Diario

Diario

Se ci penso ho tutte le carte per poter vivere felice, guardatevi le mani, avete tutti, come me, le carte per poter vivere felici. Se mi sedessi e mi mettessi lì a pensare, avrei tutte le carte per poter vivere felice, ma – diciamocelo – chi vuole vivere felice?

C'è una scena interessante in Mars Express, quando la protagonista chiede a quello che sembrebbe il villain del film di interrompere il suo piano e quello dice che non può, che non è lui a decidere, e allora la protagonista chiede al villain di mostrargli chi è il vero cattivo e quello, sotto minaccia di essere ucciso, accetta e sullo sfondo di un enorme monitor appaiono decine e decine di persone nel mondo in videoconferenza. Il cattivo è distribuito nel mondo, come le cucce per i cani in una casa troppo grande.

Ho preso un disco di musica franco marocchina, i Bab 'L Bluz e lo sto ascoltando con ostico piacere. L'idea è quella di spezzare le sonorità a cui sono abituato in quanto occidentale e

Che fatica. Quando pulisco certe parti della casa sento odore di orina di gatto, e capisco di essere finito in qualche sacca temporale dove chissà quando Nanaki fa fatto pipì. Forse, ovviamente, non ne ho certezza. Alla fine non è questo la letteratura? Lasciare le proprie pisciate di gatto sparse per il mondo, in modo che continuino a mandare i nostri odori interni dopo che ci saremo tolti dalle palle. Eccellente penso. Alla fine faccio una pausa, mi collego a internet e giro, giro in un budello di roba orribile. Poi scrollo il mio profilo Facebook e penso che – no – un posto bello nel digitale esiste, dai. L'altro giorno ero in macchina in coda che ascoltato i Bab 'L Bluz e per non sprecare il tempo morto del traffico stavo per chiedere a terzogenita di riprendermi mentre tenevo questo dialogo con lei: – amore, sai perché io faccio quello che faccio? – no – perché sono esposto. La cultura è sotto continua esposizione, le radiazioni del cosmo ci colpiscono e ci fanno vedere colori, forme, ci danno un senso di distanza e una percezione del tempo che non esistono. Siamo immersi in una grande vaporizzazione. “Quello che è successo”, non è mai successo. Non in questi termini. Siamo macchinette parlanti, più le radiazioni ci bruciano la cultura, più ne produciamo, come macchinette addestrate. Fine del video, taglio e inserimento su Instagram. Non l'ho fatto perché terzogenita non stava bene, era arroccata nel suo sedile, guardava il cellulare. Già stavo sentendo musica franco marocchina, poveretta. Era un meta video, sprecato. Ogni cosa che non faccio è sprecata, in un certo senso. Il tempo è sprecato. Alla fine, va bene.

Oggi lo dicevo a un genitore, suo figlio durante le mie lezioni si alza, va al calorifero, torna indietro, va avanti, si siede per terra. Ma a me – ho continuato – in realtà non dà nessun fastidio, non c'è – voglio dire – nessuno studio che dica che stare seduti e composti si impari meglio, anzi. Per certi studenti stare seduti e composti è una tortura. Vero?

Ho tanti ricordi che mi porterò dietro, come una coperta.Tutta roba che non posso scrivere e che mi trascinerò dietro. Scrivere costa comunque del tempo, ci vuole un po' di lucidità che oggi non ho del tutto. Comunque, uno, io per terra seduto in non so quale aula dell'università di lettere, forse aula M, aula Mandela, non ricordo, forse invento, seduto per terra che assisto alle lezioni di non ricordo che materia, prendo appunti e mangio misto cinese mentre ascolto. Chipang mix. L'aula piena come un uovo, non ricordo che materia fosse. Mangio non so mai come mettere le gambe le allungo le ranicchio, con vicino qualche sventurata come me, prendo appunti e mi godo i miei vent'anni, penso di avere tutto il tempo davanti e in quel momento c'è davvero ancora tutto, o quasi.

Le sconfitte e i fallimenti insegnano sempre qualcosa, a me hanno insegnato che fallire è sgradevole. Fallire si porta dietro – non solo il proprio fallimento – che spesso è poca cosa, ma a cascata l'idea che quel fallimento si moltiplicherà in tutte le bocche e tutti gli occhi che ti hanno visto alzarti e provarci. A volte del fallimento pesa la sua ricaduta sociale. In realtà poi, vedere qualcuno fallire, fa bene a chi non è interessato dal fallimento. È terapeutico, tonifica. Se fallisci stai facendo del bene a un sacco di gente, psicologicamente parlando.

Invecchiando ho notato questa cosa, che spesso il fallimento è sgradevole ma talvolta meno della vittoria. Certe vittorie, a guardarle bene, sono più mancati fallimenti. Vinci, e il premio è un aumento dello stress, del carico di lavoro, della competizione. Vinci e rimani attonito, ancora carico di adrenalina a fissare un punto davanti a te, un futuro a temperatura di fusione.

Sul mio computer ci sono migliaia di foto che ho fatto, sono tutte di risoluzione diversa a seconda degli anni in cui le ho fatte, a seconda del livello tecnologico che in quel momento il mercato aveva raggiunto. Di queste migliaia di foto, quelle che ho fatto per inquadrare qualcosa e fermarlo nel tempo saranno una decina. Tutte le altre foto sono nate per comunicare, per condividere.

Sono foto disordinate, foto di oggetti, frammenti di qualche viaggio, visi dei miei figli che sorridono, che piangono, che mi abbracciano, che usano prodotti, che mangiano. Riaprire molti di quei file mi fa male: ci sono dentro le energie di quegli anni, ci sono dentro i fallimenti della mia vita nel momento in cui non sapevo ancora che sarebbero stati dei fallimenti. Molte, moltissime foto sono foto di cose che ho fatto per lavoro per raggiungere degli obiettivi che ho mancato o che ho raggiunto molto parzialmente. Se fossi una persona intelligente cancellerei tutta quella roba, quella massa di immagini che oggi possono solo farmi del male. Ma in mezzo ci sono anche piccole cose che invece non rivedrò mai più: un posto bello in cui ero stato e che ho completamente dimenticato. Un frammento della mia vita di cui sono fiero e che anche quello non esiste se non in quella manciata di bit.

Sono morte diverse persone che conoscevo negli ultimi anni, persone con cui avevo lavorato, che avevo conosciuto di persona o che non avevo mai visto nella mia vita reale. Ma che in qualche modo conoscevo. Ogni persona si lascia dietro migliaia di file, aggiornamenti di stato che dicono quello che pensano del mondo, di un gelato, di un ristorante, della guerra in mediooriente; sono ancora tutti lì accanto alla foto profilo, come se fossero ancora tutti vivi.

Questo sciame digitale sembra eterno ma in realtà è fragile. La sua riproducibilità tecnica vive accanto a un accumulo continuo di contenuti che si coprono gli uni sugli altri, una fiumana comunicativa che annichilisce il singolo elemento, possono tutti concorrere ad un addestramento degli algoritmi, ma sono file sempre più fragili e inutili man mano che ne arrivano altri migliaia e migliaia al secondo. Il singolo file svanisce, rimane – forse – il suo addestramento per generare altri migliaia e migliaia di file desunti, cosplayer di quell'impalpabile momento di vita originale.

Questi file sono appiccicati alla mia esistenza, una volta che questa non ci sarà più, anche quei file lentamente perderanno la loro forza e la loro identità. La loro riproducibilità tecnica è un'illusione: nessuno ha bisogno di conservarli e di farne copie di backup perché il processo di generazione di altri file è senza interruzione e non è sostenibile. Non ci riesco io, figurati dopo di me. Verranno divorati dagli algoritmi, presa la loro standardizzazione degli spazi, dei volti, dei vettori di movimenti, dei sorrisi, della forma degli oggetti, i vuoti e i pieni delle strutture. L'essere o non essere della luce. Verrano divorati e poi sputata la loro forma digitale, ormai improduttiva. Qualcosa o qualcuno li cancellerà. Una pulizia di un server, un incendio, un errore o la sistematica frantumazione degli oggetti digitali di cui l'upgrade continuo si nutre. La forma dei ricordi finirà vittima delll'obsolescenza del proprio formato.

Sono lì che cammino e mi imbatto nell'immaginazione, è una specie di spiaggia quella in cui cammino dove si sovrappongono passato e futuribile, quella forma particolare di futuro che non si è mai avverato ma avrebbe potuto. Immerse nella sabbia, come statue gigantesche di epoche remote, conchiglie dalle fatture sovraumane, le bocche auricolari aperte, le ciglia madreperlacee svirgolano quasi a palpitare: non è così rassicurante – dicono – la nostra voce?

A furia di cannibalizzarmi l'anima – rispondo – la realtà mi ha divorato il corpo. Non capiscono: se solo vedessero tutti i refusi che ho nella testa. Quando escono li ho già rimessi a posto, non tutti, ma una buona dose. Ho una dislessia emozionale, una discalculia che rende tutto l'universo a volte grosso come un calzino, a volte rende le coperte del mio letto tendaggi infiniti dove metto in scena spettacoli cosmici: guarda questa supernova che mi esplode tutt'intorno allo stomaco, la curiosa geometria delle mie gambe buttate al cielo aperto.

Forse ti chiederai perché sto mentendo: ebbene. Sappi che la verità che hai in bocca è oscena. Quando parli sputacchi brandelli di reale che rendono la mia immaginazione un orrore. Credimi se ti dico che la mia menzogna è un sano bisogno di sopravvivenza. Che fa bene anche a te vedere tutto questo frottolame messo in scena. Si chiama – tecnicamente – utopia. Ed è dell'utopia che di tanto in tanto, per qualche frammento di secondo, accade. Sbeng. Poi tutto ritorna come prima, ci si rende conto di essere animali bestie, preda di furori bestia, e ci si osserva con vergogna e rabbia, si ringhia per sentito dire.

Come la mia gatta che, cresciuta con la mia cagna, adesso ringhia come un cane quando passano i vicini fuori dalla porta. Così mia figlia – quando può – manda lo stesso odore mio o di qualche altro progenitore. Il Festival di Sanremo ci sarà, come ci sarà l'ennesima guerra, oggi il frastuono è ineludibile, ciao ciccia mi hai chiamato, come va, tutto è sfuocato, le luci dal ponte dell'autostrada, a scuola, per errore, si muore, a centinaia, a difesa del regime più brutale della storia, la comunicazione sociale sembra uno spezzatino di carne, terriccio, peli, acqua, la ricetta vincente per la carbonara, la morte in mondovisione con i disclaimer per gli adulti, clicca ma è un contenuto sensibile, morto ma sensibile, essere salvati da mostri imbrattati di storia, d'atronde i generazion z e oltre sono ormai abituati all'accesso a contenuti non omogeni dove il segno ha forza per se stesso senza essere una semplice trasposizione del suono, ... .– .–. .– .——. / .—. .. ..– .——. / ..–. .– –.–. .. .–.. . / –.–. —– ... .. .——. / .– — — .– –. ... .. .–. . / .. / –.–. —– –. .– – .. / ... .– .–.. – .– .–. . / – .–. .– / ..–. .–. .– — — . –. – .. / .. / –... .–. .– –. –.. . .–.. .–.. .. / –.. .. / – . —. ..– — . –. – .. / . / –. —– –.. ..– .–.. .. / . / ...– —– –.–. .. / –.–. .... . / .–. . ... – .– .–. .– –. –. —– / .–.. .– / ... —– – – —– —..— / ... –.–. .... .. —.. —.. .– – .. / ... ..– —. .–.. .. / .– –. –. .. —..— / –. . .–.. .–.. . / .—. .– .–. . – .. / –.. . .–.. .–.. . / .. –. ..–. .–. .– ... – .–. ..– – – ..– .–. . —..— / ... .. .——. / .– .–. .–. .. ...– —– / ..–. .. –. .. ... –.–. —– / –.. .. / ... –.–. .–. .. ...– . .–. . / ..– –. .– / –.–. —– ... .-

Farò errori chi non li fa. Sono a casa con una probabile influenza, mal di testa, nausea, scrivo quindi cose sbagliate. Perché Venerandi scrivi se stai male, intanto perché stare male è una condizione piuttosto frequente, e poi perché – se fo faceva D'Annunzio ad occhi chiusi sul letto d'ospedale, gli occhi fasciati – vuoi che non lo faccia io, scrivere è nella natura di questa cosa tecnologica che siamo, come respirare, provare ansia per il futuro, andare di corpo. Esplorare l'ignoto.

L'altro giorno ero sulla scala che pitturavo il soffitto e sentivo un podcast in cui una voce leggeva un brano di un romanzo che non ho mai letto, credo fosse Mattatoio numero cinque, e legge questo brano potentissimo dove l'autore immagine i bombardamenti che l'Europa stava subendo da parte degli alleati, se li immagina a rovescio, aerei che partono all'incontrario dall'Inghilterra, arrivano sulle grandi città europee distrutte, e con vapori e suoni risucchiano al loro interno le bombe che erano state sganciate, i palazzi risorgono, i corpi smembrati vengono curati e alla fine gli aerei all'incontrario tornano nelle loro città, le bombe vengono mandate in fabbriche dove donne le smantellano, riportano gli elementi minerari all'interno della terra da dove erano stati rimossi a tonnellate, una cosa del genere ma scritta molto bene e io – sulla scala – ero commosso, mi è venuto un groppo alla gola mentre pensavo, ecco, la tecnologia dovrebbe essere questo, ricostruire, curare, fortificare il pianeta. E invece – la beffa – di migliaia e miglaia di forze, energie, risorse occupate a produrre costosa tecnologia nata per distruggere, sventrare, recidere, detonare.
Speriamo i miei figli facciano meglio, pensavo, ma non so, le generazioni sono trasversali come la mia, c'è dentro di tutto, ci sono menzone su cui è costruito il potere occidentale, c'è lo spettro della morte che nessuno vuole vedere, il covid facci caso non c'è mai stato, c'è questa abitudine al benessere e al sogno del lusso che tramandiamo ai nostri figli come un desiderio virale collettivo.

