Non sono costretto a scrivere. Non costretto a leggere. Fare le piccole cose, chiudere con dei fiocchi blu metallici le cose che ho attorno. In questa busta ci metto un pezzo del cuore e tutte le unghie tagliate ai miei figli. Le cose – mi raccomando – sempre in coppia: altra busta il mio primo profilattico e un rasoio monolama Gilette in cui mettevo le lame intere, come quelle dei film. Terza busta uno Skyfonino e la carogna di un piccione che ho visto stamattina diventare tutt'uno con l'asfalto bollente qua vicino a casa mia. Molte cose le facevo a senso. Non ho mai riflettuto molto.

Mi sono sempre mosso tra la paura e l'entusiasmo. Entrare nei negozi con la paura di innamorarmi e il desiderio di trovare qualcosa di inedito. In fondo un centro commerciale è una foresta e la mia carta di credito è un coltello. Scrivere ad occhi chiusi, fatto anche questo; in apnea. Nelle ore notturne e diurne. Agganciarsi a un paragrafo scritto dieci, vent'anni prima, per non lasciarlo morto, recidere lemmi e agganciarne di nuovi, fare innesti letterari, cambiare gusti, dimenticare i libri letti. Dimenticare anche quelli scritti.

Le cose che ho fatto non hanno cambiato il mondo. Il mercato – comunque – determina una scelta del gusto. Alla fine nelle antologie resteranno certi nomi e non altri presi da una rosa del venduto e dell'invenduto: Brizzi, Tamaro, Nove, Scarpa, Nori, Ammaniti, Santacroce, boh, Galiazzo, Morozzi, Piccolo, Mozzi, Genna, almeno metà di questi nomi scomparirà nel nulla in qualche decennio. Fuori catalogo dopo fuori catalogo. Qualche briciola verrà presa come rappresentativa del decennio.

Giro nella libreria abbandonata, ricca di gente che negli anni sessanta-settanta era nel gusto comune: non riconosco la maggior parte dei nomi. Titoli più recenti di meteore a cui Einaudi o Mondadori hanno anche dato la grazia del cartonato; de sa pa re ci dos. Tutto questo sbattone per sparire nel nulla. Era meglio allora coltivare le fragole. E nuovi ne arrivano di continuo, uno sciame oggi di aedi del digitale. Pensare di riprendere la propria faccia che cambia negli anni, dover parlare per sempre soli davanti a una videocamera che ci riprende, essere condannati a essere uno spettacolo vivente per due spicci e uno sciame – ancora – di follower.

Ero l'altro giorno a Quarto, o Quinto, non ho mai capito dove l'uno diventi l'altro. In spiaggia. Pensavo che non c'è niente come la spiaggia per tornare negli anni settanta, specie quelle pubbliche. La tecnologia con cui si va al mare oggi è la stessa – sostanzialmente – di cinquant'anni fa: l'odore di creme solari, ombrelloni diseguali e variopinti, teli spiaggia e asciugamani, corpi seminudi che si osservano guardinghi sotto al sole assoluto dell'estate: il mare poi, come un limes dell'occhio.

Gli anziani e Venerandi che si trascinano sul bagnasciuga, guardano, sognano. I gruppi di ragazzi che si mettono in cerchio – da decenni – per provare a tenere la palla in bilico nel cielo. Bambini che muovono la sabbia, costruiscono cose come se avessero tutto il tempo davanti: la dilatazione del tempo. La spiaggia è una macchina del tempo, reca consolazione all'invecchiamento. Quealcuno legge libri, riviste, un Kindle.

“Fabrizio – Fabrizio” mi sento chiamare. Mi giro, un uomo mi guarda sorridente, c'è qualcosa in lui che mi pare di vedere sotto la carne, ma non lo riconosco. “Non ti riconosco” ammetto ridendo e lui mi dice il nome: è un compagno delle medie. Non ci vediamo da almeno quarant'anni. Ci raccontiamo le nostre vite, in breve, una biografia essenziale. Ad un certo punto gli dico che insegno e lui – lo so, lo so – mi dice. “Ti seguo su Facebook” aggiunge. 'Ecco come mi ha riconosciuto!' penso. Lui continua a dire che legge le cose che scrivo, che scrivo cose filosofiche. “Ma già alle medie si vedeva – mi dice – che eri un filosofo”.

Torno a camminare sul bagnasciuga, che poi non si chiama bagnasciuga. Ecco, vedi, scompariamo nel nulla ma laciamo dei brandelli di memoria di noi di cui non sappiamo nulla, come della rucola in mezzo ai denti. Le ragazze le vedo, sono due. Una è sdraiata sul materassino, l'altra in piedi nell'acqua che parla. Ma non sta parlando all'amica: la seconda ragazza, quella sdraiata sul materassino tiene in mano un asticella con un cellulare in fondo. Sta riprendendo quella in piedi con lo sfondo della linea del mare. Un'influencer marina al lavoro. Quella in piedi parla al vuoto dello smartphone, al pubblico invisibile del suo canale. Ecco, questa è una inflitrazione del presente, una anomalia della macchina del tempo.

Sotto la vita mi immagino le squame e la pinna della sirena digitale. Vorrei tuffarmi, nuotare fino ad entrare nel campo di ripresa del cellulare, diventare un elemento dello storytelling della ragazza e poi avvicinarmi, interromperla, chiedere scusa e sapere di cosa stanno parlando, per chi, su che canale. Cosa le spinge. “Sapete – avrei detto – anche io comunico”. Restare a galleggiare per qualche minuto tra gli anni settanta e la fine degli anni venti, con il mio corpo come uno spaghetto teso nel buco azzurro del mare.