Giro su internet come un ladro che cerca qualcosa che non c'è. Niente dà appagamento, è come se cercassi continuamente un update di una notizia che non esiste e che mi darebbe quello scarico di adrenalina di cui ho bisogno. Mi sveglio di notte, vengo preso dai terrori della notte che cantava Ferretti, le cose ingigantiscono, le febbri sociali, la vita diventa inesorabile, tutto diventa inesorabile, i fallimenti diventano inesorabili. Superare la notte, tenersi stretto a un peluche a forma di aminoacido, stringere con passione il proprio bite.
Giro per YouTube guardando le interviste di Klaus Kinsky. Ho di queste passioni rapide e che lasciano poi alle spalle carta bruciata. Metto i sottotitoli generati automaticamente che falliscono e generano dialoghi senza senso tra Kinsky e i suoi interlocutori. Studio i movimenti del corpo, del viso. Che bestia da spettacolo e che persona terribile. Poi passo a Carl Einar Hackner, giro nel suo canale e ora è un ragazzino che sembra uscito da un film di Kubrick, ora un vecchio youtuber degli anni '20. Mi prendo i frammenti di genio del corpo, i bagliori degli occhi. La società dello spettacolo è debordata in rete.
Siamo tutti lì a posizionare cellulari, accenderli e immetterci nella rete mentre facciamo il nostro frammento di cabaret. La rete è un grosso Drive In degli anni ottanta, con le cameriere tettorute, i tormentoni, la declinazione dei meme; ma il pubblico questa volta non resta al bordo a fingere di ridere (alcuni prodotti sono surgelati all'origine), ma si danno il cambio sul palco, come nei reading di poesia. Ora fai tu il poeta che io vado a fare il pubblico. Scrollo i profili dei violenti di destra che fanno la loro parte di NPC nei thread dei giornali online, e trovo il solito mix umano di attacco alle zecche di sinistra, amore per le moto di grossa cilindrata, difesa degli animali abbandonati, deliri antivaccinisti, attacchi contro l'Islam e poi elementi inattesi, il dispiacere per la morte di Battiato, l'attacco a Netanyahu. Sembrano tutte variabili acceso / spento, messe un po' a casaccio. Probabilmente è così per ognuno di noi.
Quando entro nel mio profilo e vengo accolto da messaggi compatibili a quello che penso io, alla mia idea di scuola, di vita e di civiltà, vedo alcuni profili che promuovono cose in cui sostanzialmente credo anche io, accoglienza, accettazione del diverso, difesa della fragilità ambientale, dopo un po' che scrollo in questa bolla algoritmicamente selezionata che conferma la mia rudimentale visione del mondo, mi immagino che la stessa cosa accada agli altri, chi entra e si trova i sistemi basati sulla razza, il terrore dell'Islam, la sostituzione etnica, le big pharma, la scuola meritocratica dei figli dei benestanti e giri in questa sua versione di Facebook dove trova solidità e conferme della sua visione del mondo, sempre più radicalizzata e incompatibile con la mia. Questa scellerata manciata di miliardari non la pagherà.
Su un sito in cui si supportano gli artisti che lavorano a progetti in fieri mi sono abbonato a un programmatore di videogiochi erotici. Sta sviluppando un videogame erotico, una visual novel costruita come sandbox. Non dirò il titolo. La cosa di scrivere al programmatore per segnalare i bug o i suggerimenti di un videogioco erotico mi mancava, è piuttosto straniante. La cosa che sto un po' studiando di questo campo del arte videoludica è il cambiamento di linguaggio e di interazione di quella che da millenni è stata la forma della narrazione erotica in letteratura, cinema, fumetti. Il videogioco anche in questo caso ingloba e – nei casi più interessanti – mashuppa generi e linguaggi diversi ampliando il racconto minimo del porno.
