Per fortuna di tutti non ho mai conosciuto Guccini, mai visto se non su di un palco. Non ci ho mai parlato e non ho mai sentito l'esigenza di farmi fotografare con lui. E viceversa. Ieri leggendo i messaggi di cordoglio, quelli di disprezzo, quelli di disprezzo del cordoglio, quelli di disprezzo del disprezzo e quelli di disprezzo di qualunque cosa potesse essere scritta su Guccini nel giorno della sua morte, aka, “guardatemi come sono originale”, ecco, ho pensato a quanto un cantautore possa entrare nella vita delle persone, abitarla per un po' di tempo, farsi amare e disprezzare e poi uscire e svanire nel tempo che passa.

La prima volta che ho ascoltato Guccini ero alle superiori in gita verso la Spagna. La professoressa di Filosofia, una toscana dal carattere piuttosto particolare, ci aveva in classe più volte parlato di come lei fosse amica di Guccini e di come lui – quando si incontravano – suonasse per lei Contessa. Il fatto che Contessa non sia di Guccini rende questo mio ricordo poco affidabile. Probabilmente era Pietrangeli. Ma comunque, nel viaggio lunghissimo da Genova a Madrid la docente di Filosofia mise nell'impianto stereo del pullman questa audiocassetta di non so quale album di Guccini, lunghissimo, che fummo costretti ad ascoltare allo sfinimento.

Il secondo ricordo è legato al mondo scout: molte delle canzoni di Guccini non le ho sentite cantare da Guccini. Una cosa ammirevole del mondo scout sono questi hamburgher-canzonieri, pieni di testi e accordi per chitarra delle più disparate fonti, dove canti cristiani convivono con canti anarchici, politici, d'amore e altro. Dalla immancabile Teorema, fino al Dio è morto appunto gucciniano. E io stesso, dovendo scegliere un canzoniere su cui impratichirmi, avevo comprato un piccolo canzoniere di pezzi di Guccini. Costava più o meno quanto la bresaola.

Mi mettevo in camera, con la chitarra e provavo quelle più facili. Ricordo i tentativi di arrivare alla fine di Eskimo, che era abbastanza abbordabile, infinita ma divertente, di cui probabilmente sbagliavo del tutto il ritmo, ma che riuscivo a fare almeno fino al punto dell'LSD con somma soddisfazione.

Un mio amico d'infanza, Claudio, era stato per un periodo appassionato di cantautorato italiano e aveva deciso che io dovevo conoscere questa musica. Da Milano mi inviava (o mi dava quando riuscivamo a vederci) delle cassette manufatte con i materiali che lui riteneva più importanti: De André, De Gregori, Fossati soprattutto, Finardi, Vecchioni e Guccini appunto. Credo che tutti gli album me li avesse passati lui in questo modo carbonaro. Di tutti gli album, non so perché, quello che ho ascoltato di più e che ricordo meglio è Amerigo, che non è neppure uno dei più popolari. Cringissimo pensarci oggi, ma mi chiudevo in camera, facevo partire Libera Nos Domine e la intepretavo in playback, fingendo di essere io lì a cantarla davanti a chissà chi.

Tutto questo periodo liceo, più o meno. Una volta è venuto a Genova, alla Festa dell'Unità, che all'epoca era ancora enorme e sotto le bandiere del sol dell'avvenire del PCI. Io non avevo i biglietti, ma qualcuno che era nell'organizzazione, di cui non farò il nome (Flavio) mi fece avere un pass come tecnico luci o qualcosa del genere, così entrai a sentire dal vivo Guccini. Ovviamente pioveva e ricordo questa cosa, per me piuttosto divertente, di Guccini che prima di interrompere il concerto ci disse, “vedete – io continuerei – perché gli organizzatori hanno messo la copertura sul palco. Ma il mixer è dall'altra parte, in mezzo a voi. E quello non è coperto. E coprire il palco e non il mixer è come coprirsi l'uccello e lasciare scoperto il buco del culo” (la citazione è a memoria, ma il concetto è quello). A suo onore devo dire che – rischiando di fulminare il mixer – fece comuqnue un ultimo lungo pezzo prima di andarsene.

Un'altra volta, anni e anni dopo, Claudio venne da Milano a Genova per dirmi che era morta una persona amica di molti del club Tenco. Ora non ricordo, forse un farmacista. Non sono sicuro. E diversi cantanti del club Tenco avrebbero tenuto in concerto nel suo paese natale, a Dolceacqua, un paesino dell'entroterra ligure. La faccio breve. Andammo io e lui, senza auto, un po' in treno, un po' a piedi, un po' in autostop da Genova a Dolceacqua, per scoprire che i biglietti erano stati tutti venduti. Il posto era piccolissimo, una piccola piazza/posteggio contornata da case. Allora, con una sfacciataggine che ora non avrei, forse, io e Claudio andammo di appartamento in appartamento chiedendo se qualcuno ci avesse potuto ospitare sul suo poggiolo per sentire lo stesso il concerto.

Così fu, sentimmo questo concerto stranissimo, vedendo salire sul palco Fossati, Paolo Conte e Guccini (anche altri, ma ricordo questi tre). Guccini fece una serie di canzoni che non erano ancora uscite, e che avrei sentito poi nel primo cd da me legalmente acquistato, Quello che non. Era quindi il 1989/1990. Fu un esperienza particolare, in casa di sconosciuti, sul loro poggiolo, sentire i pezzi del prossimo disco di Guccini.

Poi andai ancora una volta a sentirlo al Palasport, ma ricordo solo l'acustica terribile. Musicalmente penso che i suoi dischi, fino a Madame Bovary, siano davvero importanti, sia musicalmente che come scrittura. Di quelli successivi preferisco non parlare.

L'ultimo ricordo è legato a quanto tempo, negli ultimi decenni, io poi abbia speso serate a parlare con Marco e Francesco della musica dei nostri cantautori, a descriverne le parabole, a definire i momenti riusciti e le cadute, le cose brillanti e innovative e quelle retoriche e bolse. Di come – sostanzialmente – la mia generazione, quella più critica, abbia poi fatto i conti con quell'immaginario che questa musica voleva trasmetterci. E di come, leggendo ieri i commenti su Facebook, questo immaginario si sia gonfiato e sgonfiato, ci abbia mostrato isole che non c'erano e che pensavamo prima o poi di trovare e che oggi, di fronte a questo millennio in perpetuo cambiamento, sono proprio fuori mappa.

Chiudo: così ognuno di noi conserva dei frammenti sporchi, delle scorie di quello che la produzione culturale ci ha imbastito. Immagini, suoni si mescolano con il teatrino della nostra vita, delle tante forme che siamo stati: ragazzini, liceali, universitari, cococo, amanti, contestatori, affittuari. Escono fuori questi pezzi di metallo con un po' del corpo estraneo, un po' del nostro, un po' di quello che siamo stati ed è ancora lì, inerte, ad aspettare.