Non tutte le cose che scrivo sono intelligenti. Molte cose che scrivo e che mi sembrano riuscite poi si fermano lì in rete. Altre rimbalzano al di là delle mie aspettative. In rete viene premiata – in genere – la comprensibilità. La cosa scritta deve tagliare via tutte le incoerenze e le irrazionalità della lingua parlante della testa, ma presentare i ragionamenti come qualcosa di lineare, semplice, progressivo. La cosa ha un suo fascino ma ovviamente anche un rischio. La scrittura si riduce a un grado minimo, vive di strutture retoriche consolidate, una spruzzata di storytelling, un'autocensura alla fonte per evitare che il testo finisca nel vuoto che i social creano attorno alle parole e ai concetti bannabili o socialmente indesiderati.

La scrittura della rete è una scrittura per dormienti. Ogni blocco testuale un ragionevole mattoncino di lego che può essere messo o tolto per la condivisione di massa, la replicazione, la condivisione. Ogni blocchetto di testo nasconde il liquame necessario per tenerlo lì in piedi nella sua struttura consolatoria, nasconde dietro ai paragrafi la carogna informe del pensiero, del dubbio e della materia irriducibile del discorso. Il segno. Più condivisoni ci sono, più le asportazioni necessarie, le amputazioni fatte quando ancora la cosa muoveva gli arti e i denti dentro la testa.

Incidentalmente oggi leggo un articolo sull'ultimo Progetto Grafico che parla di un aspetto simile, ma legato al mondo delle immagini. Parlano di una “infodemia delle immagini”, un continuo, costante flusso di immagini che tendono a semplificare il loro linguaggio per presentarsi come materiale da consumare mentre l'utente viene anestetizzato, confuso e – nello stesso tempo – i suoi desideri e le sue estetiche vengono indirizzate.

Un, cito “sovraccarico percettivo (che) genera un consumo passivo e superficiale dei contenuti visivi, ostacolando una comprensione critica e profonda della realtà”. L'immagine ha smesso di essere un contenuto che preserva per diventare un flusso di comunicazione che viene immediatamente riscritto e cancellato da altre versioni di se stesso. Migliaia di riproduzioni del reale che in realtà non riproducono ma simulano. Pensiamo di capire attraverso le immagini, ma quello che abbiamo alla fine non è una conoscenza ma un'impressione della conoscenza. E tanto ci basta perché sta per arrivare un'altra ondata.

Tutto deve essere semplice e comprensibile, come la prosa. Facilmente generabile, riproducibile e standardizzato. Anche il weird diventa un semplice genere di questo flusso, una delle tante correnti. Le immagini non sono sciatte, beninteso, anzi, sono costruite per essere d'impatto e esemplari ad ogni costo. La verità non è il primo principio, anche perché lo scopo delle immagini non è essere preservate e fare da risonanza, ma invece essere condivise. Quello che è conservato muore, quello che è condiviso resta in vita.

Anche questo porta ad una continua eccezionalità della figurazione: la riproduzione del vero lascia il posto alla raffigurazione del desiderato. L'immagine vive in una continua polarizzazione sempre più estrema finché l'eccezionale – estetico – diventa la routine e lo standard. Una standardizzazione di quello che è abnorme fino a farlo diventare piano. Il disordine informativo anche di questo si nutre, abituare l'umano a messaggi sempre più estremi e nello stesso tempo sempre più chiari, semplici. La complessità non ha spazio nella comunicazione digitale.

Cambio discorso. Se scrivo un post su Facebook e questo supera qualche centinaio di like o un certo numero di condivisioni, nei commenti arrivano i rompicoglioni tossici. Gente che scrive con il solo scopo di crearti danno. Non importa di cosa tu stia parlando, l'intento è di creare danno. Mostrare che tutti quei like sono trappole e lui, l'interlocutore tossico, non ci è cascato. Meglio tra i commenti Facebook che nella riunione di condominio, anyway.