Pensavo oggi a come certa musica che sentivo da ragazzo, quando la ascolto oggi, si porta dietro delle sensazioni immateriali e inspiegabili che mi riportano dei frammenti di quello che provavo da diciassettenne, sdraiato nel letto. Non succede sempre, ma talvolta certi brani mi fanno sprofondare in questa madelaine proustiana; difficilmente succede con la musica che scopro oggi. Spesso mi piace, mi ci butto e poi – dopo un po' – provo un sentimento di abbandono e ripulsa. Mi stufa più velocemente.
Mi sono dato delle spiegazioni razionali, ma oggi una – più irrazionale – ha fatto capolino. Forse, – mi ha detto – quella musica ti è rimasta impressa perché risuonava in un periodo della tua vita che eri positivo, sano, in crescita. Oggi sei più stanco, cinico, disilluso. Senti i dolori delle cose. Vedi più concretamente i tuoi limiti. Se vuoi che la musica che ascolti oggi resti a lungo, devi fare in modo che il resto della tua vita sia felice caro Venerandi. Devi fare risuonare la musica in un mondo solare. Perché la tua musica sia memorabile, devi ascoltarla mentre fai cose memorabili, caro.
Poi sono in questo negozio dell'usato e vedo le commesse che girano tra i banconi e gli scaffali, cercano per terra. Sento, onestamente, uno strano odore e poi – da quello che le commesse si dicono, capisco. Stanno cercando dove – ipotizzano – un cane abbia fatto la cacca. L'odore è chiaro. Sembra una caccia al tesoro. Girano usando l'olfatto per avvicinarsi alla vittoria. Fanno ipotesi: forse la persona con il cane, quando ha visto che il cane aveva fatto la cacca, l'ha chiusa in un sacchetto e se l'è portata via. Ma è rimasto l'odore, come una traccia di qualcosa che esiste e non esiste. Vagano, come spettri in un labirinto di cose che nessuno vuole più.
Decido di sgomberare alcuni dei materiali della vecchia cucina e di portarli all'isola ecologica. Li faccio a pezzi e poi li porto sulla strada, per caricarli con l'auto. Il piano iniziale è di sgomberare tutto il terrazzo, ma poi succede questa cosa che dopo una decina di trasporti, sono morto. Morto. Mi fa male la schiena, i polpacci, quando salgo le scale senza carico cammino scalino per scalino, come un vecchio che prende fiato per sopravvivere. Morto. Felice di essere lì, vivo, a portare assi di legno imbevute e gonfie; ma morto.
Vado all'auto, posteggio vicino a dove ho posato tutto il materiale e inizio ad andare avanti e indietro per caricarlo in auto. Il piano iniziale era di parcheggiare a pochi metri dai residui della cucina, ma dopo la quarta auto che mi ha costretto a spostarmi per farla passare mi sono dovuto mettere più distante. Anyway. Sono a metà del lavoro quando vedo che una grossa moto ha posteggiato letteralmente accanto alla mia pila di materiali, quelli che devo ancora caricare in auto. Penso, mentre mi avvicino, ma perché? Perché. Adesso dovrò stare attento a non colpire la moto mentre sposto le assi. Il tipo si sta togliendo il casco quando mi vede arrivare e prendere un pezzo di legno. “Ti dà fastidio la moto?” mi chiede. Io dico di no, ce la dovrei fare. Non lo guardo in faccia e ho un ghigno cortese ma un po' incazzato.
“Scusa, mi dice, pensavo che li avessero abbandonati. Non sarebbe la prima volta”. Io sorrido e dico che – no – porto via tutto. Faccio il mio viaggio fino all'auto, mi giro e vedo che il tipo della moto si è caricato delle mie assi di legno e le sta portando alla mia auto. Mi sta aiutando. “Ma no, ma no! – faccio io – non si disturbi”. Lui alza le spalle, solo un carico, mi spiega e ride. Così, tutta la mia rabbia, rovinata.
Sono al supermercato per prendere una cosa per Elettra e la cassiera si sta lamentando. In pratica, capisco, ha dato il resto a qualcuno che si è messo a protestare dicendo che il resto era sbagliato, aveva dato dieci euro, mentre – secondo la cassiera – ne aveva dati due. Ne deve essere nata una vivace discussione. La cassiera è ancora nervosa, perché la persona era ritornata per avere il suo resto immaginario e probabilmente sarebbe tornata ancora. La cassiera si sta sfogando con una cliente. “Ho montato da dieci minuti e già sono furiosa. Non si può lavorare così” dice, e ripete ancora tutti i dettagli dell'avvenimento. Aggiunge particolari. La cliente gli dà corda. Io ascolto tutto mentre cerco il prodotto, ma non mi giro verso di loro.
Alla fine alzo lo sguardo e vedo il volto della cassiera. È una ragazza, la faccia scura, tutta immersa in quello che le è successo. Vederla in faccia ha cambiato tutto. Si vede la cecità, la stanchezza, l'irritazione. Il nervosismo di una ragazzina. Siamo fatti di carne. Qua non è Facebook, qua c'è tutto il limite e l'esplosione del corpo. Il tono della voce. Lo sguardo. La cliente ad un certo punto – inaspettatamente – lo dice: la persona che ha protestato per il resto, insomma, non c'era tutta. Era un po' fuori di testa. Bisogna avere un po' di pazienza. La cassiera dice che, certo, però no, lei così non può lavorare. Ci mettiamo la faccia, nella vita, letteralmente.
Cammino per una zona periferica, vorrei vedere qualcosa di bello. Non c'è niente. Casermoni abitativi. Negozi, negozi, asfalto. Le cose belle non sono lì. Ci siamo abituati a sostituire la bellezza con la rassegna dei prodotti. I giri nei negozi. Si gira nei negozi e non tra la bellezza. Si compra la bellezza, per un consumo a posteriori. Mi volto e per un attimo vedo Marassi per quello che è e non per quello che da sempre percepisco. Case, e poi case da un lato e dall'altro. Sono nel mezzo di un frammento del formicaio umano di Genova. Gente che entra e esce dalle sue tane, va in cerca dei suoi pezzi di cibo, i plancton di benessere e poi torna a casa. Per un attimo Genova mi appare per quello che è, lì, quel casino tenuto insieme con l'umanità.
Ragazze che si tengono per mano, chinate in avanti, a cercare la merda dei cani, motociclisti che spostano la mia spazzatura, ragazzine uscite dalle secondarie che masticano la rabbia e l'ansia della vita lavorativa in questa società dei prodotti e dei consumi. E io – lì in mezzo – che faccio la sanguisuga, osservo, trascrivo quello che dicono, faccio foto ai muri, cerco di fare in modo che la musica duri il più a lungo possibile.