettivamente risorse naturali come pascoli, foreste, sistemi di irrigazione e zone di pesca. Il suo lavoro dimostrò che, in determinate condizioni, le comunità possono sviluppare istituzioni efficaci per evitare il sovrasfruttamento delle risorse senza bisogno né della privatizzazione completa né del controllo centralizzato dello Stato.

È un'idea semplice ma radicale:

alcune cose possono essere né esclusivamente private né esclusivamente statali, ma appartenere alla responsabilità di una comunità.

Una società di individui sovrani

Questa visione non richiede di abolire il mercato.

Si può continuare a possedere una casa, acquistare un'automobile, creare un'impresa, commerciare, risparmiare, investire e diventare economicamente prosperi.

La differenza sta nel riconoscere che non tutto ciò che ha valore deve necessariamente essere trasformato in una merce.

Il territorio, l'acqua, la natura, alcuni spazi comuni e determinate risorse fondamentali possono essere sottratti alla logica della massimizzazione economica e amministrati secondo un principio diverso: preservare il capitale naturale e sociale da cui dipende la comunità.

Questo crea un equilibrio tra due esigenze apparentemente opposte:

libertà individuale → l'individuo mantiene proprietà, autonomia economica e capacità decisionale.

responsabilità collettiva → alcune risorse vengono amministrate pensando anche a chi verrà dopo di noi.

Non è comunismo. Non è statalismo. E non è nemmeno necessariamente un rifiuto del capitalismo.

È un tentativo di superare l'idea che il mercato debba essere l'unico criterio con cui decidere cosa ha valore.

Il problema della crescita

Una società industriale tende naturalmente a cercare maggiore produzione, maggiore efficienza e maggiore consumo.

Ma più ricchezza non significa automaticamente più benessere.

Una persona può lavorare sempre più ore per permettersi una casa più grande, un'automobile più costosa, dispositivi elettronici sempre nuovi e vacanze sempre più elaborate, e contemporaneamente avere meno tempo, meno libertà, meno contatto con la natura e più stress.

A quel punto è legittimo chiedersi:

stiamo aumentando la ricchezza o stiamo semplicemente aumentando la quantità di cose che dobbiamo produrre per mantenere un determinato stile di vita?

Il PIL misura l'attività economica. Non misura direttamente la libertà, il tempo trascorso con i propri figli, la qualità delle relazioni, la bellezza di un paesaggio, l'autonomia di una comunità o la possibilità di trascorrere un pomeriggio senza dover consumare qualcosa.

Una società può quindi diventare più ricca senza diventare necessariamente più felice o più libera.

Una possibile visione per una comunità sovrana

È anche da questa riflessione che può nascere l'idea di una Comunità di Individui Sovrani.

Una comunità nella quale la sovranità appartiene innanzitutto alla persona: ogni individuo mantiene la propria autonomia, i propri beni, il proprio lavoro, i propri risparmi e la libertà di scegliere come vivere.

Ma gli individui scelgono volontariamente di condividere alcune responsabilità e di preservare determinati beni comuni.

Un terreno comunitario potrebbe essere utilizzato per produrre cibo senza essere trasformato in una macchina per massimizzare il rendimento.

Un bosco potrebbe essere mantenuto come patrimonio naturale invece di essere sfruttato fino al limite della sua produttività.

Gli spazi comuni potrebbero essere progettati per favorire la vita sociale anziché per generare continuamente reddito.

La tecnologia potrebbe essere utilizzata per ridurre il lavoro necessario, non semplicemente per produrre ancora di più.

E la prosperità potrebbe essere misurata anche attraverso una domanda molto semplice:

quanto siamo liberi di vivere la vita che desideriamo?

La libertà come fine, non come mezzo per consumare

Forse il punto fondamentale è proprio questo.

Una società libera non dovrebbe avere come obiettivo quello di trasformare ogni individuo in un consumatore sempre più efficiente.

