Il mio secondo computer, avevo quattordici anni, era un Apple II illegale. Un clone proveniente dai paesi orientali, Taiwan o qualche posto del genere. Al posto della scritta APPLE II, quando si accendeva, appariva la scritta ATON II. Come le scarpe Addas. Da buon clone offiriva anche delle cose che l'originale non aveva, come le minuscole.
Era affascinante avere queste macchine per ufficio, questi micro, home e personal computer che non sapevi bene da dove arrivassero, con l'intero manuale originale fotocopiato alla ben e meglio o sottili fascicoli informativi con un rapido sommario del BASIC residente e poco altro. Tradotti da chissà che lingua. Un inglese folkloristico.
Se avevi tredici/quattordici anni come il sottoscritto, riempivi gli spazi vuoti con l'immaginazione e l'estetica. Quelle macchine arrivavano da ogni parte, soprattutto gli home computer. Cloni, derivati, arrivavano allo SMAU, nelle riviste di informatica con i case/tastiera e la loro schedina di silicio che bruciava dentro, i sedici kappa di ram, le espansioni, i videogiochi su nastro o – costosissime – direttamente in scheda.
Ricordo ancora quando per la prima volta infilai un disco del cp/m nel mio clone per usare la scheda z80 e mi trovai di fronte, di fatto, ad un altro computer di cui non capivo assolutamente niente. E mi mettevo lì a lanciare comandi e vedere quello che succedeva, cosa si eseguiva. Tutto senza specifiche, senza manuali, era roba crakkata che arrivava direttamente dagli Stati Uniti facendo chissà quali giri. Il gwbasic, il prolog, wordstar. Non bisognerebbe mai turbare il sonno della memoria.
A quell'epoca nella mia vita non era ancora arrivata la telematica, il computer iniziava e finiva lì. Quello che non c'era si poteva provare a programmarlo e quello che non si poteva programmare si sognava. Terza opportunità si copiavano disketti, bulk da cinque pollici e un quarto. Ricordo ancora il gusto della plastica nera e di un materiale fibroso bianco che veniva messo all'interno, ogni volta che con le forbici tagliavo un pezzo del floppy disk per poterne usare anche il secondo lato, poi mi mettevo in bocca il frammento di floppy ritagliato e lo masticavo.
Tutto roba che morirà con me. Mangiavo la carta, masticavo la plastica. Cos'altro. Pensavo di avere un corpo infinito. Rispondeva agli stimoli, a volte correvo senza motivo per le strade sconosciute della campagna, giusto per liberare l'energia. L'ho fatto per decenni. Ora che sono un po' a pezzi, sono contento di averlo fatto, di aver avuto tutta quell'energia muscolare dentro, tutta quella voglia di bruciare. E di averla bruciata. Poteva finire male.
Ieri ho fatto vedere il video di me che salgo le scale spezzandomi in decine di venerandi ad alcune persone che hanno detto qualcosa del tipo 'venerandi devi farti vedere da uno bravo'. Questo tipo di commento mi accompagna da quando ero un ragazzino. Ma adesso sono più tranquillo. Ho risposto che la creatività ha un costo. Decine e decine e decine di fallimentari, improbabili venerandi che fanno cose che li guardi e scuoti la testa. Può piacerti o non piacerti quello che faccio, può interessanti un frammento infinitesimale di quello che faccio o niente, non importa. Comunque di quello si nutre. Si tratta di una teoria di infinti venerandi che mangiano carta, plastica, che si moltiplicano, fanno cose possibili, rinunciano, escono di scena, lasciano residui.
Tutto questo è molto egocentrico, ma almeno nel diario. In più c'è questo fatto: ho avuto la fortuna, davvero fortuna, di essere riuscito nella mia vita a farmi vedere da uno bravo, come da consigli. In più di un'occasione; E quello bravo mi ha detto, beh non male venerandi. Non male. Continua. Quindi non consigliatemi più di farmi vedere da uno bravo, perché quelli bravi mi portano a perdere.