In questi ultimi giorni non ho voglia di scrivere e di lasciare segno. Preferisco manipolare immagini. È così – lo so. Procedo nella vita e nelle cose che faccio come certi organismi primitivi che seguono le macchie di luce, poi le abbandonano, ne trovano altre, si scindono, eccetera. Quello che distingue un diario pubblico da uno privato e la rimozione della vergogna. Le cose più vergognose e meschine non emergono, restano là sotto come ombre scure sul fondo del lago. D'altronde tirare fuori le cose più grosse nere e limacciose, metterle per scritto, formalizzarle, non le ha mai disinnescate. Comunque se vogliono farti precipitare nel loro abisso, lo fanno.
Questa sera sono andato nel centro storico, ero preda di una voglia irrazionale di patatine fritte e volevo fingere per qualche ora di non vivere nella Valbisagno. Non è stata una delle migliori idee della mia vita, ma – facendo una rapida classifica – nemmeno una delle peggiori, diciamo metà posizione. Le patatine del supermercato erano unte come lo è la carta marrone su cui fai gocciolare il fritto e il gusto anche era simile. Ho guardato se qualche chiesa fosse stata aperta per qualche concerto sacro, ma non ho trovato niente e sono andato all'isola delle chiatte a leggere.
Girare da solo senza scopo è una cosa che ormai mi capita raramente, ma il corpo non è più quello di una volta, ero stanco, e per girare da soli è meglio l'inverno più freddo, il tutto ha un'aria più romantica e bohemien. Il centro storico era il solito framework di gente che ti attraversa la strada con l'espressione di volerti uccidere, negozietti di alimentari con una donna con il burka all'ingresso che scrolla un cellulare, microspacci di tecnologia & incenso con un ragazzo indiano o pakistano che si guarda attorno senza sapere bene perché sia lì e – soprattutto – pericolosi gruppetti di alpini che camminano con lo sguardo a volte famelico a volte un po' lucido.
Io passo in mezzo a tutto, ricordo cose che mi sono successe, passo davanti a un locale dove avevo letto poesie in pubblico per la prima volta – uh – ventisette anni fa. Guardo questi pezzi di Genova tenuti assieme da quello che mi ricordo di loro. Arrivo all'isola delle chiatte, mi siedo su una panchina, mi godo il dondolio leggero, il rumore delle corde che si tendono e rilasciano, tiro fuori il mio romanzo e inizio a leggere. Non lo tiro fuori dalla tasca, ma dallo zaino, mi sono portato lo zaino solo per portare con me il romanzo perché pesa una tonnellata.
Leggere è problematico, sia perché il romanzo è impegnativo, sia perché ogni tanto arrivano persone all'isola delle chiatte che hanno questa idea di mettersi a parlare, e io che posso fare? Fingo di leggere e ascolto. La faccio breve, arrivano questi tre ragazzi, due ragazze e un ragazzo che stanno parlando di un film di Dario Argento, Opera mi pare, e il ragazzo fa un po' il magnifico, si raccontano un po' di scene, il proiettile, la scena del proiettile è incredibile dicono, parlano della musica e io lì mi distraggo, cioè, mi metto a leggere il romanzo sul serio, quindi mi distraggo dall'essere distratto da loro e quando riprendo ad ascoltarli la ragazza sta dicendo che ora vuole rifarlo tutto.
E il ragazzo le chiede, “ma tutto dall'inizio?” e lei risponde di sì, allora lui, che sempre vuole fare il magnifico, dice allora “parti da Fuoco Cammina con Me, così si sa già chi è l'assassino” e la ragazza risponde che sì, pensa di fare così. Io giro appena la testa per guardarli con la coda dell'occhio mentre si allontanano. Avranno una trentina di anni meno di me. Occhio e croce.
Ecco, pensare che tre ragazzi di quell'età vadano in giro a parlare di cinema, che pianifichino di vedersi tutte le tre stagioni di Twin Peaks, con tanto di prequel, Twin Peaks che quando è uscito non erano manco nati, e che parlino di queste cose con quell'entusiasmo sbruffoncello e mitico che si ha a quell'età, ecco, mi ha un po' commosso. Un po'. Ho pensato che avere entusiasmo cieco e irragionevole è una benedizione che va tenuta accesa il più possibile. Va riconosciuta come una proprietà per chi è ragazzo e può ancora gestirla e pensarla come una cosa che c'è sempre stata e che non finirà mai.