La libertà economica dovrebbe permettere alle persone di possedere, costruire, creare, risparmiare, scambiare e scegliere.

Ma la libertà dovrebbe anche comprendere il diritto di non partecipare continuamente alla corsa verso la massimizzazione.

Possiamo immaginare una società nella quale il progresso tecnologico permetta di lavorare meno, non necessariamente di produrre di più; nella quale la ricchezza permetta di avere più tempo, non soltanto più oggetti; nella quale la proprietà dia autonomia, ma comporti anche responsabilità.

Non si tratta quindi di scegliere tra individuo e comunità, né tra mercato e Stato.

Si tratta di costruire istituzioni nelle quali l'individuo possa rimanere sovrano senza essere costretto a vivere in un mondo dove ogni cosa, ogni spazio e ogni momento della vita deve necessariamente diventare una fonte di profitto.

Proprietà senza sfruttamento. Mercato senza dominio. Comunità senza statalismo. Libertà accompagnata dalla responsabilità.

Potrebbe essere questa una delle possibili direzioni per una società realmente orientata al benessere umano e alla libertà delle generazioni future.



—> commenta qui: https://mastodon.uno/@shiva/117082310270946563

L'intelligenza artificiale ha una caratteristica che nessuna scuola tradizionale ha mai avuto: può offrire un insegnante personale a ogni studente. Se un bambino non capisce le frazioni, l'IA può spiegarle in dieci modi diversi. Se un altro è molto avanti in matematica ma indietro in storia, può adattare il percorso in tempo reale. In teoria, questo potrebbe rendere l'apprendimento molto più efficace rispetto a una classe di 25 studenti che seguono tutti la stessa lezione.

Inoltre, l'IA può:

  • rispondere a domande in qualsiasi momento;
  • simulare esperimenti scientifici;
  • insegnare lingue conversando;
  • creare esercizi personalizzati;
  • valutare i progressi continuamente.

Da questo punto di vista, potrebbe sostituire gran parte della funzione “didattica” della scuola.

Chiaramente la scuola non serve solo a trasmettere conoscenze; serve anche a far vivere esperienze sociali. I bambini imparano a collaborare, a litigare, a fare pace, a parlare in pubblico, a confrontarsi con persone diverse. Queste competenze non sono acquisibili restando davanti ad uno schermo.

Personalmente troverei positivo un modello scolastico trasformato: meno scuola tradizionale e più apprendimento personalizzato. Potrebbero esistere centri dove ci si incontra per laboratori, sport, musica e attività di gruppo, mentre il resto dello studio puo benissimo avveire con il supporto di un'IA.

In uno scenario ancora più radicale, anche l'obbligo scolastico potrebbe trasformarsi. Lo Stato potrebbe non imporre più “devi andare in questa scuola”, ma piuttosto “devi dimostrare di aver raggiunto queste competenze”. Scuola pubblica, istruzione familiare, tutor umani o IA diventerebbero una scelta.

L'istruzione parentale è legale in molti paesi purché vengano rispettati determinati requisiti e vengano verificate le competenze. L'IA potrebbe rendere questa modalità molto più accessibile a molte famiglie.

Cosa potrebbe accadere nei prossimi 50 anni:

  • l'IA diventerà il principale strumento di insegnamento;
  • gli insegnanti assumeranno sempre più il ruolo di mentori e facilitatori;
  • le scuole saranno soprattutto luoghi di socializzazione, progetti pratici e attività di gruppo;
  • l'obbligo potrebbe spostarsi dalla frequenza scolastica al raggiungimento di determinate competenze.

Rischi associati:

Un'IA potrebbe essere programmata per presentare una certa versione della storia, della politica o della scienza. Oggi i programmi scolastici sono già oggetto di discussione, ma con milioni di tutor IA personalizzati la questione potrebbe diventare ancora più delicata. Se ogni persona imparasse attraverso un'IA diversa, chi controllerebbe cosa viene insegnato?


