In questo viaggio in Spagna sono rimasto colpito da diverse cose, la prima trovare a due passi dall'Europa standard che conoscevo dei paesaggi inaspettati, specie nella regione dell'Andalusia. Con il senno di poi mi sarei fermato di più in queste zone ampie, vaste, desertiche e meno in quelle civilizzate. C'è tutta una vallata ad est di Granada, se non ricordo male, che risuona di spazi, colori e desolazioni. In auto guidavo come un estraneo.
La seconda è vedere apparire in mezzo a questo nulla, man mano che ci si avvicinava alla zona costiera, teorie impobabili di grattacieli moderni, piccole Dubai dove la aride vallate di cui raccontavo sopra erano state oggetto di una rapallizzazione radicale. E oltre ancora colline ricoperte di arabeschi asfaltati contornati da villette residenziali vista mare. L'essere umano + capitalismo + fame di benessere come un virus che abita e modifica la terra.
Barcellona invece è sembrata una larga e lunga città occidentale. Vivace, piena di persone. Per fortuna la nostra abitazione non era centrale così ho potuto girare e studiare un po' un quartiere periferico della città. I manifesti contro i tagli scuola, i piccoli negozi tenuti dagli indiani o pakistani. La gente alla sera seduta nelle panchine a parlare accanto ai centri commerciali disumani con dentro cose mai viste prima. Il mio lato nerd è stato aiutato solo dalla tirchieria perché entrare in un negozio Ali-Express ricolmo di gadget tecnologici cinesissimi, cloni e videogiochi hardware, è stato peggio di Cristo nel deserto. Il consumo, vedi.
Alcune cose che volevamo visitare le abbiamo viste solo dall'esterno perché – sad but true – l'accesso ai luoghi di interesse a Barcellona è parecchio costoso. Abbiamo fatto un calcolo spannometrico che visitare quattro o cinque posti, in tre, ci sarebbe costato più di mezzo migliaio di euro. In più molti di queti posti erano già prenotati da settimane. Detto questo, le cose popolari sono popolari per un motivo. Vedere anche solo dall'esterno il cantiere infinito della Sagrada Famiglia è qualcosa.
Mentre passeggiavamo sulla Rambla completamente cantierata ci siamo invece infilati in una mostra gratuita nella quale mi sono infilato come in un calzino. Si trattava di due cose distinte: la prima una ampia retrospettiva-analisi del cinema di Godard. Ho più goduto dell'impianto generale, molte informazioni, libri appesi alle pareti e decine di film e documentari mandati in onda nelle diverse sale. Dicevo, più goduto dell'impianto, perché i contenuti erano in francese sottotitolati in catalano, quindi ho preso qua e là come potevo.
Tra le cose un film, non so quale di Godard. Una ragazza, molto bella, il simbolo della bellezza e dell'intelletto, sta per essere uccisa da soldatacci. Credo seconda guerra mondiale. Le chiedono se ha un ultimo desiderio e lei dice sì, recitare una poesia di Majakovskij. Lei la recita, la poesia – da quel che ho capito – parla di morte e di libertà. I soldati la ascoltano, hanno questi volti pasoliniani, con il fucile puntato lo abbassano mentre lei parla, ridono e tornano come bambini. Alla fine comunque la poesia termina e i soldati la ammazzano. Lei si muove ancora. Il capo dei soldati allora ordina di avvicinarsi e sparare ancora. La scena – ai miei occhi – è brutale. “Ancora” ordina, e ancora e ancora. Si sentono i colpi, non si vede più il corpo. Godard non lo mostra ma nella mia testa ogni colpo deforma e sfonda il viso dell'attrice. Cerca di togliere via ogni suono e far tornare la carne, carne.
Ho trovato la scena cinica e attuale. Esiste questa violenza, oggi, che convive come un virus tra la gente per strada. Il vicino di ombrellone, la signora con il barboncino, lo studente che impenna con il cinquantino smarmittato, il macellaio, tutti covano dentro lo stesso desiderio di violenza. La stessa collettiva impreparazione a vivere nel disagio.
La seconda mostra era di una artista catalana Juana Dolores Romero Casanova, si intitolava Declaraciò D'amore a Lenin. Era una installazione di diversi oggetti appesi alle pareti e di un piccolo “cinema” con tanto di sedili. Il cinema proiettava le immagini della ragazza stessa, l'artista immagino, con un passamontagna rosa fatto all'uncinetto. La ragazza si trucca, ma chiaramente il suo corpo non vuole addomesticarsi a quello che il sistema maschilista e patriarcale vuole da lei. La sessualità esonda dagli standard imposti dai vestiti. Lei si arma, nel finale farà a pezzi le bambole e le macchinine della polizia. La scena più d'impatto è quella dell'artista, sdraiata, mentre indossa solo una t-shirt di Che Guevara e un paio di scarpe, mentre prende un vibratore e lo usa, per un tempo piuttosto lungo, cinematograficamente parlando. Camera fissa.
Più interessante lei, ai miei occhi, che la visita che poi ho fatto al museo di Arte contemporanea. Ma anche lì mi sono rifatto gli occhi rispetto al provincialismo genovese dove il piccolo museo di arte contemporanea è chiuso da anni. Non c'è nulla che mi abbia fatto saltare sulla sedia, ma tante idee e pratiche interessanti, soprattutto per quel che riguarda il mondo della videoarte. Il grosso delle opere erano videoinstallazioni. Alcune davvero intriganti. Ne racconto al volo solo una, di – se ho segnato bene – Basel Abbas e Ruanne Abou Rahme, dove si presentavano dei desktop di computer dove venivano attivati e spenti, da un puntatore, diversi video. Il video era quindi una registrazione di uno schermo dove venivano fatti interagire diversi video, abbassando e alzando il volume, rimpicciolendo o richiamando altri video. Il tutto era molto “materiale” e sarei rimasto a guardarli tutti se non fosse stato per il tempo. E lo sfinimento. Il problema dei musei è che ti prendono per sfinimento.
Tornare a Genova dopo essere stato per qualche giorno a Barcellona è umiliante. Passare dalle metropolitane della città spagnola a quella genovese è stato – come dire – folkloristico. I nonsense cittadini, la sciatteria, le scale mobili spente, l'abbandono. Come cantava qualcuno anni fa, Genova è stata invasa dal cimitero di Staglieno, anno dopo anno, è una città di morti, saracinesche chiuse, politiche culturali decrepite e festival del niente. È solo il contrasto – lo so – poi mi abituerò.