Camminavo qualche giorno fa con Elettra e le dicevo che io non sono uno di quei genitori che dicono che i figli gli devono qualcosa in cambio per tutte le ore impegnate per loro, a farli crescere, a curarli, a seguirli, a preoccuparsi per le infinite cose che possono succedere nella vita. Perché, le spiegavo, nel momento in cui facevo quelle cose venivo immediatamente ripagato con punti esperienza, godimento sensoriale, appagamento e frustrazione. Insomma, quando se ne andranno siamo pari e patta, spero. Nuove generazioni e nuova tecnologia. C'è stata una discussione che ho fatto mesi fa con Andrea Inglese e che avrei voluto proseguire, ma basta, il mal di testa ora è importante, mi fermo qua. Anche D'Annnunzio mi immagino dormisse sul letto di ospedale. Sono a tavola con secondogenito e non so di cosa stiamo parlando e a un certo punto gli dico, “eh, ma sei esoso!”. Lui mi guarda. “Cosa sono?”. “Esoso”. Faccia di secondogenito mostra una ignoranza completa del termine

Mi è tornato il Tab XC con una nuova tastiera e sto scrivendo proprio per vedere se vengon fuori problemi immediati. Non mi faccio grandi illusioni, dopo la quinta tastiera capisci che la perfezione non è di questo mondo, come diceva: un atomo opaco di male. Oggi gli studenti mi hanno fatto notare che continuo a sbagliare. Dico il X Maggio, invece che X Agosto. Uno studente ha anche capito perché sbaglio: faccio una crasi tra il 5 maggio e il 10 agosto, esce fuori un 10 maggio che è anche pericolosamente vicino al 15 maggio, data finale di compilazione dell'omonimo documento. Questo per dire la confusione mentale che regna dentro la mia testa.

Quello che penso mi renda una figura atipica di insegnante ma più in generale di letterato, virgolettato, 'letterato' diciamo, è che non credo di essere un nerd della letteratura o dei libri. Non lo sono nemmeno dell'informatica, in senso stresso. Né della musica o dell'arte. Del teatro o del cinema. Tutte queste cose mi piacciono, fanno indubbiamente parte del mio dna, ma non sono un nerd, le vedo comunque da una certa distanza, con un sufficiente distacco. Mi interessano tutte per quello che mi è sufficiente per raggiungere lo scopo che mi sono prefissato, fosse solo anche il benessere personale o la sopravvivenza dello spirito.

Lo vedo con chi si appassiona a questo o quell'aspetto di cui riconosco il fascino o l'importanza, ma che tengo comunque a debita distanza.

Sono seduto a tavola con secondogenito e – non ricordo per qualche discorso che stavamo facendo – gli dico che è esoso. Lui si ferma. Mi fissa. “Esoso?” chiede. “Esoso”, confermo. La faccio breve: non ha idea di cosa significhi esoso.

Ecco, gli dico, ne stiamo discutendo anche su internet, gli dico, il fatto che le vostre generazioni hanno un vocabolario più limitato del mio. Secondogenito ridacchia sornione. “Più limitato ma più ampio” dice, e spiega che lui non sa cosa voglia dire “esoso”, ma ha un inglese migliore del mio. Ha il doppio, realtà, del mio vocabolario. Ed è vero. “Posso vivere senza il tuo «esoso»” chiosa.

E scrivo “chiosa” e so che anche questo termine non fa parte del suo vocabolario base, mentre ieri, quando cercavo di spiegargli che mi doveva comprare quelle palline di plastica che si usano per avvolgere le cose e spedirle lui mi ha ascoltato con pazienza e poi mi ha detto che – ok – mi avrebbe comprato del bubble wrap.

Ovviamente non tutti sono come i miei tregeniti, ma questo spostamento verso un italiano lessicamente più essenziale, meno letterario, più povero convive certamente con un arricchimento lessicale delle lingue forti della rete, non solo l'inglese, ma anche le comunicazioni non verbali e non basate sul segno, e questo spostamento è molto parzialmente individuato dalle indagini sul mondo scuola e i suoi abitanti.

Mi alzo, domenica mattina presto, continuo questa tradizione di svegliarmi che sono ancora stanco e dormirei ancora un po' ma la mia testa inizia a rotearmi dentro si porta appresso pensieri, ansie, fantasie, castelli di cartapesta e alluminio e dopo un po' capisco che di dormire ha bisogno il corpo ma la mente lavora contro, mi alzo.

Scendo al piano di sotto e Irene inizia a girarmi attorno. In genere quando lo fa è perché ha finito l'acqua e ha sete, ma questa volta la ciotola ha ancora acqua, quindi capisco che deve fare pipì. Piove, guardo fuori dalla porta finestra, la vallata ampia attraversata dalle bracciate grigie della pioggia mentre una luce bianca mostra i contorni seriali della Valbisagno. Irene inizia a girarmi attorno con più veemenza, ha capito che ho capito e con il linguaggio del corpo mi dice, apri, bastardo amato padrone, apri la porta finestra.

Apro la porta finestra e subito Irene corre verso sinistra. Nella casa vecchia, a sinistra, ci sono le scalette che portano alle fasce, due chilometri quadri di terreno dove Irene poteva bellamente fare la sua pipì. Ma qua, nella casa nuova, a sinistra c'è la fine del terrazzo, un caminetto, un terrazzino. Insomma, nessun posto lecito per fare pipì. Sporgo la testa dalla porta finestra per capire cosa voglia fare. Irene gira, non sa bene dove farla, annusa, gira, alla fine sale scomodamente sopra un vaso e inizia a a fatica a cercare una posizione per fare pipì.

“Ferma, pazza, mi ammazzi le piante!” dico e Irene mi ascolta, scende colpevole, rientra in casa, ma appena è dentro inizia di nuovo a girarmi attorno. Sospiro. Sono in pigiama, di uscire non se ne parla. Dalla porta finestra le indico le scalette che conducono sotto, alla fascia della casa nuova, un piccolo appezzamento di terreno, piccolo ma ampiamente sovradotato se rapportato alle capacità della vescica di Irene. “Vai là – le dico – scendi le scale”. Irene guarda me, guarda il mio dito, si agita, gira attorno. Niente.

Allora, lentamente, indosso la giacca viola di Elettra che è lì in cucina, mi metto a ciabatta le mie scarpe verdi da ginnastica, esco fuori nel terrazzo, sotto la pioggia, e vado fino alla scala che porta alla fascia di sotto. “Irene, vieni!” dico e questa volta la cana, rassicurata dalla mia presenza corre verso di me e – a un mio gesto – scende le scale e riscopre questa fascia a cui evidentemente non si è ancora abituata. Fa pipì.

Io aspetto sotto la pioggia, debole, la luce al neon della vallata che prende tutto il cielo, guardo il viola della giacca, il verde delle mie scarpe, il marrone in movimento del fiume Bisagno che porta la sua fiumana verso la foce e penso che un tempo una cosa del genere mi si sarebbe fissata nella memoria. Essere lì, voglio dire, in pigiama sotto la pioggia, a vedere la città che si frega gli occhi con le nocche, Irene che minziona lungamente, il senso del freddo e del caldo insieme. Invece oggi no. La capacità di memorizzare è più bassa. Gli occhi hanno perso diottrie, il sangue anche. Zeugma. Penso, allora che certe cose sono più liriche a pensare di averle fatte che a farle.

Forse certe cose sono più adatte a essere scritte che a essere vissute, penso. Guardo Irene che risale le scale felice, per quanto un cane possa essere felice. Rientro, scrivo.

Salve dottoressa sono Venerandi le scrivo perché volevo dirle che chatgpt non concorda sulla sua diagnosi. Lei mi ha scritto testualmente che i miei sintomi potrebbero essere ascrivibili a una seria sinusite. Sono compatibili, ha detto. Mi ha suggerito di andare a fare dei bagni termali, docce bollenti e insufflazioni con bicarbonato.

I sintomi di cui io le ho parlato sono di giramenti di testa, confusione, specie dopo piccoli sforzi, leggero stato di nausea, poco appetito, aumento degli acufeni, lanuggine ombelicale, tappamento delle orecchie nei momenti di tensione, dolori persistenti alla parte centrale della schiena, arrossamento prepuziale, sbucciatura delle nocche delle dita, calo generico della vista, assenza momentanea, inversione delle sillabe, spossatezza, mancanza di sonno o eccesso, frequenti mal di testa, schiacciamento dei suoni in frequenze, dolori premestruali, rigonfiamento dell'addome, digrignamento dei denti notturno, apnee, sogni ambientati in mondi con geometrie non euclidee, polluzioni non nottune, inversione delle trombe di eustachio con quelle di fallopio, stati di agitazione, insofferenza nei confronti del nemico e alluce valgo.

Chatgpt, anzi Gemini perché di Cahtgpt avevo finito i crediti della versione intelligente, mi ha scritto sei paginate di roba, ma il succo è qua: “Gran parte dei tuoi sintomi (confusione, acufeni, tappamento delle orecchie, apnee, digrignamento dei denti, spossatezza e sogni in mondi non euclidei) urla stress cronico e sovraccarico nervoso”.

Ecco, altro che sinusite. Urla. Stess cronico e sovraccarico nervoso. Da dove viene questo stress? E cosa potrei farci? L'ho chiesto sempre a Gemini che si è messo lì a pensare e poi mi ha detto “c'è una situazione specifica nella tua vita in questo momento—lavoro, relazioni, scadenze, cambiamenti imprevisti—che ti sta facendo sentire come se dovessi costantemente combattere contro un “nemico”? Vuoi che proviamo ad analizzarla insieme per capire come abbassare la guardia?“.

E poi ha aggiunto: “oppure vuoi passare subito alla risoluzione, che è molto più semplice di quello che tu possa pensare”. Io allora, nel silenzio della cucina gli ho detto, cavolo, passiamo subito alla risoluzione, cosa devo fare? Gemini si è messo lì a pensare a dopo un po' mi ha scritto che devo staccare, prendermi del tempo per me, ad esempio andando a fare dei bagni termali, docce bollenti e insufflazioni con bicarbonato.

Secondogenito mi sta aiutando a traslocare e preparare la casa nuova, e lo fa a modo suo, tipo io gli chiedo se può aiutarmi, lui mi guarda con il suo sguardo da gatto manga e mi chiede in cosa lo devo aiutare, io glielo spiego e lui – alla fine – mi guarda e mi chiede, con la sua voce dinoccolata: “ma è legale?”.

Tipo carichiamo il frigorifero in auto e – per vari motivi che hanno a che fare con la mia schiena – lo carichiamo dentro l'auto e non sopra, e io poi mi siedo al posto auto con un frigo pericolante addosso e secondogenito dal finestrino mi guarda e indica il frigo e mi chiede, “ma è legale?”.

“Se sopravvivo, sì” gli spiego e parto.

È morto Umberto Bossi, intendo del tutto. Non provo né gioia né dispiacere. Sono andato a cercare se avevo mai scritto qualcosa su Bossi e – sì – ci sono dei residui nella mia scrittura dove c'è Bossi, tipo una frase tipo: “umberto bossi che si accorge che quella roba bianca che gli esce dagli angoli della bocca non è bava”. Cose così, tre in tutto.

E non provo né dispiacere né gioia, solo l'impressione di averne un residuo in mezzo alle cose che ho scritto, come quando ti si macchia un muro che hai dipinto da poco, o trovi sul pavimento il residuo di uno scracchio di chissà quanti anni prima.

Eravamo giovani, facevamo satira su tutto. Forse pensavamo che quegli orrori sarebbero morti, invece hanno attecchito, contorcendosi si sono trasformati e sono ancora qua, e c'erano ancora prima e ci saranno anche dopo.

Facevamo satira pensando che fossero delle eccezioni, qualcosa di temporaneo, che quello che scrivevamo sarebbe un po' servito ad andare in una direzione diversa. Come i brufoli, ci mettevamo sopra quelle creme che non hanno mai fatto niente.

La nostra satira e quella dei nostri padri spirituali è servita a poco, si è trasformata man mano che si trasformavano i mostri. La nostra satira è un'appendice dell'orrore.

Non c'è come alzarsi la mattina, prendere il caffé leggendo le notizie del mondo con il proprio Macbook nuovo per sentire la mancanza del Tab XC che in questo momento è in Polonia. Son bastati sei mesi di uso quotidiano di un e-ink a colori a tredici pollici per farmi sentire ancora di più la pesantezza di uno schermo luminoso per tutto quello che riguarda la lettura, la scrittura, la navigazione e lo studio.

Di contro il Tab XC è in Polonia perché ha grossi problemi con le cover tastiere, Onyx gentilissima me ne ha già sostituite quattro e tutte e quattro non sono andate come avrebbero dovuto, tanto che – appunto – ora mi hanno chiesto di spedire tutto, anche il Tab. E mentre lo incartavo, il giorno prima anzi, mi sono reso conto della grande paura avverata: una venatura nel vetro. Non nello schermo, grazie al cielo, ma nel vetro.