Non ho più scritto aggiornamenti sul programma per scrivere romanzi senza scrolling video, perché il programmatore ha introdotto un bug sostanzioso e ora sta faticando a risolverlo perché – nel frattempo – deve anche lavorare per vivere. Empatizzo, mi ricorda il mondo della poesia, dove dobbiamo fare cultura e avanguardia nei ritagli di tempo, con bambini che ci piangono in braccio, pannolini da stoccare, haters a ogni angolo di strada, soldi reali e sporchi da portare a casa e una competizione annichilente. Figurati, prenditela comoda, tanto il romanzo che sto scrivendo con il tuo software non lo finirò mai.
Ogni tanto, quando parlo delle cose che mi appassionano, per un po', qualcuno rimane stupito e mi dice “ma venerandi, ma quante ne sai!”. Stanotte ho fatto il conto e secondo me poco più di un centinaio, 187 circa. Quelle le so. Come mettere uno zoccolo, come piastrellare superfici non troppo complesse, mettere o togliere tasselli, mettere tasselli di legno, leggere una poesia e farne una analisi metrica non troppo analitica, leggere testi scritti da gente più intelligente di me, scrivere da dio ma anche in maniera urbana e dozzinale, scrivere script in diversi linguaggi, utilizzare periferiche, contestualizzare un tot di avvenimenti storici usando le date faro, provare compassione (questa con grossi limiti) e via dicendo. Arrivo a stento a 187.
So che l'universo è nato più di cinque miliardi di anni fa, anche se non c'ero, so che si sono succeduti eventi catastrofici, processi chimici, batteri, animali acquatici che poi – con incredibile lentezza – si sono mossi in altre parti della terra, dinosauri, pterodattili e poi anche l'uomo, o quel che ne restava, una tra le tante bestie dei mondo, so che una nave aliena si è incagliata nel nostro mondo e – per riparare i suoi meccanismi tricofici ha utilizzato gli esseri umani come forza lavoro, dotandoli di quella rogna che è la consapevolezza di sé e donandogli alla fine alcune tecnologie che gli uomini per millenni e millenni non sono stati in grado di utilizzare perché ben integrata nella natura come la penicillina e l'ukulele.
Non molto di più, centoottantasette; per dire non sono sicuro nemmeno di aver scritto correttamente penicillina. Tutto quello che si allontana dalle 187 cose primarie lo so solo se vado a controllare. Ma questa capacitià, di sapere trovare le cose che mi servono in breve tempo, conta solo come una anche se oggi sta diventando sempre più totalizzante. È sempre meno utile sapere le cose, perché le cose da sapere sono sempre di più, di campi semantici diversi e in perenne mutazione. Insegniamo cose ai nostri studenti come se fossero vere da sempre e per sempre, ma sono barbagli, fiammelle destinate a mutare e bruciare via, lampi che mostrano per un attimo la terra – la nostra coscienza – attonita, e poi via.
Butto via libri, in questo periodo, del cui contenuto oggi ci vergogneremmo. Dopo che l'ho scritta sono rimasto un po' ad osservarla. Bella “vergogneremmo”. Sembra un transatlantico lessicale. Quanta roba potrebbe salire sul quel vergogneremmo prima di farlo affondare. Comunque. Testi di storia del ventennio fascista, difesa della razza, manuali di letteratura bolsi che analizzano poeti dimenticati da tutti, per fortuna, visioni filosofiche asfittiche, libri di scienza – oggi – imbarazzanti. Il grosso della produzione umana è impregnato della vergogna di aver vissuto in un determinato tempo, con un certo linguaggio e non un altro, con tutto un carico di relitti ideologici, ratti, cantanti evirati e l'atroce consapevolezza – di alcuni – che la vita è breve.
Ieri sera ho visto alcuni video su youtube di un comico italiano di cui ora mi sfugge il nome, un personaggio brillante e geniale, alcuni video sono puro genio, e poi ci sono i suoi ultimi di lui ormai anziano che – imbruttito forse – si fa riprendere mentre parla male di tutto e tutti. Rancoroso e – immagino – deluso. Va bene. In mezzo ho visto questa intervista a un cantante di cui ho comprato l'anno scorso un album curioso che mi ricordava la musica che ascoltavo quando ero dark, comunque, il cantante a un certo punto diceva qualcosa del tipo “è bello quando la musica pop ricorda ai suoi ascoltatori che devono morire” e poi ha riso, si è fermato come per un attimo e poi ha aggiunto “Prince – penso – faceva qualcosa del genere”.
E sono rimasto sbalordito perché erano due mondi musicalmente distanti anni luce, ma era vero. C'era in Prince questo messaggio religioso costante, che vivremo poco, tutto sommato, dobbiamo – è vero – goderci la vita prima della fine, ma anche essere consapevoli che tutto è breve e che di noi, dopo la decomposizione, resterà appena una patina, l'amore.