In pratica ieri sono andato a fare una passeggiata nei posti in cui avevo passato la mia infanzia, a Sant'Olcese. Ho preso lo scooter elettrico e improvvisamente ho voltato e sono andato in questa frazione dell'entroterra. È un paese dove ho vissuto per un periodo lungo della mia vita, all'incirca da quando avevo due anni a quando ne avevo diciotto. Uno dei miei romanzi, PECMEN, si svolge lì e una delle cose che pensavo mentre salivo in scooter, ieri, era quella di fare dei brevi video dei posti in cui il romanzo si svolgeva, per metterli poi sui social: lì è dove macellavano le mucche, lì è dove sono stato accusato di aver dato fuoco al paese, lì è dove aspettavo mio padre che tornasse dalla fabbrica, eccetera.
Una volta salito mi sono reso conto che il progetto era irricevibile perché ne sarebbe venuto fuori un documentario di due o tre ore, documentario che poi sarebbe interessato soltanto a me. Nel senso che quel piccolo piccolo paese era pregno di frammenti del mio passato, pieno zeppo. Camminandoci mi rendevo conto che le cose che avevo messo nel mio romanzo erano piccola cosa rispetto a quello che – di me – era restato impigliato là attorno, nelle strade, nei rami, nell'estetica delle case.
Diversamente da mio fratello non sono una persona nostalgica, anzi. Quando c'è un momento di addio, io saluto tutti con la leggerezza di chi li rivedrà il giorno dopo. E poi mi allontano senza guardarmi indietro. Ho sempre evitato rimpatri, feste dei compagni di classe o reunion degli scout. Ho sempre avuto più curiosità di quello che dovevo ancora incontrare rispetto a ciò che abbandonavo per sempre. Quello che potevo fare l'avevo fatto.
Quindi non sono tornato spesso a Sant'Olcese dopo il trasferimento a Genova. Una decina di volte nel corso di più di trent'anni. Ho portati i figli in Ciaè, salito per la calza della Befana più lunga del mondo. Ma da solo, in preda ai ricordi, forse una o due.
Ieri è stato diverso. Non so perché, forse lo stato d'animo in cui ero. Ieri è stato, a tratti, struggente. Camminavo per questo paese in cui avevo passato tutta la mia infanzia e parte dell'adolescenza, e lo trovavo minuscolo. Le strade si percorrevano in pochi passi. Mi sembrava di essere finito in una versione rimpicciolita del paese della mia infanzia, un pezzo d'Italia in miniatura.
La versione reale del paese si soprapponeva a quella della mia infanzia ed era incredibile. Il paese che conoscevo era stato distrutto nella notte. Le fasce che conoscevo erano diventate un prato, porte in cui ero entrato centinaia di volte erano state murate, cancelli impedivano di andare in posti dove avevo passato ore nascosto, strade sventrate dalle piante, sentieri che terminavano dopo pochi passi crollando in frane irrimediabili. Mi sembrava di essere in un film di fantascienza dove un attacco alieno aveva distrutto il mondo come lo conoscevamo.
In mezzo alcune cose restavano, come immortali. La pergola arruginita dell'uscita secondaria della chiesa, la scritta CDA sui cessi della “casa del catechismo”, il sentiero che – dal nulla – partiva per collegare la zona sotto al campo da calcio fino a Piccarello. Un palazzo, un'inferriata. Le due macellerie, anche se cambiate.
A un certo punto sono sceso fino al secondo campo da calcio, quello in terra batutta che avevo frequentato per un anno da bambino. La strada asfaltata che portava là era butterata dal tempo. Abbandonata si era sventrata, spaccata, piante la spingevano e tiravano, coprendola. Sembrava di camminare in un film post-apocalittico.
Il campo da calcio non esisteva più. Restava lo spazio che avevano creato per farlo. Da decenni direi. Tutto era invaso dalle piante, grossi fori per terra, avallamenti. Ho continuato a camminare per questo spiazzo senza senso, finché, dietro ad alcuni arbusti è emersa la struttura che cercavo. Gli spogliatoi erano rimasti lì. Abbandonati, senza porte, incendiati in parte, coperti di scritte. Un prefabbricato in metallo sommerso dalle piante secche, dai rovi. Ci sono entrato dentro e ci ho camminato come se fosse stata una navicella spaziale aliena. Ho fatto due o tre video. Era l'unica testimonianza che lì, un tempo, dei ragazzini si spogliavano d'inverno, al gelo, per giocare a calcio. Oggi, incomprensibile per chi non l'avesse conosciuta prima.
Tornando indietro pensavo ai romanzi dove l'adulto torna nel paese in cui aveva vissuto da ragazzo, è un topos. Le proprie radici. Ecco, non c'era fortunatamente niente del genere. Non sentivo nessuna radice mia in quel posto. Sentivo piuttosto il meccanismo di una realtà aumentata: c'era quello che vedevo e c'era quello che rivivevo, e le due cose si sovrapponevano. Tutto quello che non avevo scritto, sarebbe morto con me. Tutte le avventure, le tensioni, il sangue, le paure con cui avevo bagnato quel posto erano invisibili a chiunque, se non al mio occhio. Passando e camminando erano tutte lì; faceva impressione, come animazioni registrate nell'occhio e sovrapposte a quello che vedevo.
La sassaiola contro Graziano, Paolo che gratta le castagne d'india sul muro del circolo Acli per farci il sapone, io che chiedo i soldi – l'oblazione – agli spettatori delle partite di calcio della squadra locale, le vespe che mi invadono i vestiti fino alla carne, la gatta senza un occhio che sfida il nostro desiderio di morte, il cabinato del PacMan che prende vita tra il jukebox e il calciobalilla e via, via, via. Tutto registrato e sovrapposto, nel 2026, a quello che mi circonda. Mentre passo e cammino la scena si rigenera davanti ai miei occhi, ricostruita dalla memoria. Piena di falsità immagino.
Quello che sento io – in maniera diversa – lo sentiranno anche altri. Centinaia di universi paralleli di quel piccolo posto che via via nascono, si generano, sbocciano – marciscono e poi muoiono per sempre. Una parte del mondo reale è invisibile all'occhio, e la carne se la porta via, la trascina poi nell'oblio.
Sono risalito sullo scooter elettrico, un occhio alla batteria rimasta, mi sono lasciato tutto alle spalle.