Il mio corpo è un ematoma. Pieno di macchie, irritazioni, morsi. Segni di vene sottocutanee e sbocchi di azzurro blu in superficie. Punti rosa scuro e graffi viola longitudinali. Il mio corpo sembra un'installazione artistica postmoderna, potrei restare a guardarlo per ore, nella mia testa è tutto di pelle ragazzina, invece è un corpo di mandelbrot, più lo guardo più emergono cose che non ho mai visto. Atolli di pallini rossi, neri densi peli che sfarfallano. Macchie nere incastonate dentro l'irragionevole materia dell'unghia. Punture di parassiti.

Tutto, nel mio corpo, sembra irragionevole, è brutto il mio corpo e questo lo rende affascinante, dopo un po'. La pelle secca aggrinzita. Le cicatrici delle operazioni. Sembra il processo casuale delle cose e invece va avanti seguendo uno schema, ci sono delle specifiche implicite che lo modellano, in tutte le sue molteplici diversità. È interattivo il mio corpo, lo posso toccare. Manda pruriti, dolori. Sfrego la pelle per fare passare un fastidio e quella mi manda segnali di appagamento per poi tornare ancora più forte di prima, adesso mi fa male. Se lo massaggio manda calore e stanchezza.

È enorme – da questo punto di vista – il mio corpo. Non lo posso davvero sentire tutto. Lo muovo, lo animo, lo trascino da una parte all'altra del mondo, lo faccio risuonare, ma ogni volta chiudo gli occhi su come è fatto nella sua interezza. Fingo di averne il controllo, ma è impensabile tenere tutta quella roba assieme, averne contezza. Manda frammenti inintelleggibili, sento il mio corpo nell'aria, l'odore dei capelli dopo la notte, la carne sudata, dolori che vengono da sotto la pelle, mi invento organi interni che non esistono e che mandano impulsi, li sento, ho tutti i canali scavati nella faccia intasati da germi e materie che si scaldano e raffreddano, si sciolgono e raddensano, pompano e scivolano via.

Pensare che tutta questa roba è fragile e resiliente, potrebbe fermarsi tra cinque minuti, così senza motivo, o resistere per anni, nelle peggiori condizioni di sempre. Uno standard che – tra le altre cose – è qua che si guarda, si tocca, pensa a se stesso e muove le dita con un ritmo e una grazia disumana per lasciare segno.