Ieri decido di fare questa passeggiata nel centro di Genova, senza nessun motivo in particolare, cosa che accade molto di raro. Posteggio zona Brignole e inizio a camminare come un gatto, vado nelle zone al sole, entro dentro a Comics Corner, frugo con gli occhi, chiedo se sanno quando uscirà Alterlinus 6 che è un po' un numero quantistico, c'è e non c'è nello stesso tempo, sfoglio, desidero, esco.

Cammino strusciando i piedi per terra per via XX Settembre quando sento qualcuno che mi chiama. “Venerandi!” urla. “Sei Venerandi?” chiede e si avvicina a me. Lo guardo tenendomi un po' sulle mie. Lo osservo e come al solito non lo riconosco. Il fatto è che io non riconosco nessuno. Tendo a dimenticare. Side effect dell'egocentrismo. Allora faccio questo esercizio di osservare bene i lineamenti di quest'uomo che ho davanti e cercare di immaginarmelo da ragazzo, di farlo ringiovanire, sperando che emerga la faccia di qualcuno che non vedo magari da anni perché le persone, me escluso, hanno questa caratteristica di invecchiare, di mutare, trasformarsi nel tempo mantenendo però un semino dentro, una libbra di carne che è ancora quella che ho conosciuto. Se trovi quella poi tiri e via via emerge anche tutto il resto, l'ossatura del ragazzino è lì sotto sommersa da tutta la sovrastruttura del tempo. Comunque anche questa tecnica non funziona.

“Ciao?” dico, come farebbe secondogenito. L'uomo sorride e mi dice “Sono Emilio Pozzolini!” e qua ci metto un attimo perché il mio database è un colabrodo e Emilio Pozzolini era in un area sematica completamente diversa da quella di me in via XX Settembre a Genova che passeggio cercando le macchie di luce; poi l'agnizione, come nella migliore tradizione della commedia dell'arte. “Emilio Pozzolini” dico e – niente – Emilio Pozzolini, cavolo, dico, hai scritto la colonna sonora del mio ultimo videogioco! heee ehh ci mettiamo a ridacchiare come due complici, ci diciamo le cose che stiamo facendo, gli racconto dell'editore interessato a la lingua nella testa, lui mi racconta del sound design e sono anche contento perché il fatto che io non lo avessi riconosciuto aveva senso, non l'avevo mai visto, avevamo lavorato per sei mesi come entità virtuali, per quanto ne sapessimo noi poteva anche non esistere un vero Venerandi e un vero Pozzolini e invece eccoci qua, ci siamo davvero incontrati per caso in via XX Settembre, tipo dottor Livingston I suppose e ora ridacchiamo, io avvicino la testa.

Io avvicino la testa, questo Pozzolini non lo sa, perché ho qualche problema dentro la testa, non so bene dove, ma sento tutto male, ovattato, è un anno che provo a fare cure, deve essere la lingua nella testa che si sta divorando gli interstizi e lì in mezzo a via XX Settembre ridacchio e chiacchiero con un forte spaesamento perché quando parlo è come se sentissi me che parlo da un'altra parte, una specie di ritorno in cuffie di una fonte sonora che chissà dove è finita, scrivo queste cose per appunti per la mia medico, comunque ci lasciamo, ci tocchiamo le ginocchia delle braccia come avrei scritto un tempo, un tempo quando scrivevo per non perdere tempo, se non mi veniva in mente un parola, cosa che mi succede molto spesso, andavo di analogie e perifrasi, ginocchia delle braccia ha un suo perché, che è comunque un correlativo oggettivo, toccarsi i gomiti, ecco come si chiamano, toccarsi i gomiti vicendevolmente come immagine della complicità intellettuale.

Ci lasciamo come due barche trascinate dalla corrente e io vengo risucchiato dentro Feltrinelli, prendo l'ascensore che va all'ultimo piano così posso girare ancora un frammento di video di me in ascensore, sto facendo questo video di frammenti di viaggi in ascensore, sono due anni che li accumulo, non so perché – ma poi – diciamocelo – quasi ogni cosa che faccio non so bene il perché. Come avrebbe detto Kennendy citando non mi ricordo più chi, “perché era lì”. Le cose sono lì, e vanno fatte. Si fanno fare. Pensa al sesso.

Arrivato in cima a Feltrinelli inizio a ridiscendere verso il basso, girone dei dannati dopo girone dei dannati. Non devo comprare niente, guardo, sfoglio. Guardo come è metamorfata dentro di sé in questi ultimi anni: sono svaniti nel nulla i dvd, scomparsi i bluray, ridotti in un'ultima nicchia i neanderthal dei cd, distanti dalle sciccherie dei vinili redivivi, tra trionfi di gadget, giochi, il ritorno di massa dei manga giapponesi. Muta la sua natura, molto è stato divorato dal digitale. Restano lì, inossidabili, i libri, come relitti a presidiare il territorio. Ne prendo qualcuno in mano e lo rimetto a posto, con imbarazzo e cortesia.