Commenta: https://mastodon.uno/@shiva/117157617532766553


Tra i Social Network aperti e indipendenti spiccano il protocollo Activity Pub e Nostr; senza spiegare i tecnicismi (per quello informatevi da soli!) elencherò semplicemente vantaggi e svantaggi secondo la mia modesta opinione dei due strumenti.

Mastodon

+ Community + Networking tematico – Autonomia – Libertà

Puoi registrarti ad istanze tematiche avendo così la sensazione e l' esperienza di far parte di una comunità con interessi comuni. Non mi piace il fatto che sei comunque ospite di in'istanza che potenzialmente puo buttarti fuori o silenziarti a sua indiscrezione; anche se è pure un suo punto forte: se siamo un' istanza di ambientalisti e inondi il feed di consumismo e prodotti usa e getta fanno bene a buttarti fuorí ;)

Nostr

+ Indipendenza + Libertà + Metodo di pagamento integrato – Possibilità di creare gruppi tematici

Non tutti ne hanno bisogno, ma hai molta piu sovranità sul tuo profilo, i contenuti sono tuoi e fintanto il sistema cresce ci sarà sempre un relay aperto per te (anche eventualmente pagando)


Conclusione: non ho bisogno di Nostr ma è molto potente

https://mastodon.uno/@shiva/117194964259662259


A Milano, come in altre grandi città europee, trovare una casa a un prezzo compatibile con il proprio reddito è diventato per molte persone un problema concreto. Gli studenti pagano cifre elevate anche per una stanza, i lavoratori faticano a sostenere un affitto senza sacrificare una parte sproporzionata dello stipendio e intere fasce della popolazione rischiano di essere espulse dai luoghi in cui studiano, lavorano e hanno costruito la propria vita.

Non è soltanto una questione di mercato immobiliare. È una questione sociale, economica e, in ultima analisi, politica.

Eppure, quando si discute di crisi abitativa, il dibattito tende spesso a concentrarsi su un bersaglio preciso: gli affitti brevi. Airbnb, le locazioni turistiche, gli appartamenti destinati ai visitatori vengono indicati come una delle principali cause della scarsità di abitazioni disponibili per i residenti. Da qui nascono proposte per limitarli, ridurli o renderli meno convenienti.

Il problema è che, anche quando queste misure possono avere una loro utilità in determinati contesti, non possono diventare il sostituto di una vera politica abitativa.

Il proprietario privato non è lo Stato

Un proprietario che possiede un appartamento deve poter scegliere, nel rispetto della legge, come utilizzarlo: affittarlo a lungo termine, destinarlo a locazione turistica, venderlo, tenerlo a disposizione della propria famiglia o investirvi in altro modo.

Questa libertà non dovrebbe essere considerata un ostacolo da rimuovere ogni volta che emerge una difficoltà sociale.

Se una città ha bisogno di più abitazioni accessibili, non è ragionevole pretendere che siano i singoli proprietari a farsi carico, attraverso limitazioni sempre più stringenti, di una responsabilità che appartiene principalmente alle istituzioni.

Il privato non è un ente pubblico. Non ha il compito di garantire il diritto all'abitazione, così come non ha il compito di risolvere autonomamente la disoccupazione, la povertà o la carenza di servizi sanitari.

Naturalmente, questo non significa che il mercato non abbia alcuna responsabilità o che ogni regolamentazione sia illegittima. Significa, piuttosto, che non si può costruire una politica sociale contando sul fatto che qualcun altro rinunci al proprio interesse privato per compensare l'assenza di un progetto pubblico.

Se una parte della popolazione non riesce più ad accedere ad un'abitazione dignitosa, lo Stato deve intervenire .

Il patrimonio abbandonato: una risorsa che spesso non vediamo

In molte città esistono edifici inutilizzati da anni: ex fabbriche, capannoni industriali, immobili commerciali falliti, strutture pubbliche dismesse, condomini degradati, edifici mai completati o aree che hanno perso la loro funzione originaria.