Gli schermi e-ink sono ancora fragili e la riparazione del vetro, solo del vetro, costa qualcosa come 270 dollari. Questo per dire le sofferenze del povero elemento polvere all'interno dei meccanismi tecno capitalistici. Il desiderio, l'entusiamo per vedere le tecnologie evolversi e contorcersi come vermi, il fascino per la parte ancora ingnota di quello che andremo a fare.

Iera sera giocavo a un videogame trovato per caso su itch, dove una ricercatrice ad un certo punto parlava di questo grado zero della costruzione di una macchina, dove l'umano non ha più parte alla sua progettazione. Analizzando l'occhio della protagonista, un androide, la ricercatrice umana non capisce la tecnologia con cui è fatta e ne è ovviamente affascinata.

Ma in realtà volevo parlare delle cose a cui sono abbonato, non so perché ieri pensavo alle forme di abbonamento come – nello stesso tempo – qualcosa di arcaico (le comode “dispense settimanali”), dall'altro una moderna e intrusiva forma di spostamento del possesso del bene fisico, dove tutto, anche InDesign, non è più un prodotto ma una performance che dura finché paghi.

Ma non oggi.

Le cose a cui sono stato abbonato nella mia vita sono state diverse, ma non tantissime. La prima, non era un vero e proprio abbonamento, era una raccolta di fascicoli settimanali che hanno poi concorso, nel passare gli anni, alla formazione della Grande Enciclopedia della Fantascienza. Avevo dieci anni quando l'ho cominciata ed è ancora con me con tutti i suoi volumi carichi di racconti di fantascienza, saggi, immagini, foto, “materiale” che a volte leggevo a volte solo sfogliavo guardando le immagini. Immagazinavo senz'altro.

Lì lessi per la prima volta autori come Lovecraft, Harry Harrison, Johanna Russ, Heinlein, Sprague De Camp, Farmer, Zelanzy, Tiptree, Bradbury, Keyes, Dick, Vacca, Ursula Le Guin, Vance, Borges, Ballard e altri.

La seconda cosa che ricordo è stata invece una raccolta di volumi dei classici della narrativa della De Agostini. Lì ero qualche anno più grande e mi arrivavano nella cassetta della posta due libri ogni – mi pare – quindici giorni. Brossurati con copertine in finta (spero) pelle verde, rossa e marrone. Anche di quelli ne ho ancora molti, mi hanno seguito di casa in casa per decenni e alcuni li ho letti anche recentemente perché – da ragazzino – leggevo solo quello che mi ispirava, quindi ancora di tanto in tanto ne leggo uno. Non so però se mi seguiranno in questo ultimo trasloco.

Lì lessi Orwell, Strindberg, Poe, Kafka, Pavese, Le mille e una notte, Balzac, Boll, Tolstoj, Joyce, Voltaire e tanti altri. L'ultimo che ho letto, l'estate scorsa ancora, è stato Saul Bellow, per dire quanto abbia sfruttato la raccolta.

L'altro abbonamento è stato ai classici della musica classica, credo sempre De Agostini, quelle cose che uscivano in edicola con la cassetta settimanale. Immagino fine anni ottanta, inizio novanta. Le avevo prese tutte, ogni settimana ne usciva una o due, non ricordo bene. Anche qua tutta la musica classica dal Gregoriano fino a Berg, passando per tutto quello che c'è in mezzo e che io diligentemente mi sentivo mentre studiavo o facevo dell'altro perché, nella mia piccola mentalità borghese, era necessario che io sapessi riconoscere quella roba. Un centinaio di cassette che invece ho buttato via nel passaggio al cd, senza mai riuscire a riavere tutto quel materiale.

Poi, direi, il nulla. Ho seguito collane, come quella delle videocassette del cinema d'autore dell'Unità, o raccolte di dvd de Il prigioniero o di Zaffiro e Acciao, comperato decine e decine di riviste contenitore di fumetti, Mangazine, Corto Maltese, L'Eternauta, Akira, Nova Express, Cormic Art, Totem Comics, tutto negli anni novanta direi, i dvd forse inizi anni zero. Non si trattava però di abbonamenti veri e propri, l'idea dell'abbonamento era una cosa diversa.

Recentemente gli abbonamenti hanno parzialmente cambiato la loro natura, ne scrivevo stamattina. Oggi, 2026 sono abbonato ad alcune cose che non uso, Netflix o Prime video, sono abbonamenti fatti per altri membri della famiglia, come sono abbonato a Adobe per uno dei figli altrimenti per me potrebbero tutti finire nelle fiamme dell'inferno. Sono abbonamenti che non mi lasciano niente. L'unica cosa per cui ringrazio Netflix è aver cacciato i dollaroni per avere The Other Side Of The Wind di Welles, un mio idola fori, ma alla fine il film ce l'ha lei, non io. Questi sono abbonamenti saponetta, li usi e poi sgusciano via.

Nel 2026 ho fatto due abbonamenti diversi, uno a Peter Gabriel, uno a La fine del mondo. Questi sono diversi perché non sono servizi, sono abbonamenti a cose che poi mi restano. Nel primo caso mi scarico una parte importante della produzione musicale di Peter Gabriel che resterà con me anche quando l'abbonamento finirà. Il secondo è un abbonamento a una rivista di fumetti, anche quella spero che resti finché non muoio. Dopo temo che verrà tutto buttato via, forse lo spero, come quelle popolazioni che ogni tanto si vedono, mettono in piazza le cose più preziose che hanno e le distruggono.

Infine sono abbonato a Il Post e al New York Times. Da un po' di anni. Il secondo soprattutto è molto ricco e stimolante. Faticoso da leggere, da gestire con attenzione, ma mi ha aperto le prospettive asfittiche della stampa italiana.

Perché ho scritto tutta questa roba? Con tutte le cose che ho da fare. Non lo so. Perché ho una lingua nella testa e certe volte sono ossessionato da pensieri e penso che scrivendoli in qualche modo si annullino, trovino i loro confini, spesso risicati, e la smettano lì. A furia di scrivere la scrittura perde di energia, inizio navigando e alla fine sono allo stremo butto i fatti gli uni dopo gli altri senza nemmeno rileggere quello che sto scrivendo. Niente spannung, niente epilogo, semplicemente la musica finisce lì come certi pezzi di Steve Reich o di Battisti Panella.

Se il primo approccio con il digitale per me è stato nel 1983, con il mio primo home computer, il secondo scalino è stato il modem e la prima connessione tra il mio computer e altri computer sparsi per il mondo. Oggi la connessione è diventata talmente intrusiva che i nostri dispositivi ci identificano, noi siamo qualcuno perché il nostro dispositivo lo conferma, allo stato, ad Amazon, a Google.

La prima cosa che fa oggi un dispositivo appena nasce, è cercare una connessione, come un neonato apre la bocca per cercare l'aria. Subito mandiamo dati, veniamo geolocalizzati, mandiamo piantine dei nostri appartamenti a sconosciuti server cinesi, traccia dei nostri allenamenti, preferenze e gusti cinematografici, esondiamo informazioni su di noi per tenere viva una profilazione di cui non conosciamo gli esiti, nemmeno – in alcuni casi – chi la fa.

Questo cambio della natura della macchina da computazionale a sociale era già negli anni ottanta, cosa vi credete. Quanto tempo ho passato a chattare su QSD, a giocare su AMP, a seguire i giocatori connessi su Necro, a scrivere messaggi sulle BBS locali, Elios, e poi Fidonet e Usenet. Il tempo che passavo al computer per comunicare aumentava man mano che aumentavano le possibilità tecniche per farlo. L'ho fatto, per inciso, perché era qualcosa di nuovo e di irrinunciabile.

È complesso pensare a un ragazzo che vive in un paesino di Sant'Olcese, scollegato da ogni cosa, che di sera collega il suo Apple II alla rete telefonica SIP e gioca in rete con un MUD fantasy in Inghilterra, AMP. Non si ha idea – voglio dire – di quello che cambia nella testa del suddetto ragazzino. È un cambio di prospettiva nel considerare cosa sia la felicità, la solitudine, la patria, il territorio, l'immaginazione.

Quando sono scollegato, oggi nel 2026, lo sento. È qualcosa di palpabile. Uscire senza cellulare per errore, essere fuori campo. Di colpo è come se venisse recisa una parte di me. È nello stesso tempo un sentimento di castrazione, un canale comunicativo che si interrompe; e di libertà. Una specie di anarchia grossolana e primitiva. Sono fuori da ogni comunicazione, geolocalizzazione. Nessuna notifica del cazzo. Potrei morire, crollare sull'asfalto e nessun metadato verrebbe aggiornato. Sono fuori dal tempo e dalla storia.

Sono con mio padre nella mia stanza da letto con tutte le prese aperte e io seduto nel letto guardo mio padre che guarda sconsolato un foglio su cui ha disegnato la mia stanza da letto in tre dimensioni riempiendola di simboli che sono i fili elettrici che sbocciano e si nascondono nei muri. “Io – gli dico – quando reinventerò l'elettricità, la farò più semplice”. Mio padre alza la testa, si accorge che sono lì con lui. “Ma guarda che in genere l'elettricità è più semplice” mi dice. Torna a guardare il foglio.

“Non ho mai trovato un impianto elettrico così incasinato” continua, ma si ferma, come rircordando qualcosa di lontano. “Non è vero” si corregge. “Alla centrale nucleare di Caorso. Lì l'impianto elettrico era ancora più incasinato di questo. Abbiamo aperto i pannelli, non so chi ci avesse messo le mani, forse gli indiani. Inimmaginabile. Tu non hai idea Fabrizio. Comunque, dopo la centrale nucleare di Carso, viene senza dubbio la tua camera da letto. È al secondo posto”.

Io sospiro. Con un gesto lento accendo la luce e vedo che questa mia azione attiva anche le prese della corrente della stanza a cui ho attaccato il mio cellulare che vibra per un attimo, felice. Spengo la luce e il cellulare si rabbuia. “Piantala” dice mio padre. “Non ci stai aiutando” aggiunge. Torna a guardare il foglio, aggiunge delle sigle. Sospira. “Cazzo” dice dopo un po'. Sospiro.

Io voglio bene ai miei figli, voglio dire. Averli attorno è sempre una parte sorpresa, una parte affetto, una parte Campari, come il Negroni. Oggi ero in camera di secondogenito a correggere compiti perché nella casa nuova non ho ancora un tavolo per me e in cucina c'era il muratore che faceva delle rifiniture. Secondogenito era all'accademia. Tra un compito e l'altro mi è caduto l'occhio sulla sua libreria. In uno solo degli scaffali ci sono dei libri, in bella vista. Pochissimi.

Leggo i titoli: “Lo Strano Caso Del Dottor Jekyll e Del Signor Hyde”; “Doug, a DougDoug story” (un libro composto solo dalla parola 'Doug'); “La letteratura giapponese – La letteratura Coreana”; “L'arte della guerra”; “Educazione finanziaria”; “The Epic of Gilgamesh”; “La cucina imperiale austriaca”; “Five night at Freddy: The twisted ones”. Rimango affascinato da come, per secondogenito, L'arte della guerra di Sun Tzu, un saggio di “Educazione Finanziaria” e uno sulla “cucina imperiale austriaca”, qualunque cosa sia, possano essere tasselli di un unico puzzle culturale.

Più tardi a tavola c'è una discussione tra terzogenita e secondogenito su chi deve finire di fare la lavapiatti. “Oggi – dice secondogenito – tu sei stata a casa. Io sono andato a scuola, la lavapiatti sta a te”. Terzogenita, che – ah – nel frattempo è diventata una adolescente, non è d'accordo. “Non dobbiamo guardare solo oggi. Vuoi forse confrontare la moda delle ore in cui sono a scuola con la tua?”. Tossisco. “La 'moda'?” chiedo. Secondogenito fa un gesto vago nell'aria, “è tipo la media”. Terzogenita non è d'accordo, “non è la media, si tratta del numero che si presenta più frequentemente”. Annuisco, cammino all'indietro, mi siedo sul divano, loro vanno avanti a discutere, ridendo. Mi godo lo spettacolo.

(Primogenito nel frattempo mi ha mandato alcuni scatti dal secordo cortometraggio che sta girando. Mi sembrano molto belli, è ambientato nel mondo scout e i colori sono pastellosi, anche qua mi ricordano un po' Wes Anderson. Ma non so se posso condividerli, me li tengo per me).

(diario di stamattina: servizi di assistenza sinopolacchi, consumo, il fallimento del progetto scout, l'Iran a scuola, le cazzatone e molto altro, a gratis come al solito)

Mi hanno scritto dalla Cina che i polacchi hanno detto che il mio Tab XC sta bene ed è già stato rispedito indietro con una tastiera nuova. È la quinta. Da un lato è una buona notizia perché potrò tornare ad usare il mio tablet e-ink, dall'altro è una pessima notizia perché vuol dire – implicitamente – che le cover tastiera di Onyx hanno grossi problemi di elettronica e durano pochi mesi. Non hanno fatto menzione della venatura sul vetro che sarà lì ad aspettarmi. Spero non sia peggiorata.

Guardo fuori dalla finestra. Alzo le spalle, le abbasso, potrebbe essere il nono pezzo di broccato. Se penso a quello che succede ora nel mondo non è un grosso problema, ma è un peccato. Io ci metto sempre un sacco di entusiasmo, anche quando non ne ho molto. Finiranno anche tutte queste risorse naturali che tengo dentro al corpo. Dai dai Venerandi, potrebbe andare molto peggio. Andrà molto peggio, si va per fasi e per crisi.