Esco. Attraverso la strada e entro alla Berio, la biblioteca civica. Non so perché, giro un po' dentro, cerco indizi di qualcosa che sta succedendo. Prendo un libro di fumetti di Schuiten e Peeters, una donna spaziale che vuole andare a visitare la Parigi inesistente di Albert Robida. Vedo una sedia e un tavolino Ikea per bambini. Non c'è nessuno. Mi infilo dentro alle mie ginocchia e mi siedo. Mi metto lì a leggere, guardo i disegni. Il fumetto è bello ma non mi piace. Vale comunque la pena leggerlo. Resto lì finché non mi mandano via. Anche questo l'ho fatto, penso. Non era scontato. Esco.

Salgo fino alla cima di via XX Settembre, entro nel palazzo Ducale e intanto penso. Una frase affiora nella testa: “il prodotto è una malformazione”. Dopo tutta venti Settembre ho nausea del pensare a pacchetti. A prodotti. A contenitori. A essere rassicurato. Mi sembra di essere in un enorme kindergarden per adulti, un parco giochi di plastica colorata circondato da un muro con dei pezzi di bottiglia cementati sulla cima: seduto a cavalcioni, come il gatto di cui resta solo il sorriso, Montale. Quello che ha davvero senso è insensato. E non si vede.

Ho bisogno di qualcosa che abbia senso. Così, inizio a fotografare le cose, cerco il punto in cui la cosa smette di essere e inizia a essere qualcosa di diverso. Dove finisce il prodotto e inizia la cosa. Alla fine faccio una foto che mi calma, un armadietto elettrico su cui è stato appeso un grosso poster di sensibilizzazione per la vicenda di Regeni. Faccio la foto in modo che le scritte esplicative restino fuori ed entrino quelle della tensione elettrica. Mi sembra la cosa migliore di ieri. La condivido. Faccio altre foto, sull'entusiasmo, dei video. Tutti trascurabili.

In quel momento sento una voce che mi chiama. “Venerandi, eccoti!”. Mi giro. Questa volta lo riconosco, sorrido, è Guido Caserza. Mi parla, fa un lungo discorso per dirmi che si sta per vedere con Donald Datti, che è un caso incredibile che ci siamo incontrati proprio mentre lui sta per vedere il Datti. Io gli dico che oggi – per noi ieri – è una giornata particolare. Poi gli racconto che quest'anno lui, Caserza, è nel programma di maturità della mia classe, ce l'ho messo io. Come poeta. Lui mi guarda. “Ma sei pazzo?” mi chiede serissimo. “Caserza: sì” rispondo e sorrido e lui si apre. “Allora va bene”.

Uscendo dal Ducale lo accompagno dal Datti che mi guarda come se non ci vedessimo da anni e forse quasi. Ci abbracciamo. Fuori c'è un sole caldo. “Vieni a prendere un aperitivo con noi” mi chiede gentilmente Caserza e io dico, “me ne vado” e me ne vado, li saluto con una mano, scendo per via XX Settembre, faccio il percorso all'inverso e vedo la città che brulica, di nuovo, è tutto un movimento, sotto al sole tutto lampeggia, brilla, e mentre cammino sul bordo della strada per stare al sole penso che quella cosa lì, quell'emozione che sto provando nel vedere il campo lungo della città, l'idea di sentirla come una cosa straniera e multiforme, come l'open world di un videogame in cui sono dentro da decenni, quella non la posso fotografare o riprodurre, è lì per me.

Alla fine torno verso casa, ma prima passo dai miei genitori per salutarli, salendo prendo l'ascensore. Appena entro mia madre mi rimprovera. “Ho letto le cose che hai scritto su Facebook. Sono cose brutte. Tutte cose tristi. Non scriverle più così tristi!”. Io ridacchio, mamma – le dico – quella cosa lì era un inno alla vita, ha preso un like. Era poco prodotto. Mangio delle mandorle e una banana. “Perché – mi chiede poi mia madre – sei salito con l'ascensore? In genere prendi sempre le scale!”. Io la guardo, indico il cellulare: sto facendo dei video di me in ascensore, le spiego.

E lei mi guarda con profonda commiserazione.

“Ah – aggiunge – domani è il tuo compleanno. Ti do già il regalo?”. Guardo le mie braccia e mi sento così libero senza niente addosso. “Me ne vado” dico, abbraccio lei e mio padre che ridacchia guardandomi. E me ne vado.