Ieri sera dicevo ad Elettra che in questi ultimi sei mesi mi sono reso conto di essere una persona piena di imperfezioni. Lei ha contestato: dice che ho sempre riconosciuto i miei difetti, anche prima. Determinato, così ha detto, nelle sue idee, ma che riconosceva i propri difetti. Non ero d'accordo; ho risposto che ultimamente ho visto che le cose sbagliate che faccio sono molte di più di quelle che pensavo prima. Girando la carne c'erano tutti i vermetti. Non verrò rivalutato post mortem anche perché – dopo che sarò morto – per quel che ne posso sapere io, il mondo potrebbe dissolversi come un sogno o come un enorme glitch di qualche inintelleggibile sistema dati.
In più, a scavare, è pieno di gente che meriterebbe di essere rivalutata. Potere della rete; giri e trovi badilate di cultura. Levata la manciata di persone che il sistema culturale porta per qualche istante davanti agli occhi della gente, per poi farla – spesso – ripiombare nel buio, sotto, c'è pieno di gente che scrive, fa musica, gira video, programma cose. Pieno. Qua siamo a ricordare Susanna Tamaro perché. Perché ci fa comodo. Abbiamo bisogno di bamboline voodoo da infilzare con gli spilli della nostra povertà spirituale e del nostro immondo bisogno di mondo. Teniamo appesi agli alberi gli specchietti di vetro per attirare indigeni e spaventare corvi, a seconda. Ma sono solo dei pezzetti di vetro di nessun valore. Sotto, nel terreno pieno di humus, c'è tutta una umanità di creatività che si contorce, lombrichi che sono lì a mangiare con una bocca e defecare cultura con l'altra.
Così la polemica di oggi è di un romanzo che forse è stato scritto interamente con l'intelligenza artificiale, forse no. Esiste un concorso annuale, da molto tempo, me lo aveva segnalato Roberta, dove si ha un mese per scrivere un software che scriva letteratura. Una volta ho partecipato, ho scritto un software che prendeva frammenti da Madame Bovary di Flaubert, divisi tra Emma e Leon, due tra i protagonisti, e divisi tra sentimenti di amore, indifferenza e odio. Poi generava infiniti capitoli dove un termometro variava chi provava cosa, attingendo alla base dati di Flaubert. Figurati. Sai cosa me ne frega dell'intelligenza artificiale. Usare l'intelligenza artificiale, per scrivere narrativa, è per me come comprare una minestra liofilizzata e guardare uno che se la mangia al posto tuo. Dico meglio: usare l'intelligenza artificiale per scrivere romanzi al posto mio, è una idiozia. Se voglio usare l'intelligenza artificiale è per fare cose che io – da solo – non posso fare. Ma se sono scarso a scrivere, perché mettermi a scrivere romanzi? Ci sono tante belle cose più remunerative che si possono fare.
Al netto di questo giudizio di stomaco, legato a me oggi e non domani e non ieri, in questo momento, appunto, di usare l'intelligenza artificiale non ne ho voglia. Non sento il controllo. Troppi attori che ci mettono le mani. Ancora è nel pieno del suo sviluppo. Le sperimentazioni le ho già fatte, in questo momento la guardo e la seguo da lontano, faccio brevi prove, ma non ho proprio voglia di perderci tempo, accumulare competenze che tra tre mesi saranno diventate ridicole. Per fortuna non sono costretto a fare il fuffa-guru. Per snobberia, di fronte alla possibilità di platinare prompt, vado nella direzione opposta. Tipico di me. Passo il pomeriggio a riprendere pietre nel greto del Bisagno con una fotocamera in bianco e nero. Registro suoni della natura, motori, vetri che si spezzano. Sempre fatto così, direzione ostinata, contraria e antiremunerativa. Pieno di errori, dicevo. Sorry.
E stamattina, domenica, sono seduto al tavolo della cucina, lontano il Macbook manda i brani di o\i di Peter Gabriel mentre io batto i miei diti, anzi le mie dita – femminile sovraesteso – alcune mie dita sono genere maschile senz'altro – sulla tastierina morbidosa del Tab XC e dalla finestra sbuca finalmente un sole caldo che mi brucia la schiena e illumina tutto lo schermo a inchiostro elettronico dove le parole che penso – magia! – appaiono nero su bianco man mano che le le mie dita fanno la loro ginnastica e questo – essere qua seduto a scrivere, ascoltare nuova musica, avere davanti un ebook che si sta generando man mano che penso, mi pare una bellezza invidiabile a cui sta aggrappato tutto il mio corpo sempre più orribile, le mie idee sempre più puerili, tutti i rumori gargarismi del mio stomaco, tutti i casini della vita e della routine lì appoggiati che aspettano di annichilirmi. Qua e ora. Un sottile senso di nausea. Il secondo caffé della giornata, gli accenti sbagliati, i refusi invisibili. Nessun dio, almeno questo, ad alitarmi addosso per rendermi più vivo. Qua sono già tutto arrossato, grazie.