Ho questo ricordo di un'attività scout fatta al porto antico, non ricordo assolutamente che evento fosse, per adulti comunque. Forse clan. Ci hanno diviso in piccoli gruppi e siamo andati ad ascoltare degli specialisti. Non ricordo in che campo. Comunque lì uno disse una cosa che sul momento mi folgorò, ero giovane e ingenuo. Un po' come adesso, ma di più.

In pratica il tipo disse che l'idea scout di fare progetti sulle persone, progetti di vita, progetto personale, progetto di catechesi, eccetera, era sbagliata. I progetti sono un archetipo umano, non reale. La vita, ci disse, non va avanti per progetti ma per processi. Lo scoutismo, secondo lui, ma in seconda battuta la vita di ogni persona dovrebbe essere strutturata per processi. I processi per loro natura sono solo parzialmente sotto il controllo umano, vivono per conto loro, possono modificarsi in corso d'opera, vengono influenzati da quello che abbiamo attorno. Soprattutto non sono lineari e progressivi, possono cortorcesi, tornare indietro, avere delle fasi ma anche delle crisi.

Chissà chi era, e chissà quanto di quello che ho tenuto qua dentro l'ha davvero detto lui, quanto ci ho aggiunto di mio nel corso degli anni. Ecco, pensare che non esista un progetto di Dio su di me, che non esistesse un progetto di vita sul quale strutturarmi, all'epoca, mi fece un gran bene. Non ero io lo strano che non lo vedevo, che – anzi – se mi guardavo dall'esterno vedevo un sacco di cose incongrue e contraddittorie, lontanissime da una pianificazione quinquennale della vita. Era che siamo fatti così e i progetti sono un – come posso definirlo – un oggetto transizionale della nostra esistenza, come quei peluche che lasci a tuo figlio quando lo lasci all'asilo nido per andare a ingrassare questo favoloso sistema capitalista che – per inciso – fallisce nel fare cover tastiere efficienti e vetri a prova di venatura.

Nel frattempo è sbucato il sole dalle colline di fronte, come vedete sto scrivendo in tempo reale. Ieri a scuola ho avuto due momenti carini, e due terribili. Racconterò solo quelli carini. In quinta ho finalmente lanciato il gioco che avevo comperato Radio Victory, che si è rivelato piuttosto funzionale. Non ci perdo troppo tempo sopra, il momento ideale per me è stato a metà quando i gruppi stavano giocando, interagendo, con partecipazione tale che se fossi uscito dall'aula non se ne sarebbe accorto nessuno. Per me quella è una cartina di tornasole che l'attività, almeno dal punto di vista della meccanica, non parlo dei contenuti, sta funzionando. I gruppi lavorano, giocano, interagiscono, apprendono, sbagliano, criticano e lo fanno perché il meccanismo sta funzionando non perché ci sia un maieuta che si mette in mezzo a tradurre la conoscenza in funzione oracolo. Cosa che anche io faccio spesso eh, ma preferisco quando si mettono in moto microstrutture “sociali” che lavorano in maniera autonoma.

Il secondo momento carino è stato quando ho deciso di parlare in seconda della guerra in Iran, da oracolo (dicendo anche una cazzatona a un certo punto che – grazie al cielo – uno studente ha corretto) (tipico degli oracoli è sparare cazzatone) (d'altronde i processi di questo vivono: entusiasmo, errori, cazzatoni, estasi e tormento) e mi sono reso conto che i materiali che avevo scelto per spiegare, ruffianissimi, avevano funzionato, che l'argomento evidentemente gli interessava tanto da avere l'attenzione del – la lancio lunga – del novanta per cento della classe, almeno fino a quattro minuti dal suono della campanella, che è un tempo infinitamente lungo per una seconda che non stai ricattando con il bastone della verifica o della gehenna degli scrutini.

Quelle cose che dici, ecco la scuola di queste cose dovrebbe parlare e tu ne parli e quindi puoi evitare di scriverlo su Facebook. Però poi lo scrivi lo stesso perché hai messo il te nei fornelli piccoli e ci sta mettendo un'infinità a bollire e tu – nel contempo – devi sbollire le notizie dall'universo sinopolacco.

Ieri abbiamo visto con la famiglia al completo l'ultima puntata dell'ultima stagione di Stranger Things, con il divertimento di essere ancora lì a vederlo a quasi dieci anni di distanza dalla prima volta e – massacrandolo – per la sciatteria con cui hanno prodotto una cosa del genere. Pensare i soldi bruciati faceva male, fotogramma dopo fotogramma. Altro che Henry e Vecna, l'orrore è Netflix.

Non so nel resto del mondo ma qua a Genova c'è un vento irreale, scuote casa mia, gli alberi, gli scooter, le tegole roteano come dischi rotanti in cerca di vegani da colpire. E – ho notato – è pieno di strani vermi neri, cammino da un po' di tempo e noto questi vermi neri, tranquilli, lenti, muoiono senza fare casino, ma continuano la loro strada, li ritrovo anche nei muri nelle scale non so da dove passino, qualcuno anche in casa.

Ad un certo punto ho pensato che li vedessi solo io, vivo in un mondo dove vermi neri attraversano il reale e lo coprono con il loro piccolo corpuscolo scuro. Per gli altri non esistono, sono alterazioni del mio occhio o della mia testa, come le macchiette che danzano quando guardo il vuoto della Valbisagno. Sarebbe un buon inizio di un romanzo secondario di Murakami.

Oggi dovrebbe arrivarmi il Tab XC, il mio piccolo, sarà un incontro gravido di paure e accuse reciproche. Ho già messo il cuore in pace e so già che la tastiera non funzionerà, che la venatura sarà peggiorata e sto pensando eventuali soluzioni, costruire io una cover tastiera, moddare l'esistente, fare una causa collettiva alla Cina, al capitalismo, alla gioia del consumo, alla tecnologia.

Ieri ho skippato tutti i messaggi di tema scolastico, era un'invasione di gente che sentiva il bisogno di creare traffico sull'ultimo episodio di cronaca, la dopamina delle notifiche e del chiacchiericcio. “Siete il Netflix dell'Istruzione” ho pensato. Vorrei dormire sotto un manto di acqua bollente, cristallina, una grotta sotterranea da cui si intravvede l'uscita, un cielo cilestrino, io sotto questo velo di mare vaporoso che mi lascio cuocere e penso e non penso e sogno e non sogno, io sono stato tutto quello di cui ho parlato, sono stato Proust, D'Annunzio, sono stato Svevo e Trevisan, Balestrini e Dante, tutto mi ha attraversato e ora – sotto l'acqua che mi muove nello spazio – restano delle macchie, dei bagliori attorno a me.

È tornato il Tab XC, come un angelo dal cielo, folgorato. Alla fine questa parte di me – materica – è un groviglio inestricabile di cose. Sono quello che sono stato, banale a dirsi, e sarò quello che sarò. Mi avvicinerò e mi allontanerò dal benessere come una movimento respiratorio. Tanti anni, decenni, ad allenarsi a fare cultura e sono ancora qua, di nascosto, a cercare spazzatura intellettuale da mettermi in bocca. Mastico frammenti di fiction, plancton di pornoscopie, ho gli occhi ancora pieni di caccole pulp. In fondo è dell'animale avere bisogno anche dello schifo.

Oggi ho finito di far vedere in quinta informatici Un chien andalou. MI guardavano con commiserazione, ma quella commiserazione che potrebbe, mi illudo, in uno o due di loro, tra qualche anno, rivelare cosa, rivelare una piccola brace rimasta lì sotto una coltre di cenere scolastica. Questo facciamo di importante, non il grosso travaso di conoscenze, che pure c'è eh, ma la piccola sottile pagliuzza ardente che resta lì nascosta a fare da nutrimento al corpo di questi mutanti che continuano a divorare per tutta la loro adolescenza e giovinezza. Se la dimenticheranno, o – meglio – penseranno che è lì per loro virtù. Che è vero, poi.

Fa male all'ego, ma quello che lasciamo in chi ci circonda è lì grazie a chi accetta piuttosto che a chi dà. Dovremmo ringraziare ogni volta che notiamo che qualcosa di noi è stato rubato da qualche nuova generazione, che una parte di questo tramestio ci sopravviverà a nostra insaputa. Il grosso di quello che resta di noi sulla terra ci resta sotto anonimato. Azioni, qualcosa che abbiamo detto, una frase che qualcuno ha colto al volo, una nostra idea, brutta, che declinata diversamente diventa qualcosa. Un gesto gratuito, qualcuno che ci vede da distante mille miglia e si prende, di noi, quello che gli serve e poi ci dimentica.

Entro in casa dei miei genitori, mi saluta mia madre inzia a parlarmi e io la seguo in cucina dove c'è la televisione accesa. Le cose sono così, collassano. Alzo la testa e vedo lo schermo, mia madre sta ancora parlando, e la sua voce si sovrappone alle immagini della tv dove il sonoro è abbassato, sembra quasi che la voce di mia madre venga direttamente dalla televisione. È una trasmissione di politica, mi pare, guardo meglio, ci sono delle persone vestite con vestiti che sembrano usciti dalla realpolitik degli anni sessanta, e in mezzo saltella il giornalista e lo riconosco, è Gianni Minà. Gianni Minà che sta parlando con la voce di mia madre e parla della prossima visita di controllo di mio padre.

“Mamma – dico – ma Gianni Minà non è morto?” e mentre lo chiedo indico lo schermo. Mia madre si gira, vede Minà e rimane in silenzio a fissarlo. Questa cosa di entrare in casa dei miei genitori e trovarmi con loro davanti, e la tv sintonizzata sul decennio in cui vivevo con loro, apre una specie di varco temporale, mi immagino per una frazione di secondo che lì dentro, nell'appartamento dei miei genitori, siano davvero ancora gli anni settanta, che loro – quando li hanno attraversati – ci siano rimasti in qualche modo impigliati e ora se li portino dietro a brandelli, sparsi per la casa.

Poi mia madre si rianima, all'improvviso, dice eh sì, ma non lo sai Fabrizio? c'è lo sciopero dei giornalisti, è da stamattina che non ci sono più i telegiornali. “Ah” dico. “E quindi hanno riesumato Minà?” chiedo con il mio solito sarcasmo preadolescenziale. Oggi, mentre camminavo per andare da Tecnomat, un grosso centro che non posso non associare a qualche malattia dove un ferramenta – a un certo punto – ha iniziato germinare per cellule, spore e mutazioni genetiche che hanno incarnito il negozio di ferramenta come Tetsuo in Akira, quando inzia a vedere esplodere il suo corpo che si moltiplica in organi e tessuti muscolari fino a diventare qualcosa di sproporzionato e orribile, una gigantesca massa di carne, così Tecnomat, è il bubbone ingigantito di un negozio di ferramenta di cui non rimane più nulla, ma forse era Kaneda, non ricordo se Tetsuo o Kaneda, uno dei due comunque, dicevo

mentre camminavo verso Tecnomat mi sono immaginato questa scena di io che viaggio nel tempo e vado a vedere Venerandi sedicenne nel circolo ARCI di Sant'Olcese, e mi sono immaginato cosa sarebbe potuto succedere, io che arrivo, da distante vedo il me stesso sedicenne, mi vedo da fuori, con il mio naso sbilanciato, il sorriso che avevo all'epoca, grosso e impaurito, e mi sarei guardato e avrei sentito la mia voce chiocca parlare, la erre moscia, il tono alto della voce, il mio parlare a frammenti e il suo contorcersi su se stesso, come una serpe linguistica e avrei detto, ecco qua, eccolo lì dov'era, sempre stato uguale, sempre così, mi sarei chiesto se parlare con il me stesso sedicenne, dargli qualche consiglio, e poi – nell'immaginazione – decidevo di no, che in fondo va bene come è andata, si era comportato bene, tutto sommato.

Entrato da Tecnomat sono stato oggetto di una avventura che non posso raccontare perché andrei pericolosamente a invadere la privacy di diversi dipendenti del summenzionato centro commerciale per maschi alfa, ma dico solo che sono uscito ridacchiando con la mia storiella sotto al braccio e diversi tubi da un mezzo o tre ottavi non ricordo più, tutto avvolto nella mia nuvoletta di sarcasmo e allegria scema preadolescenziale.

Tanto era dovuto, anche questa cosa me la sono tolta dalla testa.

Dovrò unire i file dei miei diari.

Il presidente della regione Veneto ha annunciato di voler presentare una proposta di legge per vietare l'uso dei social network ai minori di 14 anni. Noi Moderati lavora invece a un disegno di legge che lo impedisca ai minori di 13 anni, mentre già ora a scuola i cellulari sono banditi: il Ministro Valditara ha emesso l'anno scorso una circolare che impedisce l'uso degli smartphone a scuola, per ogni ordine e grado, vietandone l'uso anche per finalità didattiche.

Sono contro le decisioni restrittive all'uso dei cellulari per i ragazzi, specie a scuola, per diversi motivi. Faccio una premessa maggiore: io credo che i cellulari siano elementi distrattivi e che – al di sotto di una certo livello di maturità – vadano superivisonati da persone consapevoli con attenzione. Non è immediato essere nel mondo reale e nel mondo virtuale nello stesso tempo, ci vuole del tempo per capire come la forma interpretativa di quello che siamo nel virtuale siamo comunque noi, anzi, una parte della nostra esistenza che spesso non ha modo di rivelarsi nel mondo reale. Il mondo reale, in ultima sostanza, non è più reale di quello virtuale, ma è un ambiente in cui alcune nostre caratteristiche umane, culturali, sociali, e anche alcune nostre competenze, hanno modo di esprimersi e essere messe in gioco e altre no. Nel mondo virtuale accade la stessa cosa. Il Venerandi che leggete su facebook non è uguale a quello con cui potreste parlare per strada, è un suo completamento – e viceversa.