Non tutti questi immobili sono recuperabili. Alcuni possono essere pericolanti, inquinati, privi di infrastrutture adeguate o troppo costosi da trasformare. Ma proprio per questo servirebbe un lavoro sistematico di ricognizione.

Le istituzioni dovrebbero sapere:

  • quali immobili sono inutilizzati da anni;
  • chi ne è il proprietario;
  • in quali condizioni si trovano;
  • quali vincoli urbanistici o ambientali li riguardano;
  • quanto costerebbe recuperarli;
  • se possono essere trasformati in abitazioni, studentati o altri servizi;
  • se il recupero sarebbe economicamente e socialmente sostenibile.

Oggi, invece, spesso si discute di costruire nuove abitazioni senza aver prima affrontato in modo organico il patrimonio già esistente.

Prima di consumare nuovo suolo, dovremmo chiederci quanto spazio inutilizzato abbiamo già nelle nostre città.

Un'alternativa al degrado permanente

La proposta che immagino è semplice nel principio, ma richiederebbe una disciplina seria e rigorosa.

Quando un immobile privato rimane abbandonato per un periodo significativo e si trova in condizioni di degrado, l'ente pubblico dovrebbe poter avviare una procedura di verifica e recupero.

Il proprietario dovrebbe essere informato, avere la possibilità di presentare un progetto e disporre di un termine ragionevole per intervenire. Potrebbe scegliere di riqualificare l'immobile, venderlo, concederlo in locazione o collaborare con il Comune attraverso un progetto di interesse pubblico.

Ma se, dopo anni di abbandono, il proprietario non intende recuperare l'immobile, non lo utilizza e non accetta alcuna soluzione, dovrebbe esistere anche uno strumento pubblico di ultima istanza: l'espropriazione per pubblica utilità, con un indennizzo previsto dalla legge.

Non una requisizione arbitraria. Non un esproprio generalizzato. Non una punizione per chi possiede una casa.

Uno strumento circoscritto, applicabile soltanto in presenza di condizioni verificabili: abbandono prolungato, degrado significativo, interesse pubblico concreto, progetto di recupero sostenibile e garanzie procedurali per il proprietario.

L'obiettivo non sarebbe sottrarre ricchezza ai privati, ma restituire una funzione sociale a immobili che, altrimenti, continuerebbero a deteriorarsi mentre migliaia di persone cercano una casa.

“O lo recuperi, o lo recupera la collettività”

Il principio potrebbe essere formulato così:

«Un immobile non può essere considerato soltanto come un bene da conservare indefinitamente in stato di abbandono, quando il suo recupero risponde a un interesse pubblico concreto e verificabile.»

Questo non significa che ogni proprietà debba essere utilizzata secondo le preferenze dello Stato. Significa che, in casi eccezionali, la proprietà privata può essere sottoposta a un bilanciamento con l'interesse pubblico, come già avviene in diversi ordinamenti attraverso gli strumenti dell'espropriazione per pubblica utilità.

L'esproprio dovrebbe essere solo l'ultima fase di un percorso trasparente, non il punto di partenza.

Prima vengono la ricognizione, il dialogo, gli incentivi, i progetti di recupero e i termini per intervenire. Solo quando queste strade falliscono, e quando l'interesse pubblico è reale, si valuta l'acquisizione coattiva.

Case pubbliche, non semplicemente sussidi

Una volta recuperati, questi immobili potrebbero essere destinati a un patrimonio abitativo pubblico o a forme di edilizia sociale e convenzionata.

L'obiettivo non dovrebbe essere creare abitazioni gratuite indistintamente, ma offrire affitti accessibili e sostenibili, collegati alle condizioni economiche delle persone e al potere d'acquisto dei redditi locali.

