Coerente è chi si contraddice: oggi per prova, ho chiesto a chatgpt il perché di alcuni glitch sonori nel mio videogioco che nascevano durante l'uso di una libreria che non avevo mai usato. in una ventina di minuti, a furia di tentativi, ha trovato due modifiche al codice a cui non sarei mai arrivato senza un qualche apporto esterno. Si contratta continuamente con le proprie convinzioni e i propri bias cognitivi.

Oggi mi sono svegliato con una melodia in testa. Ho cercato nel dormiveglia di rintracciarla e dopo un po' ho pensato, mi sa che è Debussy. Mi sono alzato e sono andato a cercare un suo cd e – incredibilmente – l'ho trovato. L'ho messo su ed è partita la cosa che avevo in testa. L'ho preso un po' come un miracolo.

Svegliarsi con un arabesco in mi minore di Debussy del 1888 nella testa, un miracolo. Ritrovarlo e riportarlo lì in questa nuova casa incasinata, un secondo miracolo.

Ho lasciato la casa in cui ero vissuto per venticinque anni. Pensavo che non avrei sentito niente, e invece provo un misto di sollievo e di consapevolezza. Quelle mura, quell'architettura, quegli spazi e quei vuoti non li rivedrò più. Un fatale mix di senso di colpa per quello che avrei ancora potuto costruire lì e non ero stato in grado e uno scarico di adrenalina per quello che ancora posso fare per il mondo.

Ci carichiamo di pesi per restare bene ancorati e paghiamo poi la retta del soffocamento. Ogni mattina un ragazzo viene da noi, mette le mani al collo e ci strangola un poco, sorridendo. Poi molla e ci lascia il resto della giornata con un debito di ossigeno. Così augurandoci un mondo migliore, per tutta la vita, finché la stretta diventa così importante da far emergere l'evidenza del dolore. L'aria entra ed esce così rapidamente.

Una vita di sacrifici per poter alla fine, corrosi e incancreniti, scrivere post su Facebook su come si stava bene da ragazzini, quando il mondo era bellissimo, l'aria pura e la mitologia norrena era incarnata nelle superbe compagne di banco.

È un po' che non aggiorno il diario perché sono successe tante cose e perché devo cucinare. Ci sono delle priorità. Ho paura di disimparare a essere un coglione completo che segue le macchie di luce dell'intelligenza e dell'arte e finire a vedere il mondo per quello che è: rovi e robaccia, plancton, microorganismi che vivono nella mia faccia e nei miei intestini, vuoto cosmico e strani vermi neri che da qualche mese vengono tutti a morire nel mio giardino. Oggi nel letto vedevo fuori dalla finestra (chiusa) masse di zanzare che picchiavano contro il vetro. “Con 'sto freddo” ho pensato. Saranno i morti di Carducci che hanno sbagliato indirizzo.

A scuola durante l'occupazione hanno sbrindellato un po' di cose. Oggi ero con una tastiera con qualche tasto in meno, il monitor con un graffione sopra, il computer con la ventola che grattava, dopo un po' è andato tutto in crash. Pare che abbiano tirato via tutte le ram. Nei racconti neorealisti rubavano il rame dalle ferrovie, oggi i banchi di ram da computer proto-preistorici. Che fatica. Quando l'entusiasmo si spegne un po', quando ti prendi un po' di ceffoni in classe per lezioni andate proprio da cani, che fatica. Servirebbe un po' di riposo alla Han Solo, una bella piastra di carbonio o cosa era, le dita in avanti, la faccia da pirla, le dita di Leia che accarezzano il freddo metallo pensando, ma chi me l'ha fatto fare. Potevo uscire con quello che ora fa l'avvocato, e invece 'sto scemo.

Ai genitori, dice, dite che non abbiamo l'organico completo. Ma caro, manco io ho l'organico completo: aprendo il ventre (non fatelo a casa) con un taglierino dentro manca un sacco di roba: ci sono alcuni organi inattuali, tipo una sveglia meccanica, un pollo di gomma, ma interamente in oro zecchino, paglia qua e là a coprire i buchi della pubblica amministrazione, una vescica che – se premuta – manda i suoni delle civilità perdute e dimenticate, un flauto dolce – immagino per esercizi anali fraintesi all'origine – una piantina di basilico (in peltro e velluto), due costole rotte e mai riaggiustate, alcuni rododendri, giusto per il suono del nome, come certi font: braggadocio.

Qua non c'è niente di utile, dice il cosmonauta uscendo dalla prosa sciamannata di questa roba pomeridiana. “Ricucite” ordina. Si toglie i guanti, il casco, sospira. Guarda l'esterno notte genovese, la valbisagno su cui si muovono come impazzite le luci dei camion, auto, moto per le strade ad alto scorrimento, alcune da valle verso monte, altre – contemporaneamente – da monte verso valle. Così, come tutto fosse normale, passa l'urlo radiante della sirena di un'ambulanza.