C'è una cosa che facevo spesso da ragazzo quando abitavo a Genova. Partivo e passavo interi pomeriggi a farmi delle vasche per i negozi del centro. Andavo per librerie, nei remainder, nei negozi di dischi, in quelli di fumetti, nei centri di informatica. Giravo e guardavo tutto quello che poteva interessarmi, mi segnavo mentalmente i prezzi, le cose che avrei potuto avere, le cose che mi potevo permettere. Non compravo mai niente. Alla sera tornavo a casa frustrato e ripassavo mentalmente le cose che avevo visto.

La cosa si ripeteva per un po' di volte finché non identificavo le cose che davvero mi sarei preso. Allora uscivo e a colpo sicuro andavo di negozio in negozio comprando quello che avevo visto e toccato decine di volte. Il piacere era minore rispetto all'acquolina animale dell'acquisto compulsivo. Ma tanto era.

Oggi mi sono preso qualche ora per fare una cosa simile, ma – è passato del tempo. Girando per i negozi vedo, con più facilità, le cose per quello che sono. Ho difficoltà ad appassionarmi per qualcosa. C'è la rete poi. Penso che le cose che davvero mi interessano le ho già a casa. Sempre di più le cose che davvero mi interessano non si trovano nei negozi normali. Ho un filo di mal di testa.

Dal libraccio sono sceso al piano di sotto e sono stato a toccare un po' i libri di poesia. Ne hanno parecchi, ma la maggior parte dei poeti esposti sono morti. Le librerie, in alcune sezioni, sono popolate da opere di morti. Ho un po' guardato gli altri, pochi lì in mezzo. Le popstar della poesia contemporanea, molti non arriveranno al prossimo decennio. Ma mentre guardavo ho anche pensato, ecco, i miei libri di poesia qua non li esporranno mai. Ormai ho una certa esperienza. Vedo i gruppi, le cordate critico-poetiche. I miei libri di poesia, nelle librerie di poesia, non ci finiranno mai. Non era una cosa rancorosa, più un rammarico.

E ho pensato, non ci arriveranno mai i miei che non sono proprio l'ultimo degli stronzi, (sto a metà classifica), figurati gli altri. Figurati quanti altri libri di poesia stampati in Italia proprio ora, domani, ieri, quante migliaia di titoli di poesia non vedranno mai una libreria. Nelle librerie i morti, le popstar, e le copertine bianche che – talvolta – dopo che leggi la poesia, speri che sia come per le confezioni di cibo del supermercato: l'immagine ha il solo scopo di rappresentare il prodotto. Si spera che l'interno sia un po' più sostanzioso. Va bene, forse un po' di rancore c'è, ma immotivato. Trent'anni fa no, ma oggi penso che non mi sia stato negato niente che mi meritassi. Anzi.

Sono uscito senza comperare niente e i soldi li ho spesi tutti al supermercato. Per i cachi. Io amo i cachi, ed è un sentimento ricambiato. Li prendo, li lavo cercando di non sfaldarli, e poi con i denti faccio un foro nella pelle esterna. Poi – come una zecca – inizio a succhiare – letteralmente – il contenuto, la polpa dolce che mi entra in bocca come una specie di blob arancione, allucinato, materno. Alla fine mi resta la carogna flaccida della copertura che comunque mi mangio per ammortizzare il prezzo.

Come una zecca rossa. Sul web invece ci sono i poveracci di destra che gongolano per il video della ragazza che dice ai manifestanti parigini di non entrare a rubare in un supermercato, che rubare è contro la causa, ma quelli se ne fregano e rubano tutto. Lei ci rimane malissimo, si vede proprio la disillusione. I poveracci di destra gongolano, indicano con il dito, si inventano – tanto per cambiare- le cose, dicono che il negozio era suo, che ha votato la causa e la causa le ha vandalizzato il negozio. Fanno i meme. Gongolano.

Io guardando il video penso che il mondo faccia un po' meno schifo perché di persone illuse e fiduciose, come quella ragazza, ce ne sono tante. Persone che verrano disilluse, con dolore, ma dopo un po' continueranno a provarci e crederci. E tra la ragazza sbigottita e un po' fessa e i poveracci che gongolano, scelgo la prima, ma senza nemmeno pensarci due volte.