E in questo, beninteso, non c'è nessuna novità. Chiunque abbia prodotto immagini della propria persona anche prima del digitale lo sa. In quello che da millenni abbiamo prodotto nella fiction, nell'arte, nella musica: il “virtuale” dell'invenzione e della comunicazione è sempre stato qualcosa altro da noi e nello stesso tempo intimamente nostro. Il digitale banalmente ha permesso l'emersione massiva di questa nostra forma liquida che è parte di noi.

Vietare i cellulari basandosi sull'età è una scelta disturbante su diversi livelli. Il primo è che si dà come presupporto che un ragazzo non sappia gestire questo mondo virtuale quanto un adulto. Basta fare un giro su Facebook per rendersi conto che – no – non è un discorso meramente anagrafico. Per questo parlo di supervisone di una persona matura o consapevole. Molti dei genitori dei ragazzi li vedete in rete che lanciano shitstorm sui social, che mandano a pezzi il loro rapporti di coppia con Whatsapp, che ingrassano fake news e condividono spazzatura tossica. Il grosso delle oscenità e degli orrori del virtuale non vengono certo dai ragazzini, anzi, vengono dal mondo adulto. Molti dei miei studenti non hanno dipendenza da cellulare, sanno quando usarlo e quando no, sanno sfruttarlo per le attività didattiche che gli propongo. La maggior parte. Tutelare la minoranza che invece ha dipendenze da notifiche punendo chi oggi ha trovato un rapporto maturo con questi dispositivi è un'azione grossolana e controproducente.

Il secondo aspetto che mi infastidisce è la vigliaccheria di questa azione. C'è un problema della rete, lo dicono tutti. Lo diciamo noi che siamo in rete dagli anni ottanta. Questa rete (e questa informatica) è sempre più lontana da quella che immaginavamo negli anni ottanta. I dispositivi per le masse per accedere alla rete sono sempre più invasivi, volgari, nascono per creare dipendenza, sono progettati per divorare la privacy delle persone. Informaticamente sono osceni: tolgono il controllo del loro core ai proprietari trasferendolo ai produttori che restano di fatto i reali padroni del ferro. Obsolescenze programmate, hardware e software che impoveriscono l'esperienza informatica di design per aumentare la dipendenza e la perenne clientizzazione dei propri utenti.

Le interfacce di utilizzo di questo dispositivi hanno trasformato l'esperienza creativa dell'informatica in una declinazione digitale del vecchio sul divano alla sera con il telecomando che gira, clicca, scrolla, mentre il tempo gli passa addosso come gli ads e gli abbonamenti online. E questo meccanismo è qua, sui Facebook, su X, su Instagram e a cascata sui social più o meno interessanti, nelle dinamiche tossiche dei giochi online e nella loro competizione gonfiata. Lo scrivevo già anni fa, abbiamo internet che ci dà la possibilità di avere conoscenze illimitate e passiamo il novanta per cento del nostro tempo su due o tre piattaforme, sempre le stesse, a cercare l'appagamento dei like, il cibo-scimmia del bioparco.

La vigliaccheria, e torno sul pezzo, e avere un numero ridotto di multinazionali che stanno monopolizzando la nostra parte virtuale, quella di cui parlavo prima, che è una cosa nobile e naturale, e la stanno abbruttendo in maniera sistematica facendo leva – peraltro – su una serie di cose che sono meravigliose. La tecnologia è meravigliosa. Il fatto che io sia qua a scrivere su uno schermo a inchiostro elettronico mentre una pompa di calore riscalda l'ambiente e il mio portatile sta backuppando due tera di dati online via ssh, è meraviglioso. Sapere che tra poco copincollerò questa cosa e che verrà letta da qualche decina di persone è meraviglioso. Non pensatemi come a un luddista o – peggio – a un nostalgico degli anni ottanta. Niente di tutto questo. Ma la tecnologia non deve abbagliarci, non possiamo fare tutto per lei. Specie quando mescola nel suo impasto i veleni di cui parlavo sopra.

La vigliaccheria è quindi punire i ragazzi perché la struttura informatica progettata dagli adulti è oscena. La vigliaccheria è sapere che questi social utilizzano meccanismi di dipendenza che fomentano cattive abitudini, ma non fare nulla per cambiarle perché incapaci di organizzare alternative etiche all'interno di un vorticoso sistema tecno-capitalista. Un vorticoso sistema tecno-capitalista che – ripeto – è meraviglioso. E questo è parte del problema.

Il terzo aspetto è pensare che ci sia un bisogno di un ritorno alla vecchia scuola, alla scrittura a mano, ai rimedi naturali e a tutte le altre sciocchezze di fuffa pedagogica che vengono di volta in volta tirate fuori dai maestri instagram a cui sfugge tutto quello che ho scritto prima. Non c'è niente di naturale nella scrittura a mano. Non c'è niente di naturale nella scrittura, figuriamoci in quella aberrazione che è la scrittura a mano. La scrittura è una tecnologia, quanto quella digitale. I metodi naturali non sono naturali, sono una tecnologia umana applicata al mondo della natura. Non c'è niente di 'naturale' nell'aceto, figurati nel corsivo. La natura che ci circonda poi è il risultato di una selezione millenaria dell'uomo, dal neolitico in poi. Abbiamo lavorato sul dna delle cose quando ancora non sapevamo cosa fosse.

Non ho niente contro il corsivo, non lo uso da decenni, ma penso possa essere un bell'esercizio. Ho studiato per qualche anno la scrittura con i pennini e i metodi calligrafici. È stato bello. Ma questo non mi ha formato come persona più di quanto abbia fatto programmare in prolog, suonare il basso, usare una carriola a motore, stampare in 3D, montare una tenda scout, usare una fresa o scrivere poesie in realtà virtuale con un visore.

L'ultima cosa è l'idea – facile – di risolvere un problema che è intimamente educativo, allontanandolo dalla scuola. C'è un problema di uso maturo dei dispositivi digitali e quindi la scuola li ritira all'ingresso. C'è un problema di educazione al digitale e quindi lo stato vieta a chiunque sia sotto a una certa età l'uso del digitale, a prescindere da ogni altro aspetto sociale e culturale. Sono provvedimenti fallimentari che hanno alle spalle due grossi motivatori: sono fortemente populisti perché intimamente punitivi e consolatori; sono – soprattutto (e come al solito) – a costo zero.

Mi sono rotto l'unghia e ora scrivo con difficoltà. Un dito è importante per un sacco di motivi, non hai idea delle cose che si possono fare con un dito: con un dito controlli i tasti che vanno dalla i alla o, un dito lo infili nel naso per rimuovere corpi contundenti, puoi anche controllare lo stato della prostata con un dito anche se io non l'ho mai fatto, scientemente, con un dito premi interruttori che accendono o spengono la luce della stanza in cui sei, con un dito giri una pagina di un libro, con un dito scrolli sullo schermo, con un dito accarezzi qualcosa che ami, puoi anche ferirti con un dito – se lo usi impropriamente, con un dito ancora oggi, nel 2026, suoni un campanello – cosa che può sembrare incredibile e sempre con un dito puoi grattarti l'interno dell'orecchio e sentire il rumore del mare, se poi hai una penna puoi fare occhi e bocca e capelli ad un dito e usarlo per brevi spettacoli di teatro, usando eventualmente le altre dita, a meno che non si tratti di un lungo monologo, in tal caso un dito basta e avanza, con un dito componi numeri telefonici in teleselezione e con un dito fai una nota premendo una corda.

Ma se ti sei rotto l'unghia, con il dito puoi al massimo scrivere elenchi di cose che si possono fare con il dito, ed è già un risultato molto ambizioso.

Ho troppe cose da fare troppe cose standard da vedere le copertine erano meglio dei contenuti

Sto traslocando e devo scegliere cosa tenere e cosa buttare via, la casa in cui sto per andare è più piccola di quella che lascio, anche perché quella che lascio era enorme, un passaggio a una casa più grande avrebbe significato l'affitto del Louvre, che però abbiamo scartato perché poco sicuro. Quindi oggi ho buttato via delle cose che mi tiravo dietro da decenni: la mia cintura arancione di Kung Fu tradizionale e il yi-shang, l'uniforme sempre di Kung Fu che avevo comprato la prima volta che mi ero iscritto alla scuola di Cangelosi, quindi – more or less – nel 1987, e che doveva essere stata intinta in qualche sangue di dragone perché se non la buttavo via era ancora lì. Dovrò buttare tante altre cose. Un po' mi fa male pensare che non ci saranno più, un po' è un senso di liberazione. Di alcune non riesco a rinunciare, come l'enciclopedia della fantascienza, da altre – dolorosamente – mi separo. Tanto qualcosa di loro resterà da qualche parte dentro di me, modificata. Ieri sera portavo fuori il cane ed ero invaso da questo ricordo precisissimo. Era una specie di capsula del tempo. Erano gli anni ottanta, e io entravo in questo negozio di cui ho dimenticato il nome, forse qualcosa tipo “Antares”, nella mia testa in una traversa di via XX Settembre. Appena entro, a sinistra, c'è un Commodore che non ho mai visto, resto a studiarlo incuriosito, è una specie di valigia a parallelepipedo, il cui coperchio, se aperto diventa una tastiera e rivela un piccolo monitor CRT integrato con un Commodore 64. Faccio qualche passo in avanti e vedo un gruppo di persone attorno a un tavolo centrale: in mezzo c'è un Quantum Leap. Mai visto uno dal vivo. Resto a fissarlo come una meraviglia, un ragazzo sta provando a usare il microdrive. Aspetto il mio turno per provare la tastiera, studio l'ergonomia e l'estetica di questo sfortunatissimo prodotto di Sir Clive Sinclair. Sembriamo quel quadro dei medici anatomisti, attorno al dolce cadavere.

E poi – nel ricordo – vado sul fondo del negozio dove ci sono una serie di Commodore collegati a monitor e joystick e dove altri ragazzi stanno giocando a un videogame appena uscito che mi sembra avere una grafica eccezionale, i movimenti fluidi, la corsa ammortizzata. Scoprirò decenni dopo che il programmatore aveva videoripreso suo fratello per studiare i movimenti nello spazio e riprogrammarli nel gioco. È Prince Of Persia, il primo. Fine anni ottanta.

Ecco, nella mia testa è una capsula del tempo. Ci entro dentro come sarei entrato pochi anni dopo dentro “The Beanery” di Edward Kienholz (ho fatto copia e incolla, non vi preoccupate), un frammento temporale di qualcosa che probabilmente non è successo come me lo ricordo (il Quantum Leap è del 1984, Prince Of Persia del 1989), i ricordi stratificati si sono sovraimpressi diventando una cosa sola, eliminando qualcosa e aggiungendo qualcos'altro. O forse è reale, è possibile che sia successo esattamente come me lo ricordo, o come ho assemblato il ricordo.

Da un lato c'è un aspetto nostalgico: avrei voglia di tornare lì, dentro Antares o come si chiamava e rivivere quel ricordo. Per precisarlo meglio. Ma nello stesso tempo, immaginandomi di essere di nuovo lì dentro, rovinerei tutto. Troppa roba addosso, vedrei quelle cose per quello che sono per me oggi, tutta l'incompiutezza, non proverei il piacere che provo invece andando nella capsula del tempo. Lì è sempre la prima volta. Non sono un nostalgico sotto sotto, preferisco pensare di avere ancora nuove cose da vedere, altra roba di cui meravigliarmi. Mentre smonto un armadio, scendo dalla sedia, vado allo stereo, tolgo il vecchio disco di Prince che stavo ascoltando e attacco il cellulare, metto l'ultimo di Peter Gabriel, o\i, che sta uscendo ora in questo 2026, con i suoni nuovi e nuove parole e le mie povere vecchie orecchie che fischiano come cavalli.

Stavo riflettendo in questi giorni a uno schema che ho trovato in uno degli articoli dell'ultimo Progetto Grafico, dove si parla dei sistemi di scrittura africani. Un concetto che mi ha affascinato è stato quello che del cambiamento di prospettiva dei linguaggi scritti che – inizialmente – vengono considerati dal punto di vista prettamente linguistico, quindi come “derivazioni” della lingua parlata (a sua volta derivata dal linguaggio), mentre poi, da un punto di vista semiotico, il linguaggio scritto viva su uno livello equipollente a quello verbale e – soprattutto – come la scrittura sia un fenomeno con una propria autonomia rispetto allo stesso linguaggio.

La mia declinazione personale, leggendo l'articolo, è che la scrittura, il segno, ha autonomia rispetto al linguaggio ma anche rispetto al pensiero da cui il linguaggio parte e che – banalmente – la tecnica del segno, la scrittura, nella sua autonomia, influisce anche su come pensiamo. Scrivere non è una semplice trasposizione della lingua orale, ma scrivere è anche predisporre una architettura del pensiero che – in ultima istanza – cambia lo nostra visione del mondo e di come interagire con esso.

Come scrivevo qualche giorno fa, siamo anche quello che scriviamo, la cosiddetta virtualità della scrittura non è affatto virtuale.

