Credo che il brano di Prince costruito in realtà con l'intelligenza artificiale, al di là del fatto che non regga per l'intera durata del pezzo, costituisca un primo drammatico incontro con una sorta di nave di Teseo della pratica culturale. Poniamo, per ipotesi, che qualcuno riesca a ricreare un brano di Prince (ma il discorso vale ovviamente – non solo per qualunque artista – ma anche per altri media) che riproduca tutti gli stilemi vocali, musicali e di arrangiamento di Prince. Quello caricato su YouTube la settimana scorsa ci andava vicino, almeno nel primo minuto e mezzo.
Quello che voglio dire: mentre ascoltavo lo snippet del brano, sentivo e riconoscevo quello che a me piaceva di Prince, la sua voce, il fraseggio, il passare da un tono all'altro della voce, l'uso dei cori e tutti gli altri elementi che rendono la musica di Prince, Prince. In quel riconoscimento, in quell'agnizione che avviene ogni volta che trovo e riconosco un prodotto artistico o culturale che appartiene alla mia storia, avveniva una sorta di mimesi: facevo entrare quel frammento musicale all'interno della mia storia perché quel pezzo aveva la password di accesso alla mia memoria. Valeva la pena, tra le tante cose che abitano il mondo, di diventare una parte di me e viceversa.
È una duplice metamorfosi l'incontro con un prodotto culturale: noi che leggiamo, ascoltiamo, giochiamo o guardiamo il prodotto siamo investiti dal panorama delle tecniche, dei contenuti e dell'immanenza dell'opera (il fatto che sia lì, in quel momento, per noi) e – nello stesso tempo – l'opera è deformata dalla nostra lettura, dal nostro gusto e dalla nostra interpretazone. Tanto noi siamo cambiati dall'opera, tanto l'opera è modificata nel suo scopo da quello che noi, come singoli fruitori della stessa, la sfruttiamo per cose e in modi che l'artista potrebbe non avere nemmeno pensato.
In quest'ottica ascoltare una non-canzone di Prince e farla entrare di dentro di sé come brano di Prince perché si è mascherato come tale, fa sì che questo rischi di diventare davvero di Prince, perché la nostra proiezione lo rende tale. Mangiare qualcosa, qualunque cosa, rende quella cosa cibo, che lo fosse o meno.
Il passaggio è drammatico perché scompare quel rapporto di fiducia che abbiamo sempre avuto verso quella cosa indistinta che definiamo 'autore' o 'creatore'. Ci sono persone verso cui proviamo una fiducia e una sorta di amore/odio intellettuale verso cui instauriamo un canale privilegiato di comunicazione. Artisti, registi, musicisti, programmatori, giornalisti, scrittori. Una serie di codici, di stili, di strumenti ci permettono di definirli, di seguirli nel loro percorso, di definire i cippi chilometrici della loro biografica e di trarre alla fine quel (un po' patetico) vangelo storico della loro esistenza.
Tutta la storia della letteratura, per dire, è costruita così. Ora: nasceranno con queste tecniche di creazione algoritmiche prodotti che sono una derivazione di tutto quel vangelo, che non potrebbero esistere senza un carico di dati e di addestramento che parte dalla massa di informazioni, stilemi, opere che ogni singolo artista si è lasciato dietro. Questi prodotti saranno e non saranno dell'artista, perché in realtà c'è un secondo artista, quello che allestisce il clone; ma questo secondo artista non potrebbe fare nulla senza la massa algoritmica dell'addestramento basata sul primo.
Ma per me che ascolto il problema è drammatico perché – da oggi in poi – ogni prodotto culturale è un cavallo di Troia, un qualcosa che finge di essere qualcos'altro e che – attenzione – è composto della sua stessa sostanza. L'intelligenza artificiale ha smontato fibra per fibra il cavallo di Troia e l'ha ricostruito della stessa sostanza dell'originale, solo che non lo è. Ma a questo punto, nel momento in cui il nuovo prodotto è composto della stessa sostanza dell'originale, che ha le password per entrare nel mio immaginario e diventare memoria della mia vita, quanto è ancora importante che esista un autore dietro?
È – per certi aspetti – la morte dell'autore e la nascita di un prompter che si nutre di carogne dell'autore, se ne addestra gli intestini e poi metamorfizza in lui. E i prompter sono potenzialmente migliaia, una volta avvenuto l'addestramento chiunque può creare metamorfosi. L'autore, la sua storia, quel rapporto distorto che ha con i fruitori della sua opera possono anche non esistere più quando chiunque, a questo punto anche il fruitore stesso, può autonomamente creare un simulacro del piacere.
Pezzi come quello caricato su Youtube la settimana scorsa fanno morire Prince una seconda volta, perché uccidono l'idea di autore unico, uccidono l'idea di artista come ce la consegnava con un po' di ingenuità il novecento. E questo crea – in me – un certo livello di eccitazione e di sgomento.