Perché le persone fanno quello che fanno? La domanda mi girava per la testa mentre ero in piazza De Ferrari. Una ragazza girava con i roller facendosi dei selfie, attorno alla fontana, quando si sono sentiti dei colpi, come di pistola. Per ogni colpo la ragazza ha vibrato, il suono era molto forte. È caduta per terra e tutti, attorno siamo rimasti a guardarla mentre si rialzava, faceva dei gesti per tranquillizzarci, si pettinava i capelli, sorrideva con un volto che sembrava deforme. Riprendeva a pattinare e – di nuovo – i colpi echeggiavano per la piazza.

La ragazza di nuovo cadeva per terra, iniziava a sbavare, dai pantaloncini attillati cominciava a colare del sangue, i capelli biondi di staccavano dalla cute, che si rivelava essere una maschera di gomma. La scena si ripeteva più volte finché – alla fine – il corpo restava a terra. Con un gesto la ragazza si toglieva la maschera, appariva un volto umano che sorrideva mentre noi applaudivamo e lei correva via a prendere qualcosa, per poi tornare in mezzo a noi sventolare una bandiera palestinese.

Più tardi guardavo una donna che si muoveva a scatti, in un abito elegante, seguendo e non seguendo una musica, noi tutti in cerchio come dei primitivi. Perché le persone fanno quello che fanno? Perché siamo tutti in cerchio a vedere questa donna passare dalla danza, a gesti che sembrano raptus senili, a – niente – camminare guardandoci negli occhi? Perché quella donna stava facendo quella cosa e perché noi eravamo lì, a braccia conserte, a fissarla? Ogni tanto una persona, per caso, passava in mezzo al cerchio, ci guardava, sapeva che in quel momento tutti lo guardavamo, guardava la donna, parlava con rabbia, usciva, si perdeva nel centro storico. Per un attimo aveva attraversato lo spettacolo, era diventato spettacolo anche lui. Contaminato.

Guardo la donna e poi guardo il pubblico che è dall'altra parte della piazza. Riconosco alcuni volti. Fingo di guardare la donna canadese che danza ma in realtà inizio a studiare i volti delle persone che la guardano. Qualcuno sorride, qualcuno tiene le braccia incrociate, serissimo. Qualcuno riprende tutto con un cellulare, qualcuno è assorto, qualcuno si sta chiedendo cosa significhino quei gesti, cerca di trovare un senso al fatto che siamo lì, in cerchio, a guardare quella donna. Qualcuno mi sta guardando.

Sui social, mentre aspettavo che iniziasse tutto, colava la standardizzazione. Docenti che condividevano gli strafalcioni degli studenti, con la bava alla bocca e le zanne ancora nella carne di questi ragazzini. Altri proseguivano il loro lavoro di terrore contro i migranti, contro le religioni non occidentali, contro i woke. Perché le persone fanno quello che fanno? Cosa resta – poi – di tutto questo sforzo? Le persone si tirano dietro il chiacchiericcio che le loro azioni hanno messo in moto, come cellule crescono, mangiano, si dividono. Anni dopo sento qualcuno parlare di una persona che conosco: di lui resta tutto il male di cui si era circondato. Il suo abbruttimento sistemico, la sua gestione del potere. Non esiste una giustizia, esiste la materia di cui è fatto questo chiacchiericcio. Le cose che abbiano installato – volenti o nolenti – restano in chi poi se le porta dietro come una spina sottocutanea, immersa nel pus alieno della nostra presenza.

La mia medico traccia dei cerchi spiegandomi come le terapie proveranno a risolvere questo o quel problema che ho. “Ma – le chiedo – il problema principale, quello: in quale cerchio è?“. Lei mi guarda, alza gli occhi al soffitto e disegna sul foglio un puntino che è fuori da tutti e due i cerchi.

Esiste una parte di persone che fanno quello che fanno e che si riconoscono in quello che fanno e in quello che vedono fatto. C'è poco da fare. Non esiste una giustizia e tutte queste belle cosette che ci siamo allestiti, le nostre estetiche, le nostre etiche, possono essere spazzate via in un momento. Facciamo quello che facciamo – penso – perché ci riconosciamo. Il chiacchiericcio si trova in un campo comune. Non dico che sia un coro, ma è una voce comune. Facciamo quello che facciamo perché in questo troviamo la nostra santa pazienza, la nostra controversa grazia e la nostra santa ragione.

A casa continuo a guardare un film che non avrei mai guardato. Me lo ha consigliato una amica, le ho detto che poi le avrei raccontato cosa ne pensavo. Il chiacchiericcio. Facciamo le cose che facciamo perché siamo contaminati dallo spettacolo. Dalla comunicazione. E mentre lo guardo mi vedo dall'esterno che guardo il film, seduto in cucina, con il portatile davanti, le bollette acconto Tari a fianco, la confezione funghi secchi Primia di fronte, il rumore ininterrotto del traffico della valbisagno che viene dalla finestra, le ventole del caricabatteria dello scooter elettrico dietro di me. E mi chiedo, perché lo sto facendo?

Chiudo il portatile, prendo il tablet e inizio a scrivere tutto, prima che sia troppo tardi .