Ecco, il tassello su cui sto riflettendo in questo giorni è che il digitale sta diventando un ennesimo punto aggiuntivo rispetto a questa dualità binaria orale-scritto del linguaggio. Il contenuto digitale, audio, video, testuale, interattivo è una nuova modalità espressiva del nostro linguaggio e – a cascata – del nostro modo di pensare. Anche questo non è virtuale, è qualcosa che andiamo a generare interagendo con il mondo e trasformandolo in un contenuto che possa diventare oggetto di comunicazione.

Quando vediamo milioni di persone saltellare, cantare, cadere, correre su Tiktok, i miliardi di streaming di gente che gioca ai videogiochi, i terabyte di terabyte di mash-up, crossover di bitmap e animazione digitale, la continua costruzione/distruzione di ingressi di Wikipedia, Reddit o Discord, la ramificazione dei thread su Facebook, ecco, tutta questa gente sta parlando nuovi linguaggi, e – questo è il punto che mi interessa – questi linguaggi cambiano anche il modo di pensare e di vedere il mondo che queste persone hanno. E queste persone siamo noi, per inciso.

Il che non è né un bene né un male, è un fatto. Il digitale e la connessione continua rende la nostra vita una performance linguistica perenne. Ogni cosa che pensiamo, ogni cosa che vediamo camminando (anche, per dire, un frigorifero rosso acceso lasciato sul bordo di un prato) può diventare immediatamente un contenuto digitale e un oggetto di interazione. Questa è una forma di libertà creativa senza precedenti. E nello stesso tempo un modo di pensare e di vedere il mondo che può diventare disturbante e creare disagio di fronte a contenuti che digitali non sono e che abbisognano di tempi e modalità di approccio del tutto differenti. Per dire, un libro. O creare una continua ansia creativa per nutrire piattaforme che si nutrono di questa produzione digitale.

C'è questo pezzo che avevo letto e che ora non trovo, forse nel Castoro di De Sica, in cui il neorealismo (mi pare fosse lì) si immagina un futuro dove il cinema sia qualcosa che si crea inserendo una telecamera in casa e riprendendo la vita di tutti i giorni. La realtà come presa diretta della vita di tutti i giorni. Ecco, la realizzazione tecnica di quella idea ci mostra che la presa diretta è comunque una finzione. Lo streaming, il selfie, la continua connessione digitale della propria vita non è affatto una ripresa del reale, ma l'ennesima messinscena comunicativa e sociale che andiamo a fare in pubblico. Creare contenuti digitali è un elemento linguistico, l'ennesimo, con il quale saliamo sul palco e cerchiamo, balbettando, di comunicare qualcosa.

Sono lì che scrivo. Cos'altro potrei fare. Scrivere. Il diario serale. Nella casa nuova mettersi lì a scrivere e pensare. Pensare e scrivere, anzi, dirò meglio: pensare in quanto sto scrivendo e – scrivendo – penso. Era quello che dicevo ieri ai ragazzi in classe: è il fatto di saper scrivere che cambia il nostro modo di pensare, il fatto di fare coincidere l'atto di pensare con quello della scrittura. Io scrivo e nell'atto di scrivere, penso. Potrei pensare senza scrivere? Certo, ma penserei cose diverse. E non ci sarebbe poi il log.

Volevo scrivere una cosa diversa ma non la ricordo. Mi pare che la tastiera bluetooth sia pìù lenta di quella integrata, sad but true. Dovrei provare con il cavo usb. La percezione è un grosso problema per noi umani. Scrivere per il gusto di considerare la propria velocità e la propria dannazione, probabilmente, quando scrivo per scrivere rallento non sento, voglio dire l'esigenza di andare troppo veloce. Considerazioni fatte ad alta voce. Varrà la pensa aggiornare il firmware. Paura.

Sono seduto adesso all'esterno vedo le cose così come sono, ho sempre pensato alla scrittura come un guanto – urticante guanto. Scrivere come viene, senza più stile. Scrivere bene, diciamocelo, è un po' sopravvalutato. Potrei fare una foto di questo panorama e chiedere a chatgpt di farne una descrizione testuale dettagliata. E poi confrontarla con la mia. Proviamo.

Cosa vedo io.

Una parte di un terrazzo, piante ondulate lungo il perimetro di una cancellata nera, piccoli faretti, l'ingresso di una scaletta che scende, sempre in metallo nero e dietro una vallata, il verde del lato di uno dei due versanti che degrada nel basso verso le costruzioni in cemento armato, silos, residui, strade a scorrimento veloce, il letto di un torrente – il greto, come linee partendo dall'alto l'azzurro del cielo che ora tende al grigio della sera, poi il verde, poi il grigio del cemento armato, il nero dell'asfalto, ancora il verde del greto del fiume, i ciottoli grigi, e quell'odore che non è né verde né azzurro né trasparente dell'acqua che scorre, e poi – certo — sulla sinistra con la sua irreale natura, il cavalcavia dell'autostrada che taglia tutte le linee perpendicolare, mostruoso, con le sue zampe immerse nel fango della vallata. Qualcosa del genere, cavi tesi. Il respiro ininterrotto del traffico a fondovalle.

Vediamo che mi dice chatgpt: L’immagine sembra scattata da un terrazzo o un balcone piuttosto ampio, probabilmente al piano alto di un edificio. Il pavimento è piastrellato con mattonelle chiare, leggermente lucide, che riflettono la luce diffusa di un cielo coperto. In primo piano c’è una ringhiera in ferro verniciato scuro, con montanti verticali regolari e una linea superiore semplice. Su alcuni pilastrini della ringhiera sono montate delle lampade sferiche opaline, tipo globi, che non sono accese ma catturano la luce ambientale. Lungo tutta la base della ringhiera sono disposti diversi vasi di terracotta e plastica: contengono piante varie, alcune rampicanti, altre più basse e cespugliose. Alcune sembrano un po’ disordinate o cresciute in modo spontaneo, con rami che si intrecciano alla ringhiera. Al centro dell’immagine si nota una piccola apertura nella ringhiera con un cancelletto metallico, che dà accesso a una breve scala che scende verso un livello inferiore. Questo elemento introduce una profondità visiva, come se il terrazzo fosse collegato a un giardino o a un altro spazio sottostante. Superato il primo piano del terrazzo, si apre il paesaggio urbano: subito sotto si vedono tetti e cortili di edifici bassi, probabilmente magazzini o strutture industriali leggere. Poco più indietro c’è un edificio rettangolare di colore chiaro (tendente al beige o rosa pallido), con molte finestre regolari, che ricorda una scuola, un ufficio o un ospedale. A sinistra dell’immagine domina un grande viadotto sopraelevato in cemento, che attraversa la scena in diagonale. È alto rispetto agli edifici circostanti e poggia su piloni robusti. Il viadotto suggerisce la presenza di una strada importante o di un’autostrada che collega diverse zone. Sul lato destro e in parte al centro si intravedono altri edifici residenziali o industriali, di colori vari (giallo, grigio), senza particolare uniformità, tipici di una zona periferica o di fondovalle. Lo sfondo è occupato quasi interamente da una collina molto verde, coperta da una vegetazione fitta e continua, probabilmente bosco. La collina sale ripidamente e chiude l’orizzonte, dando una sensazione di spazio raccolto, come se il quartiere fosse incastonato tra rilievi naturali. Il cielo è grigio chiaro, uniforme, senza sole diretto visibile: sembra una giornata nuvolosa o nelle ore serali, con luce morbida e diffusa che smorza i contrasti. L’atmosfera complessiva è tranquilla, leggermente malinconica, con un mix interessante tra elementi domestici (le piante, il terrazzo), infrastrutture (il viadotto) e natura (la collina boscosa).

Ecco, mi sento come si doveva sentire un pittore davanti alle prime riproduzioni fotografiche. Cosa memo a fare. Perché perdere tempo a scrivere bene, a riprodurre il reale. Qua bisogna tagliare con l'accetta, per storto, con l'acciaio che rimbalza sul legno e ti viene contro, di rimbalzo.

E mi viene in mente che io ho avuto davvero un diario. Fisico, di carta, di quelli dove scrivi i tuoi segreti da ragazzino, ci fai i disegni, ci appiccichi le cose. A penna. Quelli dove inizi scrivendo “caro diario”, come fosse un qualcosa – quello sì – di virtuale, con cui intrattenere un discorso. Ecco, scrivendone uno oggi nel 2026, così, digitale, rivedo quell'esperienza di diario sotto una luce nuova: l'avevo sempre dato per scontato, come se fosse normale tenere un diario da ragazzino, mentre era probabilmente segno di una predisposizione.

Anche perché quel diario, anzi, quei diari, non li avevo tenuti per qualche mese, ma per almeno otto anni. Non ho le date precise, ma le prima pagine erano senz'altro scritte all'inizio delle scuole medie, o alla fine delle elementari (ho ricordo di un episodio che 'ferma' il tempo), mentre le ultime risalgono agli ultimi anni del liceo, gli inizi dell'università. L'episodio che 'ferma' il tempo sono alcune poesie e alcuni disegni che avevo scritto sul senso della morte e sulla vita oltre la decomposizione del corpo che erano costate un colloquio straordinario con i miei genitori per sapere se facessi parte di qualche setta. La verità è che avevo letto Edgar Allan Poe, preso pure dalla biblioteca scolastica del plesso.

Dall'altro lato l'invenzione di un codice segreto per scrivere cose che erano diventate troppo intime e imbarazzanti per essere messe in chiaro, senza qualche algoritmo che le difendesse.

Dentro quei diari, che rileggevo spessissimo, c'erano frasi estemporanee, poesie e disegni, figurine e ritagli dei telefilm e dei cartoni animati che guardavo all'epoca, confessioni dei miei problemi sessuali, le passioni sentimentali, schede accurate delle persone che frequentavo, profili storico biografici dei miei dannati/amati compagni di classe, insomma, tutto il tipico armamentario che uno ritrova in qualche romanzo di formazione o in qualche serie americana anni ottanta in streaming, c'era tutto.

L'unica differenza è che – in genere – nei telefilm e nella fiction questi diari sono sempre creativi e bellissimi, c'è in nuce la complessità della personalità di chi li compila, mentre – nel mondo reale – o almeno nel mio mondo reale, la maggior parte delle cose era cringe, puerile, grossolana e infantile e diventava sempre più infantile e imbarazzante man mano che crescevo, insomma: era un vero diario di un adolescente in trasformazione con tutta la spazzatura e i residui che la cosa si porta dietro. Questo per dire che a un certo punto, ho preso questi diari e li ho buttati nel cassonetto.

A posteriori posso dire che averli buttati sia stata una delle grandi idee sane della mia vita. Ho buttato via otto anni di poesie, sogni, disegni, codici, ma anche otto anni di paure, di ansie, di malessere e di spazzatura. Il materiale aveva superato la consistenza che trasforma un ricordo in una zavorra.

Il problema della felicità è che tutte le architetture che escogitiamo per ottenerla, per la maggior parte, non hanno davvero come fine la felicità, ma l'evitare il più possibile la perturbazione, la caduta e l'esilio. La felicità ha poco a che vedere con i nostri sforzi per renderle abitabile una parte della nostra esistenza. Non dico “niente”, dico “poco”. Allestiamo tutto per una felicità futura che è in realtà una difesa dalla nostra figura futura, che sarà lì tutta impegnata ad allestire tutto per una felicità ancora più futura, e così via. Passiamo la vita ad allestire gradi crescenti di nostre proiezioni che preparano tutto per essere felici. Fino alla fine, una specie di mandelbrot che – zomma zomma – vede tutto sfuggirli attorno. O questo processo, nel farlo, ci rende felici, come diceva il mio vicino di casa, o siamo simili agli insetti come cantava Battiato.

Oggi ho letto questa intervista a un tecnico delle luci di Prince, o forse era la sassofonista di Prince. Forse era la sassofonista. Parlava di quando Prince si è fatto testimone di Jeova, e il tecnico o la sassofonista, dovrei andare a vedere, raccontano che quando hanno chiesto a Prince perché avesse fatto una cosa del genere, Prince ha risposto che ne aveva bisogno. Ero arrivato a un punto, avrebbe detto, che avrei preso una pistola e mi sarei sparato e avrei ammazzato tutti quelli che mi circondavano. Avevo bisogno della fede. Ecco, così. Tutti hanno questo abisso potenziale, anche Prince. Tutti a un certo punto cercano delle strategie per la felicità, no?

Oggi ho preso a ho buttato via qualche centinaio di libri. Sono andato al cassonetto della riciclata e ho iniziato a buttarli via. Mi immaginavo le grida di orrore degli amanti della sacralità del libro mentre si creava questa melma di carta. Il mammuth di tutto Dante aggrappato ai numeri di Linus e di Progetto Grafico, Svevo abbarbicato su Gioanola, frammenti di Gestalt e gravi mauseolei di storia dell'estetica o di politica economica. Tutto sprofondava verso il basso e io – dai fori del cassonetto – fissavo quei residui del mio passato che andavano – finalmente – affanculo. Con i loro segni di matita, l'umidità, i rapidi insetti semitrasparenti che li abitano.

Ho tenuto molto di più di quanto abbia buttato, purtroppo. A volte non mi è bastato il cuore. Prendevo in mano un libro e pensavo, “quante sono le possibiltà che io – prima della mia morte – prenda in mano questo libro e lo apra, non dico legga, apra, per un qualunque motivo?” Il grosso dei libri non superava questo banale vaglio. No, non aprirò mai più la maggior parte dei libri che ho in casa, anche perché sono ancora affamato di altra scrittura. Quello che potevano darmi, me l'hanno dato. Una prece. Se ho tenuto dei libri era perché si erano impastati di me, dei miei ricordi. Da alcuni mi sono separato con una certa sofferenza, immotivata. Addio oggetti transizionali. Addio peluche culturali.