Capita che venga presentata una tipica situazione da film porno: l'amica di quella con cui ci stai provando che ci prova – di nascosto – con te, l'amico di colore che ci prova con tutte e poi ti racconta le sue imprese erotiche e poi questi stereotipi vengano scardinati: l'amica che ci prova ha un padre che a casa la mena, sta per crollare psicologicamente. Il tuo amico che ci prova con tutte ti sta mentendo: ha un tumore e prende farmaci che lo hanno reso impotente. E così via. In altri viene gamificata la Lolita di Nabokov in chiave un po' pop. Insomma, la parte erotica resta, ma i confini narrativi vengono ampliati con la tipica struttura a bivi che danno al lettore/giocatore una libertà che al porno tradizionale non era concessa. Non stai guardando due che fanno sesso: choose your own orgasm.
E mi aveva colpito qualche anno fa quando avevo preso un bundle enorme di videogame indie, di quanto la visual novel, anche erotica, fosse uno strumento di sensibilizzazione LGBT. Se è vero che che il grosso dei videogame erotico/porno in cui ci si imbatte ha come target il maschio (temo anche un po' aged, e di bocca buona), tantissime altre visual novel sdoganano ad esempio la relazione omosessuale, con narrazioni inconsuete e sincere. In una – ricordo – la protagonista si innamorava di un essere alieno e il goal era stabilire una relazione sentimentale con lei (tentacoli! spore!). In un'altra sono una sorta di corvo bandito pistolero antropomorfo che sta faticosamente flirtando con un altro bandito pistolero cercando di salvare un villaggio di ex-minatori. Why not?
Ieri invece stavo giocando a Outer Wilds con secondogenito e terzogenita e a un certo punto terzogenita stava per atterrare su un pianeta sul quale io regolarmente mi schianto, così per auto-sfottermi le ho detto che adesso le avrei spiegato come si atterra. Lei ha riso perché è più brava di me a muovere la navicella, così io le ho detto che dovevo spiegarlo lo stesso perché io sono un maschio adulto, mentre lei è una femmina e quindi era mio dovere fare mansplaining. Lei ha continuato a ridacchiare e io le ho detto, “ma forse non sai cosa è il mansplaining?”. “So benissimo cosa è!” ha risposto lei, al che secondogenito è intervenuto: “beh, è nostro dovere come maschi spiegartelo ugualmente, perché – in quanto femmina – probabilmente non lo hai capito bene”. Abbiamo continuato così tutta la sera ridendo come dei cretini coniando termini come daugthersplaining e dandoci consigli non richiesti a vicenda.
Ieri invece, nel bar della scuola, una collega si lamentava di come spesso, in prima, se una ragazza nei primi mesi va male, in molti docenti scatti la molla del riorientamento. “Non è adatta a questa scuola”. E la cosa che notava la collega è che questo meccanismo scatta molto più facilmente nelle ragazze che nei ragazzi. Ai maschi vengono perdonate le peggio cose per molto più tempo, si dà per scontato che possano essere fuori asse rispetto alle aspettative dei docenti. Una ragazza che sbaglia invece no. Le ragazze sono più serie, ci credono di più: questo pensano i docenti. Se una ragazza è fuori asse, vuol dire che proprio non ce la potrà mai fare. “E il fatto è che molti colleghi nemmeno se ne rendono conto di aver questi bias cognitivi” concludeva.
Io, fuori luogo, portavo il discorso anche sugli stranieri. Per gli stranieri, specie se parlano poco l'italiano, scatta un meccanismo simile. Riorientare significa in realtà togliersi dalla classe gli elementi rognosi, quelli che sarebbero fuori luogo in ogni scuola, secondo quest'ottica. Certi docenti vorrebbero avere in classe solo studenti collaborativi. Magari ben istruiti e con una buona famiglia alle spalle. Ma nel dirlo mi sono reso conto di aver sbagliato: avevo anche io tipitizzato e minimizzato quello che era un discorso ben preciso. In realtà erano due discorsi diversi; nell'accomunarli avevo sminuito l'importanza e l'identità del primo. Che fatica. Dietro, le macchine del caffé, l'orologio che inesorabilmente crollava verso il suono della campanella.