Ieri sera sono andato – da solo e un po' alla cieca – a sentire un concerto che sulla carta avevo capito essere jazz, al porto antico. Ho preso il mio scooterino elettrico e sono partito. La faccio breve: in testa avevo un thread che avevo letto da poco di un signore, un musicista, che da anni posta regolarmente contenuti nazionalisti, conservatori, anti woke, anti-lgbt, senza nemmeno la rozzezza necessaria a farlo ma cercando di nascondere questa spazzatura dietro a una patina di decoro culturale. Un borghese che spamma continuamente il terrore del piano musulmano per indebolire l'europa, del piano gay (talvolta però non resiste e gli esce “froci”) per distruggere la famiglia, uno di quei conservatori che difendono il cristianesimo finché il Papa non dice qualcosa di cristiano, allora viene fuori che anche il Papa fa parte di qualche piano contro il cristianesimo. Uno che si lamenta che questo governo di destra non è abbastanza di destra.
Un po' come i gessetti che vengono convocati a qualche piano-scuola generale di Valditara e se ne vanno lamentandosi che la scuola di Valditara non è abbastanza conservatrice, o lo stesso Valditara che di fronte all'idea di scuola di Vannacci – aberrante – dichiara che quella scuola la sta già facendo lui. C'è questo desiderio della destra di superarsi a destra che prima o poi ci farà schiantare contro il guardrail.
Comunque, il tipo borghese lo tengo tra gli amici come falso positivo e perché mi viene sempre bene per fare qualche screenshot e usarlo come materiale di discussione in classe. Ieri – torno sul pezzo – pubblica una foto in cui si vede una via di una città europea, sporca, piena di ragazzi di colore seduti per terra o che camminano per strada, qualche arabo, e in primo piano un signore occidentale, con la borsa della spesa, che chiede informazioni a due poliziotti dai tratti somatici mediorientali. Il testo era qualcosa del tipo “mio figlio parla con due poliziotti, 2060”. L'immagine era fatta con l'intelligenza artificiale. La cosa non è nuova: per creare terrore nazionalista, l'intelligenza artificiale è una benedizione. Si possono concretizzare le proprie paure e rendere virali, in pochi secondi.
In scooter, appunto, ripensavo e analizzavo l'immagine postata dal nazionaliista: le strade erano sporche, piene di spazzatura. I neri erano tutti maschi e tutti giovani, molti malvestiti, buttati a terra o a non fare niente. Le guardie musulmane erano un maschio e una femmina, l'uomo dai tratti indiani e con la barba nera, aveva una spada e una pistola legati alla cintura, mentre la donna aveva il velo a coprire parte del volto. L'occidentale era anziano, innocuo, rassicurante rispetto a tutto il resto. Ecco la conquista occidentale da parte del mondo musulmano a cosa ci porterà. L'immagine l'ho salvata, mi verrà utile a scuola per una lezione sugli stereotipi.
E – sceso dallo scooter – mi sono trovato in un mondo che apparentemente era simile a quello rappresentato nell'immagine: il centro storico di Genova, spesso d'estate, è un melting-pot straordinario: camminando per il porto antico trovavo famiglie di persone di etnia subsahariana accanto a orientali, sudamericani, gente che proveniva dall'africa bianca seduta vicino a ragazzi e donne mediorientali. Come nell'immagine, in alcuni punti, le persone con le caratteristiche somatiche occidentali erano una minoranza. La paura. Ad un certo punto, dall'altra parte della strada, tre ragazzi iniziano ad urlarsi contro, parlano una lingua che non conosco e per un attimo ho paura che si facciano del male. Il docente che è in me sta per farmi andare di là, ma la cosa si risolve da sola, uno si allontana dagli altri, pacieri intervengono. Ecco, vedi, penso ancora, la paura.