Volevo anche fare un lungo discorso sulla scuola, le nuove generazioni e le utopie, ma non stasera, è tardi.

Oggi ho buttato un altro centinaio di libri. Grandi classici. In mezzo c'era anche una copia di Uno, nessuno, centomila. L'ho aperto prima di buttarlo nel sacchetto e sono rimasto affascinato: il libro era tutto forato. Un qualche insetto doveva essere entrato nel libro e – nel corso degli anni – aveva scavato dei tunnel che – a volte attraversavano la pagina – a volte persistevano nelle pagine seguenti. Era una sorta di labirinto nel labirinto dei segni e quei fori, inumani, rendevano il libro un oggetto materiale, gli davano vita.

In mezzo, mentre lo sfogliavo, ho trovato delle mie sottolineature al testo. Anche quelle verranno buttate via. Le sottolineature erano fatte con matita rosa. Ne ho trovate tre, che riporto qua nel diario:

“Mi folgorò in quel bujo il sole che doveva esserci in quell’orto della badia. che non sapevo dove fosse, ma che certo doveva essere verdissimo;”. La parola sottolineata era solo “verdissimo”.

“Quel cassetto era pieno di sue fotografie. Me ne mostrò tante, di antiche e di recenti. – Tutte morte, – le dissi.“. Qua la frase sottolineata era “tutte morte”.

”– Ma davvero, scusi non le sembra bella, cosí verde, questa coperta di lana?“. Qua la parola sottolineata era “verde”.

Anche le mie sottolineature, di quel Fabrizio che chissà quanto tempo fa le prese, in questa edizione, ora tutta divorata, della Newton Compton, anche questi segni che sono segno di qualcosa che avevo in testa in quel momento e che ora non so che significato potrebbero avere, anche quelle – dicevo – verranno buttate via con il libro dove sono state per decenni, nascoste, senza che mai avessi mai aperto il libro per rivederle. Se non lo avessi sfogliato per caso, quelle sottolineature non sarebbero esistite in un certo senso. Cosa sto buttando via gettando quelle deboli linee rosa, non lo so. Il verdissimo, il verde, il tutte morte.

L'altro giorno era il decennale della morte di Prince e a un certo punto passeggiando fantasticavo e mi vedevo in questa linea temporale in cui mi ritrovavo di nuovo nel 2016 e spendevo tutti i miei soldi per andare a Minneapolis e avvertire Prince che sarebbe morto di lì a poco. Se pensate che queste fantasie siano cringe, dovreste vedere le altre. Nel senso, penso cose molto più intelligenti di questa, ma anche altre assai più bestiali e ho bisogno di entrambe, fanno parte della normale dieta della masticazione mentale, tanto restano tutte nella mia testa e voi non saprete mai che le ho pensate no?

Anyway, in questa fantasticheria riesco, per un minuto, a restare con Prince e devo rapidamente metterlo in guardia che morirà male, cerco di spiegarli che vengo dal futuro e lui mi chiede, ok, cosa succederà dopo la mia morte? e io gli dico beh, molti saranno tristi, molti, ma non avremm molto tempo per pensarci perché ci sarà una pandemia, tutto il mondo colpito da un virus mortale e resteremo tutti chiusi in casa, in lockdown, a questo punto, nella mia fantasia Prince alza un braccio per chiamare il servizio di sicurezza e io gli dico, no, aspetta, poi subito dopo arriverà l'intelligenza artificiale, i computer inizieranno a creare contenuti indistinguibili da noi umani e parleranno con noi alla pari, emulando il nostro modo di ragionare e ci sarà un panico generale per la paura di queste intelligenze artificiali che

Niente, a questo punto il servizio d'ordine mi caccerà da Paisley Park e io avrò fallito e speso male tutti i miei soldi.

La cosa interessante era per me considerare come in questi ultimi dieci anni abbiamo vissuto situazioni da manuale di Enciclopedia della Fantascienza, lo rimettevo in scatola qualche giorno fa, gli ultimi dieci anni sono stati la realizzazione di diverse distopie della sci-fi classica, il terrore dell'intelligenza artificiale che sostituisce le nostre mansioni, l'arroganza di villain che scatenano conflitti transnazionali, virus pandemici che ci spingono alla paranoia e a restrizioni della libertà personale, regimi polizieschi e morti invisibili.

Questa che era la base torta della fantascienza è diventata l'adolescenza reale di tanti dei nostri figli e di tanti dei nostri studenti. Gli adulti sembrano non fare caso alla sovrastruttura culturale, alla rimodulazione della speranza che stiamo presentando alle nuove generazioni.

Una massa di schizofrenici – gli adulti – che crede e non crede alla scienza, che bullizza l'ignoranza, azzanna e vomita la complessità, adora il prodotto del capitale e fa anarchismo con le pantofole, seduta con il cellulare sulla tazza del cesso, postando shitstorm contro questa o quella etnia, bevendo nafta e nascondendo litio nelle pieghe del divano. E vivendo, il più delle volte male, in posizioni di rendita ottenute per puro invecchiamento o – i più allegri e sani – per linea dinastica di sangue. Predicando, ovviamente, la santità del merito. Questa la generazione degli adulti, quello che li differenzia è la programmazione Netflix o gli abbonamenti alle dirette streaming di calcio. Verrebbe da pensare che gli adolescenti siano perennemente con la testa sul cellulare per non alzarla mai e non vedere la pena della società allestita per loro da questi sanguinari morti di sonno.

Ho questo ricordo di me ragazzino, ero a casa con mia madre e non so perché il discorso era caduto sui lavori che lei faceva da giovane, e mi raccontava di quando lavorava in un negozio di frutta e verdura dove faceva la commessa, e una delle cose che doveva fare ogni giorno era lucidare le mele. “Lucidare le mele in che senso?” avevo chiesto ridacchiando, lucidare le mele è qualcosa che mi faceva ridere. Mia madre si era fatta seria e aveva detto che la gente, se vede le mele brutte, pensa che siano cattive. Le vuole belle. 'Kalos kai agazos', avrò pensato io.

E per farmi capire il concetto mi aveva detto “Fabrizio, passami una di quelle mele”. Nel cestino di casa c'erano delle mele, bruttarelle. Ne avevo passata una a mia madre che si era messa lì con la picagetta a strofinarla, a lucidarla come diceva lei e alla fine me l'aveva mostrata. Ero rimasto interdetto: la mela lucidata aveva cambiato completamente aspetto, davanti ai miei occhi. Se prima era una mela standard, opaca, grigetta dopo si era trasformata nella tipica mela disney, brillante e rubicozza. Rubicozza temo non esista, ma avete capito. Rubizza, dice internet. Come la gota dei vecchi quando bevono troppo vino o sentono l'approssimarsi della morte.

“Cavolo” avevo detto. “È prodigioso” avevo aggiunto prendendo in mano la mela e osservandola. “Ma è una truffa!” avevo concluso fissando mia madre negli occhi. Lei aveva alzato le spalle. “La gente vuole la roba bella, le mele le vuole lucide. Se sono lucide pensa che sono buone. E così io passavo la prima ora al mattino a lucidare le mele. Scintillavano alla fine”. Resto così, nel ricordo, con la mela in mano, finta, disneyana, indeciso se morderla o meno.

Tutto molto poco zen. Questa sera un po' di tastiera meccanica. Sentire un i tasti. Incenso indiano acceso, tazzina con il vino di riso cinese caldo. I cari vecchi tempi. Una stanza tutta per me. Devo averlo letto. Ma una cosa veloce che poi devo correggere i compiti. Camminavo questa sera e pensavo, avevo iniziato a sentire della musica con le cuffie ossee ma niente. Ho dovuto spegnerle. La solita iperacusia. Anche sulle cuffie ossee ci posso mettere una pietra sopra. Il mio sistema nervoso percepisce il fatto che io cerchi di rilassarmi interpretando la musica in cuffia come una minaccia. Un pericolo. Attento, dice il mio sistema nervoso centrale, venerandi vuole rilassarsi! Contraiamo l'interno delle orecchie, trasformiamo la musica in suoni, in frequenze, facciamo sentire ogni cosa come un pericoloso dolore immateriale che inizi a fagli male, dentro la testa. Feriamolo, graffiamogli le pareti di carne che non esistono.

Grazie, sistema nervoso centrale, grazie, se non ci fossi tu non so come farei.

Via le cuffie ossee ho iniziato a pensare, al fatto che avevo voglia di scrivere con la tastiera meccanica, camminavo e pensavo, affrettavo il passo, cercavo cose da fotografare. Posti in cui fare dei brevi video. Tutto è un possibile contenuto.

Cioé mi rendo conto di questa cosa, che io vado, mi metto lì a scrivere, faccio il mio post, cerco di mettere al meglio le cose che penso, faccio la mia cosa nella casa, e poi mi prendo i miei dieci, venti, cinquanta like, i commenti di gente che sputa polmoni, che dice anche io venerandi ho vissuto esattamente le cose che hai vissuto tu, insomma ricevo la mia breve fucilata di gratificazioni. Endorfina, credo. E poi vedo che la cosa che ho scritto scorre via, il giorno dopo è già affondata per metà nelle melma del digitale, dopo due o tre giorni mi rendo conto di essere stato truffato, che mi sono autosabotato. Il mio post è là, lontano, mi dà letteralmente fastidio che esista ancora, se lo riprendo in mano ne vedo i refusi, le parole ripetute, ma soprattutto vedo che qualcuno – non io – sta guadagnando sopra questa cosa che scrivo; e ricevo gratificazioni che a mia volta do a qualcun altro. Il vino di riso cinese è diventato freddo.

Relitti. Mi lascio dietro relitti di cui non conosco nemmeno il numero, centinaia. Migliaia. Prime bozze che non avranno mai una seconda stesura. E questo materiale che secerno, non cambia di una virgola i miei prodotti, le cose che ho finito, i miei romanzi, i miei videogame, i miei album di suoni, è come se fossi una molteplicità di me stesso che fanno cose diverse e nessuna comunica con le altre. Non posso nemmeno nascondermi dietro la scusa di star facendo della promozione. Non la sto facendo. In realtà quello che scrivo non è nemmeno un prodotto; il prodotto sono io che scrivo. Il prodotto è avere la scimmia venerandi che scrive i suoi post su facebook per i suoi cinquanta like e poi resta lì a fare quello che fanno in genere le scimmie dopo aver vinto il pulitzer delle scimmie: si abbruttiscono, con grazia e animalità.

Camminando avevo ricamato su questa cosa: il bello della scrittura è che scrivi le peggio cose, scavi come una di quelle bestie che ci vivono in faccia, vai nei meandri della carne e tiri fuori tutte le brutture che hai dentro e più scavi, più una parte di te si entusiasma perché questa melma che tiri fuori, la stai scrivendo; più marcisci più la tua scrittura diventa vera. Autentica. Wow. Più stai male più una parte di te ne gode perché su questa sofferenza la scrittura imbastisce il reticolo della scrittura più necessaria. Mi viene da ridere. “Necessaria”, certo. Raccontiamocela.

Ho sempre pensato di essere bravo a scrivere, ma non bravo normale, bravo bravo. Poi ho scoperto che di gente brava brava a scrivere ce ne è più del necessario. Non era una cosa così eccezionale essere bravo a scrivere. Questo forse l'ho già scritto. Ma era troppo tardi: ormai pensavo per iscritto, ormai la cosa che scrivevo era tutt'uno con la cosa che pensavo. Ormai quella roba che producevo era “naturale”.

C'è poi questa cosa di me, la nausea. Quando faccio qualcosa che sono bravo a fare, mettiamo scrivere, e qualcuno dice che sono bravo a scrivere, mettiamo una recensione, una recensione positiva per qualcosa che ho fatto, io inizio a leggerla e prima sono contento, ma già a metà ecco che arriva la nausea. Comincio a innervosirmi. Cosa stai a dire che sono bravo a scrivere. Lo so già. Magari scrivo della roba orrenda, ma la capacità di scrivere non mi manca, fidati. Non è il caso di rimarcarlo.

Provo allora più soddisfazione a fare cose che non dovrei fare. Le cose che mi costano grande fatica e nelle quali i risultati sono pochi, scarsi. Imbarazzanti. Quelle mi danno soddisfazione. Mi sembra di operare un furto, di fare una beffa. Fin da piccolo, le cose che ho fatto e che si capiva che no, non era la strada per me, quando non erano umilianti, mi hanno sempre divertito.

Giocare a tennis, fare il portiere in una squadra di calcio, ballare il ballo liscio, far kung fu tradizionale, suonare il basso, andare in kajak. Ogni volta che ottenevo e che ottengo ancora oggi un mediocre risultato, rido. Letteralmente. Un furto. E la lista si allunga e a un certo punto arriva il momento del pudore, dove anche io mi fermo a trascrivere, quello in cui l'elenco delle cose che non avrei dovuto fare sterza e va a infilarsi nella lista delle cose per cui – dicono – ho un talento, piccolo o brillante che sia. E le due liste iniziano a incrociarsi e amalgamarsi e io resto lì impietrito perché non so più dove finisca la prima e dove inizi la seconda. Non so più se questa cosa che sto facendo mettendoci il cuore sia in realtà una buffonata che avevo provato così per vedere che succedeva, sicuro che appena che se ne fossero accorti sarei saltato giù e sarei scappato mostrando i denti da scimmia e la schiena curva e pelosa.

