Portiamo, io ed Elettra, terzogenita a una festa in un piccolo paese dell'entroterra, Montessoro, dove il gruppo di spade laser che lei frequenta farà una piccola esibizione. Non siamo mai stati a Montessoro, seguiamo Google maps mentre lentamente scivoliamo via dalla costa ligure e ci addentriamo tra le colline, la strada sale verso un crinale per poi scendere nel niente di prati, alberi, ancora prati, qualche casa contadina abbandonata. Mentre saliamo senza trovare nulla iniziamo a storpiare il nome del posto dove stiamo andando, da Montessoro a “miotessoro”, come l'anello che il povero Gollum/Smeagol cerca di avere indietro da Bilbo Baggins. Ridiamo.
La festa di chiama 'capodanno d'estate', è una tipica festa paesana dove tutti si conoscono. Le case, una decina, sono raccolte come a proteggersi e rassicurarsi rispetto al resto della vallata, i prati, i cartelli che segnalano attenzione passaggio mucche. Io, Elettra e Terzogenita camminiamo come alieni osservando tutto, guardando questa piccola comunità, afferrando le battute, i riferimenti – per noi incomprensibili – a cose e persone. Facciamo la nostra coda per avere la nostra dose di polenta e carne (o polenta e verdure per il venerabile vegetariano) e poi giriamo per le tre stradine del paese cercando un posto a sedere. Mi sembra incredibile che lì, in mezzo a quella strada solitaria, quelle poche case ci sia così tanta gente, un circolo, una chiesa.
È in quel momento che mi sento chiamare. “Venerandi”! Sei Venerandi?“. Mi giro. Davanti a me c'è una persona che mi guarda sorridente, un po' timorosa. Come spesso accade cerco di capire chi sia, perché la mia memoria fotografica se ne è andata via con il digitale e con il porno. “Uh – rispondo – sono io ma...” inizio e l'altro mi interrompe. “Tu non puoi conoscermi. Non ci siamo mai visti. Ma io ti seguo da anni su Facebook”. “Ah” – faccio io. Lui si gira verso Elettra, “tu devi essere Elettra” dice e poi si volta verso terzogenita, “e tu devi essere terzogenita”. Si passa una mano sui capelli. “Incredibile, Venerandi a Montessoro. Ma cosa ci fai qua?”. Sto per dirgli “aumento la dimensione di Facebook” ma poi spiego delle spade laser, di Terzogenita.
“Tutto il lusso di essere famosi, ma senza lo scomodo impaccio dei soldi” penso poi mentre cammino per le strade di Montessoro. Faccio qualche foto ai bambini e ragazzini che provano le spade laser, ma lascio l'otturatore aperto. Vengono fuori delle specie di meduse. Salvaschermo luminescenti. Ccondivido subito. Nessuna pietà per la privacy. Poi mi allontano del centro del paese dai rumori della musica, le urla. Mi viene in mente come questo sia un mio habitat. Come quando ero ragazzino a Sant'Olcese, nel momento che scoppiava la festa, mi allontanavo, andavo per strade buie, lasciavo il rumore lontano, come qualcosa di alieno ma rassicurante.
Anche qua, appena ci si allontana dal centro si piomba nel buio assoluto. Niente lampioni. Nel cielo, inaspettatamente ci sono le stelle. Sembra di stare su Outer Wilds. Cammino nel buio più profondo man mano che i miei occhi si abituano. Guardo il cielo, provo a fotografarlo con l'otturatore aperto. La macchina non è abbastanza potente. Le stelle sono dei piccoli graffi bianchi nel nero, i miei brividi e le mie oscillazioni nel tenere a fuoco il cielo. Passa un auto, mi sposto, penso a cosa penserà quello che guida a vedere uno nel buio notturno di una strada, a fissare il cielo. Passa rapido, torna il buio.
Lontano parte la musica. Gli 883, Ligabue. Ad un certo punto una voce chiama i bambini. Parte “Il ballo del qua qua”.
Ogni tanto un docente muore. Allora ci alziamo nel collegio docenti e stiamo tutti in silenzio per un minuto. Visto da fuori sembra un film di fantascienza. Un futuro distopico dove la gente periodicamente muore, la gente di tutti i giorni, quella che conosci, che potresti essere tu. Quelli del mondo reale, produttivo. Sembra un meccanismo sociale, c'è bisogno che qualcuno svanisca, che diventi un ricordo. Casualmente a qualcuno tocca, potresti essere tu. Potrei essere io. Nulla vieta che poi il docente mancato ritorni. Entrerebbe nell'aula magna del collegio docenti, chiederebbe permesso, andrebbe a sedersi con gli altri, nel mezzo del centinaio di persone che parlottano in attesa dell'inizio. Si guarderebbe attorno, nessuno farebbe più caso a lui.
Forse dovrei scrivere “che parlotta” perché il soggetto è il centinaio, non le persone. Ma farebbe meno rumore.
C'era qualcosa che volevo raccontare un aneddoto, qualcosa che mi sembrava significativo. Mi era tornato in mente oggi e avevo pensato, ecco, questa cosa ancora non l'ho scritta. Stasera ho preso la mia macchina per scrivere e l'avevo dimenticato. È un po' che ci penso e non viene più fuori. Sono stanco, ho dormito poco e male. Colpa dell'immaginazione, l'ho scritto oggi a una che mi chiedeva come mai non avevo dormito, ho una rosa di carne, le ho risposto, che mi cresce dentro e più vado avanti più sono i suoi strati e i suoi labirinti. È difficile dormire quando tutto il tuo corpo è un insieme di petali abnormi che si attaccano gli uni altri altri, crescendo e mutando continuamente. Ma non era questa la cosa che volevo raccontare.
Sto continuando a pensarci mentre svuoto la lavapiatti, niente. Non riesco a ricordarlo. Mi viene il dubbio di averlo sognato; mi era già capitato di sognare che mi succedeva qualcosa di particolare, di memorabile, e nel sogno chiedevo che mi fotografassero perché poi ne avrei fatto un meme per internet. Al risveglio avevo provato imbarazzo. Ma la cosa che volevo scrivere non era il sogno. Il fatto è che se non ricordo questa cosa, tra qualche giorno, qualche settimana al massimo, l'avrò dimenticata. Scomparsa. Come il docente che diventa invisibile nell'aula docenti. Di quello che mi succede resta solo quello che trascrivo e anche quello, in realtà, lo dimentico. Ogni tanto rileggo cose scritte decenni fa e sembrano scritte da una persona che non sono io, parlano di cose di cui non ricordo nulla. Ritornano dentro, irriconoscibili, e si siedono in mazzo al materiale d'uso contemporaneo.
Ho giocato con i figli a Outer Wilds, sono morto in maniera strana. Ero sulla luna quantica e – probabilmente – la mia astronave – mentre non la osservavo – è finita in un altro punto del pianeta. Sulla luna quantica le cose restano dove sono finché le guardi: appena distogli lo sguardo finiscono chissà dove. La mia nave doveva essere finita in un tornado il quale l'aveva scagliata via, incidentalmente addosso a me che stavo camminando verso il polo nord della luna. Ora abbiamo finito, sto bevendo una camomilla, pensando a una visual novel a cui ho giocato nei giorni scorsi. Niente da fare, il ricordo non riemerge.
Inizio a pensare che non esista, questo ricordo. Esisteva finché lo pensavo, ma quando ho smesso di pensarlo, è finito anche lui in un luogo lontanissimo. Un luogo che non esiste e si cancella man mano che mi metto a pensare ad altro. Ci penso ancora un attimo, se mi viene in mente lo scrivo.