Ieri ho finito di leggere Il giardino dei sette crepuscoli, l'avevo iniziato a febbraio. Mi ci sono messo d'impegno per terminarlo prima dell'inizio degli orali. Ero sul divano e mi sono reso conto che non vedevo la pagina: un po' per l'oscurità, un po' perché la mia vista peggiora con il passare degli anni, avevo delle informazioni parziali del testo. Le lettere si diluivano, dilavate in macchie diventavano un impasto con la pagina e capivo il senso perché il mio cervello – bontà sua – completava quello che non vedevo.

Era come se un'intelligenza artificiale generasse di volta in volta le pagine del libro per accostamenti probabilistici dei vettori delle forme tipografiche dei caratteri e la mia parte razionale trasformasse quella parodia della pagina stampata in un qualcosa che avesse senso. In più mi davano fastidio le modalità con cui il protagonista della storia si innamorava. Vedere il tuo corpo che invecchia e perde possibilità e fascino, rompe la valvola che teneva tutta la vaporosità di quello che pensi di te stesso così in alto, nel grande panopticon indistinto delle relazioni sociali.

Sono qua che aspetto di essere felice, pensavo ieri, volevo farne l'incipit di una poesia, ma in questo periodo non scrivo più in versi. Programmo anche pochissimo. Non ho idea del perché, ma mi interessano – in questi mesi – le immagini. Faccio molte fotografie, mash-up, video, senza più l'ingombro dell'apparato testuale. E uso pochissimo l'intelligenza artificiale, giusto ogni tanto per sprecare energia e affrettare il momento in cui diventerà inaccessibile per i costi di gestione. Ma – in genere – per cazzate.

L'immagine invece in questo periodo mi restituisce di più mentre la tratto. Ho iniziato a fare dei mash-up di opere d'arte, ne sta venendo fuori una serie che si chiama crasi. Giro per ore in un sito che raccoglie immagini di opere d'arte e mi sono fatto prestare da un collega che insegna tecniche di disegno tre volumi di storia dell'arte che sfoglio. Quando due immagini mi sembrano cortociruitare, magari una che ho sotto gli occhi e una nella mia memoria le porto su gimp e inizio a lavorarle per metterle assieme. Butto via l'ottanta per cento delle prove. A volte certe cose sono buone solo nella mia testa. Qua si vede il fatto che sono invecchiato: un tempo avrei pubblicato tutto.

Oppure giro e faccio foto. Mi diverte provare a fotografare al buio con l'otturatore aperto oppure uso un filtro in ingresso che trasforma il reale in una sua versione bitmap, un dithering che degrada tutto creando un'estetica che trovo affascinante. Non tratto la fotografia, ma fotografo già quello che il filtro deforma, cerco di vedere il mondo – voglio dire – con l'occhio algoritmico del filtro. E poi – vabbè – vado in giro a fotografare le immagini che possono servirmi per Inferno, la visual novel che devo finire. Ieri ho fatto delle foto dei corridoio di un rivenditore di piastrelle che erano perfette e in settimana devo andare al cimitero per fare due foto a una serie di loculi che ho in mente.

Aspetto di essere felice e alla mattina sentire qualcosa di caldo che staziona nella bocca, poi scende per la gola e inizia ad appesantire lo stomaco, è un passo nella direzione giusta, pare.

Oggi ho fatto una lunga passeggiata perché non stavo bene, sentivo un senso di leggera depressione e una rabbia interna senza ragione apparente. Mentre camminavo mi fischiavano le orecchie, acufeni al massimo livello, il che aumentava ancora di più il senso di fastidio. Guardandomi attorno, quello che vedevo mi intristiva. Non c'era nessun motivo, ma era così. Volti persi, gente affamanata seduta per strada con lo sguardo di chi ti vuole spolpare, marciapiedi con il cemento frantumato da decenni, gente violenta, la periferia. Tutto concorreva a farmi stare peggio.

Io camminavo veloce, cercavo di bruciare. Formulavo frasi nella testa. Cercavo un testo per un video, che poi non ho fatto. Il testo diceva qualcosa del tipo: il problema non è rendersi conto che l'umanità è insostenibile. L'umanità è insostenibile. Insopportabile. Solo se sei innamorato puoi non farci caso, l'umanità – cioè – resta insostenibile, ma tu sei innamorato e pensi che sia uno scambio equo: tenere l'innamoramento e sopportare l'umanità, il mondo. Ma il problema non è lì. Il problema è quando ti vedi da fuori e scopri che anche tu sei insopportabile. Ti senti parlare, vedi i tuoi tick, la tua voce lagnosa, consideri i tuoi bias, i tuoi pregiudizi e capisci che sei come tutti gli altri. Uno dei tanti tasselli. Pensavi di essere diverso, tutta la narrativa ti ha sempre detto che tu eri diverso, che eri il prescelto, ma in realtà sei uno dei tanti. Il video finiva così.

È stato in quel momento che ho provato una rabbia intensa, non verso l'umanità, le persone che camminavano vicino a me, i messaggi pubblicitari, tutta questa gente che vuole vendermi qualcosa – qualsiasi cosa – continuamente. Ho sentito una rabbia salire per il corpo, ma una rabbia verso me stesso. Immotivata, cieca, invisibile. Una rabbia materiale, perché era della stessa consistenza della mia carne, e saliva e in quel momento ho avuto paura. Perché un conto è fare della narrativa, come sto facendo adesso, raccontare cose che magari mi sono inventato. Tu che mi stai leggendo non hai idea se quello che ti sto scrivendo è successo davvero. Un conto è fare narrativa, partire da un particolare e allargare il discorso, creare tutta la struttura che l'occidente mette in piedi per raccontare qualcosa.

Ma un altro conto è quando succede davvero, quando sei li con la lingua nella testa che fai narrativa e la lingua rimane annodata, un rigurgito di odio sale e annega tutto quello che incontra, la lingua stessa si irrigidisce, si spaventa. Teme di non riuscire a raccontare quello che gli sta succedendo, di non averne la possibilità, di rimanere sommersa e schiacciata sotto. Questa volta sta succedendo davvero. Una paura carnale.

Di cosa? Non lo so. Che sia tutto lì. Alla fine è tutto lì. Non lo so in realtà.

Ho ripreso a camminare e ho camminato ancora per almeno un'ora finché il corpo ha iniziato a farmi male, a tornare umano, un po'. Ho preso fiato. Ho attivato lo smartphone e sono sceso in mezzo alla strada, nella corsia degli autobus, stando attento che nessuno mi investisse. Ho fatto delle foto ai cartelloni pubblicitari a cui avevano tolto tutto. Restava il colore del metallo raschiato, il grigio sovrapposto della sua materia che – in quel momento – mi sembrava una delle poche cose che – guardandola – mi rispondeva.

Vedi, ho detto stamattina allo studente alla correzione del suo elaborato, il tuo compito ha mostrato che hai delle belle idee, che sei curioso e che devi continuare a leggere perché il tuo vocabolario deve crescere, si vede che hai difficoltà a volte a trovare le parole giuste. E la seconda cosa – gli ho detto – è che mentre leggevo il tuo elaborato, mi sono commosso. Davvero, commosso. E gli ho spiegato quando e perché. E lui ha fatto un espressione del viso strana, come dire.