Questa mattina avevo voglia di leggere, così ho preso e sono andato in una delle biblioteche pubbliche della mia città. Non c'è quasi nessuno, solo bambini in età prescolare che mandano le loro lallazioni occupando lo spazio sonoro che la loro natura di frugugnetti gli riconosce. Sto leggendo un ebook di letteratura comparata, da diversi mesi, che trovo un po' difficile da razionalizzare ma piuttosto stimolante e che voglio finire di leggere entro fine dell'estate. Qua, con gli occhiali, il relativo silenzio concesso dai piccoli corridori e dai padri & madri relative, il mio grosso e largo ebook reader con il suo pennino, i condizionatori che danno al tutto un clima artico-temperato, insomma, non è male.

Uscito da casa mia, nell'afrore umido del genovese, mi ero voltato indietro: sulla facciata stavano sei sudamericani appesi alle loro corde che livellavano l'intonaco. Uno si era voltato verso di me, riconoscendomi, mi ha salutato con un gesto e la voce. Guarda tu, ho pensato.

Una considerazione che facevo scrivendo questo diario, e rileggendone alcune parti. Più le cose che scrivo diventano chiare, il lessico comprensibile e i miei ragionamenti razionali, meno quella persona che viene rappresentata dal diario mi somiglia. Tutta questa fatica di rendere quello che comunico – comunicabile – è fatta a danno di una teoria di cose di stomaco, di zecche vergognose nascoste sotto i capelli, di porcherie ingollate abbruttito in qualche parte del mondo. Di balbettamenti incomprensibili. Più mi rendo comprensibile, più faccio violenza e strappo via l'incerto, il non linguistico, l'irrazionale e l'irragionevole.

Ho iniziato, quasi per caso, a scrivere la struttura di un videogioco. “Inferno”, la visual novel che ho iniziato vent'anni fa, si è bloccata. Ho finito il prologo, l'ho anche messo su itch.io, ho iniziato la parte centrale ma sono andato in empasse. La storia e gli enigmi che ricordo e che mi sono segnato, non mi convincono più. Dovrei rifare buona parte della storia, ma sono vincolato a quello che la storia ancora occupa dentro di me. Sono agganciato alla struttura originaria, ma nello stesso tempo vedo che è arida. E sono anche costretto dalle immagini che già ho. È come se avessi davanti le carte di un gioco, ma le regole con cui giocare non mi convincono più. E non ne trovo di nuove efficaci. Credo che lo lascerò a macerare ancora per qualche tempo.

Invece, dicevo, ho iniziato un arcade. Ho preso il motore che avevo programmato per Allydim, il videogame che avevo iniziato a fare con secondogenito, e ho cancellato tutto tranne la struttura vuota. Avevo in mente questa idea di un personaggio che non ha forma fissa, fatto di linee, punti, colori, a seconda dello svolgimento del gioco. Ho fatto giusto due prove di come questa idea rendeva graficamente e mi hanno soddisfatto. Ho alcune idee sulla storia, ma questa volta penso che storia e programmazione procederanno assieme, nel senso, la programmazione di elementi grafici impatterà sulla storia e viceversa.

L'idea – non originalissima – è quella di un corpo che muta e le sue variazioni gli permettono di accedere a determinate zone del gioco mentre determinate zone del gioco (o azioni) effettuano delle permutazioni al corpo stesso. Ho in mente alcune idee di base: per accedere al posto di lavoro il personaggio deve “banalizzarsi” perdendo i propri colori, diventando a livelli di grigio. La scuola è un ambiente in cui il personaggio può uniformarsi, perdendo appunto i colori personali. Ci sono poi luoghi dell'antagonismo e della criticità dove si riesce a ritrovare le proprie cromie. Però così è un po' troppo meccanico. Penso che “giocherò” ancora a programmare possibili corpi del giocatore prima di formalizzare la storia.

Un elemento che mi attrae è che programmare è divertente. Dico, partire da zero, o quasi visto che mi appoggio a Pygame. Da questo punto di vista la programmazione “standard” di Ren'Py è piuttosto piatta. Con Pygame ho la sensazione di libertà assoluta. Mentre vi scrivo una mamma sta cantando una canzone in francese per addormentare il proprio bambino. Qua a due scrivanie di distanza. Cinquantaquattro morti, almeno, di ragazzi marocchini che hanno cercato di entrare nell'enclave di Ceuta. “Entrare nell'enclave”, cioé, muoversi nel mondo. E qua una mamma canta in francese a un frugugnetto come se niente fosse, come se avessimo diritto di essere semplici esseri umani che lallano, frignano, mutano il corpo, succhiano, si innamorano, figliano – se ne hanno voglia. Prendono, camminano, se ne vanno. Muoversi nel mondo. Guarda tu, ho pensato.

Io non lo vedrò.