Studenti, lavoratori, giovani coppie, famiglie e persone in difficoltà potrebbero accedere a queste abitazioni secondo criteri trasparenti, con priorità a chi risiede, studia o lavora nel territorio e dimostra un effettivo bisogno abitativo.

In questo quadro, la cittadinanza italiana può essere uno dei criteri previsti dalle politiche pubbliche, insieme alla residenza, alla contribuzione, alla situazione economica e alla stabilità del legame con il territorio. Ma il punto decisivo dovrebbe essere sempre la costruzione di un sistema abitativo pubblico capace di rispondere ai bisogni reali, senza trasformare la casa in uno strumento di contrapposizione permanente tra categorie di persone.

L'affitto pagato dagli inquilini contribuirebbe a coprire, nel tempo, i costi di recupero, manutenzione e gestione. Non sarebbe necessariamente un investimento speculativo, ma un investimento pubblico con una funzione economica e sociale.

Il ruolo dell'Europa e degli enti locali

Un progetto di questo tipo non dovrebbe dipendere soltanto dai Comuni, spesso privi delle risorse necessarie.

Servirebbe una collaborazione tra Comuni, Regioni, Stato e, dove possibile, istituzioni Europee. I fondi destinati alla rigenerazione urbana, all'efficienza energetica, al recupero del patrimonio edilizio e all'edilizia sociale potrebbero essere orientati anche verso questo obiettivo.

Non si tratta di immaginare un unico grande programma centralizzato, ma di creare un sistema coordinato di censimento, finanziamento e recupero, con criteri chiari e risultati misurabili.

Ogni progetto dovrebbe rispondere a domande precise:

  • Quante abitazioni verranno recuperate?
  • Quanto costerà ogni alloggio?
  • Quale sarà il canone?
  • Chi potrà accedervi?
  • Quali saranno i tempi di realizzazione?
  • Come verranno gestiti manutenzione e assegnazioni?

La trasparenza sarebbe essenziale. Un patrimonio pubblico inefficiente, lasciato nuovamente degradare o assegnato senza criteri, non risolverebbe il problema: lo sposterebbe soltanto.

Una proposta concreta da discutere

La mia idea, in sintesi, è questa:

  1. Censire il patrimonio inutilizzato. Creare un'anagrafe pubblica degli immobili abbandonati o gravemente degradati, con informazioni su proprietà, condizioni e potenziale di recupero.

  2. Valutare il recupero. Individuare gli immobili trasformabili in abitazioni, studentati o servizi, stimando costi, tempi e sostenibilità.

  3. Offrire ai proprietari un percorso. Prevedere incentivi, accordi, progetti di riqualificazione e termini ragionevoli per intervenire.

  4. Applicare strumenti di ultima istanza. Quando l'abbandono è prolungato, il degrado è significativo e l'interesse pubblico è concreto, consentire l'espropriazione per pubblica utilità secondo procedure rigorose e con indennizzo previsto dalla legge.

  5. Recuperare e destinare gli immobili. Trasformarli in abitazioni pubbliche, studentati o edilizia sociale, con canoni accessibili e criteri trasparenti.

  6. Misurare i risultati. Verificare quanti alloggi vengono creati, quanto costano e quante persone riescono effettivamente ad accedervi.

La crisi abitativa è una responsabilità collettiva. E se lo Stato ritiene che il mercato, da solo, non riesca a garantire un accesso dignitoso alla casa, allora deve assumersi la responsabilità di intervenire direttamente costruendo le condizioni perché quella crisi possa essere affrontata.

Non è una soluzione miracolosa. Non tutti gli immobili abbandonati possono diventare case, e non tutti i problemi abitativi dipendono dalla scarsità di edifici. Ma è una direzione concreta, che merita di essere discussa.

Vuoi contribuire alla conversazione? Puoi condividere la tua opinione, aggiungere un punto di vista o criticare le idee esposte nel post dedicato su Mastodon cloccando qui