Il problema dei libri poi, è che bisognerebbe rileggerli. Lo so. Una sola lettura non basta, è come sfogliare una rivista di fumetti e seguire solo la storia. Alla seconda passata inizi a vedere il disegno, alla terza la colorazione, il montaggio delle tavole. E così via. Per la musica è uguale. Ci sono dei giri di basso di cui mi sono reso conto decenni dopo aver ascoltato un disco. Ma un romanzo, un romanzo contemporaneo poi, chi ha il tempo di rileggerlo. Non fai tempo a finirlo che ne sono usciti altri milioni, milioni di libri che stanno lì a bruciare rapidamente per uscire di catalogo. E stiamo parlando dei soli viventi, se iniziamo con i morti è finita.

Guardavo l'altro giorno una grande libreria in casa di una persona, tutta di testi contemporanei. I colori pastello dei Feltrinelli, i bianchi Einaudi, le linee tonali degli Adelphi, il caos Mondadori. Quasi tutte grande editrici, un migliaio abbondante di testi. Guardavo i nomi degli autori, ne riconoscevo due o tre. Il grosso erano novità uscite negli ultimi cinquant'anni, autori ai loro primi romanzi o tradotti per la prima volta in Italia. Tiro fuori il cellulare, ne cerco un po'. La maggior parte sono scomparsi nel nulla, i libri dico. Usciti di catalogo qualche anno dopo. Romanzi evento mancati, o semplicemente che hanno esaurita la loro turnazione finita la cessione dei diritti di autore.

E penso alle recentissime linee ministeriali che quando devono consigliare qualche autore contemporaneo parlano di Pasolini. Primo Levi. Le colonne d'Ercole di Calvino. Dopo, un vuoto che se provi a colmarlo ti prendi anche dei pesci in faccia. Meritatissimi peraltro.

Oggi abbiamo messo i raccogli cd in questo lungo trasloco da una casa all'altra, la casa diventa tua quando piano piano la vedi coprirsi delle cose che hai selezionato per seguirti, i cd, i libri, i quadri, in mezzo ci sono cose inedite e nuove, perché dentro di me c'è il desiderio di lasciarmi alle spalle una parte di Fabrizio, qualcosa resta, qualcosa mi segue, gli oggetti d'arte al consumo e la cultura e i suoi prodotti sono gli oggetti transizionali che ci restano attaccati e che fatichiamo a recidere del tutto, io almeno.

La seconda cosa è rendermi conto che faccio ancora tanti casini, tanti errori, certo, ma che oggi con Elettra passiamo con disinvoltura a trapanare muri, tagliare assi di legno, imbullonare cose, avvitare scarichi, seghetti alternativi, chiavi, cacciaviti dalle più strane punte, fasciamo filetti col teflon, colleghiamo fili elettrici, modifichiamo l'ambiente e troviamo soluzioni alle tante difficoltà che vengono fuori, cerchiamo in rete, troviamo magici tasselli per cartongesso che sembrano venire da mondi paralleli. Guarda quante competenze, penso, quanta roba che ci portiamo dietro invisibili.

Faccio una pausa, mi sdraio fuori nel terrazzo, sul dondolo. Guardo il cielo. Visto da qua, vedo solo boschi della collina di fronte alla mia e il cielo azzurro. Guardo i gabbiani che volano, si avvicinano, sembrano pterodattili bianchi. Quando sono vicini ne sento la consistenza, vedo il loro corpo che vibra nell'aria, si dondola tra le forze aeree, quanto peserà – mi chiedo – un chilo, due chili di carne lì che ondeggiano nel cielo poco sopra di me, chissà cosa vedono. L'odore. I parassiti. Mi viene in mente la poesia di quell'album che mi sono comprato, “il vento che non ha mai toccato terra”.

Penso a un post che ho letto poco prima, certo, di come sia tutto così fragile. I nostri diritti civili, quelle cose che pensavamo avere conquistato, oggi dimostrano tutta la loro precarietà. Penso a quando ero ragazzino, a Craxi, Andreotti, quei mostri che i disegnatori riproducevano con i tratti grotteschi su Linus, su Cuore. Avranno mai fatto il mio bene? Mi viene voglia di andare a prendere l'ebook reader e ristudiare quello che viene detto oggi di loro, la sintesi di quei decenni, quando da ragazzino alle medie facevamo le ore di educazione civica e ci insegnavano cose che oggi vediamo venire via come l'intonaco quando è preda delle infiltrazioni.

Sbuca un altro gabbiano, da un lato mi affascina, dall'altro ho paura – banalmente – che decida di cacare giù sopra di me, sulla roba stesa. Il gabbiano lì, a pochi metri di altezza, penso, non ha i miei problemi. Non ha conosciuto Craxi, non ha vissuto lo stesso tempo in cui ha vissuto Berlusconi. È lì teso, i muscoli pieni, gira la testa, si inarca, plana, esce fuori dal mio campo visuale. Penso, la sua natura animale vale quanto la mia. Il suo essere gabbiano sopravviverà alla mia storia, alle mie idee sul mondo. Quello che provo adesso, sdraiato a fissare il cielo e l'azzurro, penso, è gratis. Se ne andrà via come un brivido tra quanto, mezz'ora, dieci, vent'anni. Non molto di più. I rumori di clacson, l'inquinamento acustico della Valbisagno.

Da qua vedo solo il cielo e la parte alta del bosco, solo verde, azzurro e il bianco delle nuvole. Sento il traffico ma non lo vedo, i palazzoni industriali, le strutture in cemento armato aggrappate sul torrente restano fuori dalla mia vista. Vedere solo il cielo e il verde mi fa sentire come io sia qua, un frammento di qualcosa. Una versione indolente del gabbiano. Sono uno dei tanti umani nei tanti centri abitati che emergono ai margini della natura, qualsiasi cosa sia. Mi viene in mente, non ci posso fare niente, un videogioco a cui avevo giocato qualche anno fa. Ambientato in un paese sudamericano durante una rivoluzione, alla fine irrompeva la natura. I programmatori avevano virato tutte le cromie al verde. I rumori della jungla, gli animali, le piante che brillavano. Così io adesso, sul dondolo, mi sento fuori da ogni cosa. Erano falliti, i programmatori, dopo quel gioco.

Alla fine lo sento: è un po' che veniva fuori, che emergeva. Ma queste cose che stai pensando, mi diceva una voce, poi, le andrai a scrivere. Stai pensando queste cose perché le stai pensando, o stai preparandoti a scriverle? Mi spiego meglio Venerandi, stai pensando perché sei vivo o perché sei uno strumento di trascrizione? Se non dovessi scrivere avresti pensato queste cose? Mi spiego meglio, Venerandi: le avresti formalizzate in frasi e idee mentre le pensavi? Faccio cadere un braccio fuori dal dondolo finché la mano non tocca per terra e rispondo, non preoccuparti, questa resterà una cosa solo per me, non ne farò scritta nemmeno una riga. Sento la parte bassa della schiena che manda il suo dolore vitale, e sorrido, così, mentre emerge l'animale nero, mia figlia che mi chiede qualcosa che non ho.

Il mio corpo è un ematoma. Pieno di macchie, irritazioni, morsi. Segni di vene sottocutanee e sbocchi di azzurro blu in superficie. Punti rosa scuro e graffi viola longitudinali. Il mio corpo sembra un'installazione artistica postmoderna, potrei restare a guardarlo per ore, nella mia testa è tutto di pelle ragazzina, invece è un corpo di mandelbrot, più lo guardo più emergono cose che non ho mai visto. Atolli di pallini rossi, neri densi peli che sfarfallano. Macchie nere incastonate dentro l'irragionevole materia dell'unghia. Punture di parassiti.

Tutto, nel mio corpo, sembra irragionevole, è brutto il mio corpo e questo lo rende affascinante, dopo un po'. La pelle secca aggrinzita. Le cicatrici delle operazioni. Sembra il processo casuale delle cose e invece va avanti seguendo uno schema, ci sono delle specifiche implicite che lo modellano, in tutte le sue molteplici diversità. È interattivo il mio corpo, lo posso toccare. Manda pruriti, dolori. Sfrego la pelle per fare passare un fastidio e quella mi manda segnali di appagamento per poi tornare ancora più forte di prima, adesso mi fa male. Se lo massaggio manda calore e stanchezza.

È enorme – da questo punto di vista – il mio corpo. Non lo posso davvero sentire tutto. Lo muovo, lo animo, lo trascino da una parte all'altra del mondo, lo faccio risuonare, ma ogni volta chiudo gli occhi su come è fatto nella sua interezza. Fingo di averne il controllo, ma è impensabile tenere tutta quella roba assieme, averne contezza. Manda frammenti inintelleggibili, sento il mio corpo nell'aria, l'odore dei capelli dopo la notte, la carne sudata, dolori che vengono da sotto la pelle, mi invento organi interni che non esistono e che mandano impulsi, li sento, ho tutti i canali scavati nella faccia intasati da germi e materie che si scaldano e raffreddano, si sciolgono e raddensano, pompano e scivolano via.

Pensare che tutta questa roba è fragile e resiliente, potrebbe fermarsi tra cinque minuti, così senza motivo, o resistere per anni, nelle peggiori condizioni di sempre. Uno standard che – tra le altre cose – è qua che si guarda, si tocca, pensa a se stesso e muove le dita con un ritmo e una grazia disumana per lasciare segno.

In questi ultimi giorni non ho voglia di scrivere e di lasciare segno. Preferisco manipolare immagini. È così – lo so. Procedo nella vita e nelle cose che faccio come certi organismi primitivi che seguono le macchie di luce, poi le abbandonano, ne trovano altre, si scindono, eccetera. Quello che distingue un diario pubblico da uno privato è la rimozione della vergogna. Le cose più vergognose e meschine non emergono, restano là sotto come ombre scure sul fondo del lago. D'altronde tirare fuori le cose più grosse nere e limacciose, metterle per scritto, formalizzarle, non le ha mai disinnescate. Comunque se vogliono farti precipitare nel loro abisso, lo fanno.

Questa sera sono andato nel centro storico, ero preda di una voglia irrazionale di patatine fritte e volevo fingere per qualche ora di non vivere nella Valbisagno. Non è stata una delle migliori idee della mia vita, ma – facendo una rapida classifica – nemmeno una delle peggiori, diciamo metà posizione. Le patatine del supermercato erano unte come lo è la carta marrone su cui fai gocciolare il fritto e il gusto anche era simile. Ho guardato se qualche chiesa fosse stata aperta per qualche concerto sacro, ma non ho trovato niente e sono andato all'isola delle chiatte a leggere.

Girare da solo senza scopo è una cosa che ormai mi capita raramente, ma il corpo non è più quello di una volta, ero stanco, e per girare da soli è meglio l'inverno più freddo, il tutto ha un'aria più romantica e bohemien. Il centro storico era il solito framework di gente che ti attraversa la strada con l'espressione di volerti uccidere, negozietti di alimentari con una donna con il burka all'ingresso che scrolla un cellulare, microspacci di tecnologia & incenso con un ragazzo indiano o pakistano che si guarda attorno senza sapere bene perché sia lì e – soprattutto – pericolosi gruppetti di alpini che camminano con lo sguardo a volte famelico a volte un po' lucido.

Io passo in mezzo a tutto, ricordo cose che mi sono successe, passo davanti a un locale dove avevo letto poesie in pubblico per la prima volta – uh – ventisette anni fa. Guardo questi pezzi di Genova tenuti assieme da quello che mi ricordo di loro. Arrivo all'isola delle chiatte, mi siedo su una panchina, mi godo il dondolio leggero, il rumore delle corde che si tendono e rilasciano, tiro fuori il mio romanzo e inizio a leggere. Non lo tiro fuori dalla tasca, ma dallo zaino, mi sono portato lo zaino solo per portare con me il romanzo perché pesa una tonnellata.

Leggere è problematico, sia perché il romanzo è impegnativo, sia perché ogni tanto arrivano persone all'isola delle chiatte che hanno questa idea di mettersi a parlare, e io che posso fare? Fingo di leggere e ascolto. La faccio breve, arrivano questi tre ragazzi, due ragazze e un ragazzo che stanno parlando di un film di Dario Argento, Opera mi pare, e il ragazzo fa un po' il magnifico, si raccontano un po' di scene, il proiettile, la scena del proiettile è incredibile dicono, parlano della musica e io lì mi distraggo, cioè, mi metto a leggere il romanzo sul serio, quindi mi distraggo dall'essere distratto da loro e quando riprendo ad ascoltarli la ragazza sta dicendo che ora vuole rifarlo tutto.

E il ragazzo le chiede, “ma tutto dall'inizio?” e lei risponde di sì, allora lui, che sempre vuole fare il magnifico, dice allora “parti da Fuoco Cammina con Me, così si sa già chi è l'assassino” e la ragazza risponde che sì, pensa di fare così. Io giro appena la testa per guardarli con la coda dell'occhio mentre si allontanano. Avranno una trentina di anni meno di me. Occhio e croce.

Ecco, pensare che tre ragazzi di quell'età vadano in giro a parlare di cinema, che pianifichino di vedersi tutte le tre stagioni di Twin Peaks, con tanto di prequel, Twin Peaks che quando è uscito non erano manco nati, e che parlino di queste cose con quell'entusiasmo sbruffoncello e mitico che si ha a quell'età, ecco, mi ha un po' commosso. Un po'. Ho pensato che avere entusiasmo cieco e irragionevole è una benedizione che va tenuta accesa il più possibile. Va riconosciuta come una proprietà per chi è ragazzo e può ancora gestirla e pensarla come una cosa che c'è sempre stata e che non finirà mai.