Cosa voglio dire: che effettivamente il primo istinto è la paura. Poi continuo a camminare e cerco di vedere e individuare le cose che – nel mondo reale – sono diverse dalla foto generata dall'intelligenza artificiale, così, come esercizio mentale. E se i ragazzi di prima rientravano nel pieno dello stereotipo dell'immigrato violento e pericoloso (senza sapere nulla di loro o di cosa si stessero dicendo, beninteso), quello che vedo attraversando i vicoli e la piazza è radicalmente diverso. Incontro donne, bambini che giocano, anziani. Eleganza nei vestiti, incontro famiglie, persone che si salutano, si siedono assieme e parlano, guardano il mare, la gente. Se mi allontano dagli stereotipi della propaganda nazionalista, c'è la gente.
Entro nello spazio del concerto, mi siedo. Sale sul palco l'organizzatrice che spiega che il primo concerto sarà di Mirna Kassis, una cantante nata a Damasco e trasferitasi a Genova dopo lo scoppio della rivoluzione siriana. Con un esemble di musicisti internazionali eseguirà una serie di canzoni tradizionali in lingua araba. Mi viene da ridere. Ecco, ci fosse il musicista nazionalista, un esempio concreto della paura: la nostra cultura sostituita da quella araba, addirittura attraverso la musica e il canto.
Mirna Kassis, che non conoscevo, nell'ora che segue fa un concerto di musica araba, tradizionale, con diversi riferimenti alla Palestina e al paese dove lei viveva da bambina, piuttosto emozionante. I musicisti si muovono su una base elettronica intrigante, dove si accostano elementi di musica analogica e acustica ad altri – appunto – più digitali. I momenti in cui mi sono goduto di più lo spettacolo sono stati due. Il primo quando la cantante ha cercato di farci cantare in arabo un ritornello in modo che lei potesse poi improvvisare sopra il nostro canto; il secondo quando è scesa tra il pubblico, sempre cantando, per spiegarci i passi di danza da fare per ballare quel pezzo che era nato per la danza.
In entrambi i casi il pubblico ci ha provato. Un coro arabo, melodico, è partito nell'aria calda del porto antico e poi si è creato un cerchio di donnne e uomini che danzavano, imitando i passi della cantante.
A seguire un gruppo franco algerino, i Mezar sono andati avanti quasi fino a mezzanotte con quello che la presentatrice ha definito come un blues-desertico, sempre in lingua araba. Anche questa volta riferimenti alla Palestina e ai tanti altri paesi che sono sotto un oppressore. “Oggi – ha ricordato la tastierista – si festeggia l'indipendenza dell'Algeria”. Quando gli oppressori eravamo noi. Alla fine ero sotto al palco, non dico a ballare, ma a muovere alcune parti del corpo a tempo.
Tornando indietro penso alle tante difficoltà. Alla fatica di tenere in piedi questa serie di diritti che ci rendono poi umani, assieme a quel bagaglio di roba che è la tradizione, il sesso, la religione, la cultura. Alle tante contraddizioni: il grosso del pubblico che era con me era di borghesi occidentali. E quasi tutti più o meno della mia generazione. C'era qualche ragazza e qualche donna con un velo a coprirgli i capelli; una scena che mi sono goduto è stato quando una ragazza con un velo a coprire i capelli, dalla foggia mediorientale, è andata a ballare sotto al palco, durante il concerto di Mirna Kassis, e due ragazzine più giovani, vestite in maniera simile, hanno inziato a fare le facce sbalordite ridendo e a riprenderla con il cellulare. Costumi, incroci.
Ma il grosso del pubblico era di zecche comuniste, vivaddio. Dio ci benedica.
Passare dall'intelligenza artificiale che fotografa le paure che i nazionalisti vogliono diffondere ai tentativi di integrazione culturale che la mia città mette in piedi, è stato istruttivo. Perché è come uno di quel giochi dove devi decidere del tuo futuro: bisogna fare delle scelte. E le scelte che fai avranno un impatto. Cantare musica siriaca, scendere tra il pubblico, mostrare passi di danza che si tramandano da generazioni è una scelta. Creare immagini di disagio e diffonderele senza fonte, è una scelta. Condividere la prima cosa o la seconda, è una scelta.
In entrambi i casi – sad but true – chi ci muove è l'utopia, l'idea di un mondo diverso e migliore.