Questa mattina in classe ho portato una dozzina di ragazzi di quinta a provare questo esperimento di didattica in realtà virtuale che avevo preparato per loro. Si tratta di un ambiente che avevo già provato con successo una volta, qualcosa come due anni fa e poi basta, non aveva più funzionato. Per motivi che i tecnici non erano mai riusciti a capire, erano emersi problemi di rete che avevano reso l'ambiente cooperativo lentissimo e non utilizzabile.
Per un laboratorio con i ragazzi delle medie lo avevo riprovato qualche tempo fa scoprendo che quel tappo nella rete si era tolto, non ho idea del perché. Cioé, ho qualche sospetto, ma ininfluente ai fini della narrazione. Tra ieri e oggi ho portato due classi, ho presentato loro una teoria di oggetti geometrici associati a concetti visti in italiano o storia, e chiesto loro di creare degli alberi logici, spostando e unendo tra loro gli oggetti geometrici.
L'esperienza è stata piuttosto galvanizzante. Vedere gli studenti con un corpo vettoriale che si muovono nello spazio, scherzano fra loro, cazzeggiano e poi si mettono lì e uniscono Pascoli a Italy, trascinando 4321 sulla letteratura ergodica, si passano Diaz, cercano Pasolini, chiedono informazioni e si rispondono da soli, fanno errori, certo, e vanno avanti per un'ora e mezzo, alcuni ancora dopo il suono della campanella dell'intervallo, beh, ero piuttosto contento. E anche loro, dopo, sconvolti ma sorridenti.
Non credo che quello sia il futuro, ma credo che sia una esperienza che possa fare venire idee su come possa diventarlo. Con tutti i suoi difetti, che sono tanti, è un venire catapultati in un mondo possibile dove il digitale diventa totalizzante. Tornare indietro, dopo è straniante.
Incidentalmente poi, la sera, sono andato nella Basilica di San Siro. Sono entrato, la chiesa era piena, mi sono messo seduto su un inginocchiatoio e poi mi sono appoggiato su una colonna. Dopo un po' sono entrati i musicisti, violinisti, archi e suonatore d'organo. Nel silenzio della chiesa hanno avvicinato gli archetti ai loro strumenti e hanno iniziato a suonare. Rossini, Handel, Mozart, Haydn.
Nel momento in cui la musica ha iniziato a sostituire i suoni e le voci si è creata come una frattura. Quella roba era irreale quanto quella digitale al mattino. Nella realtà si è aperta una feritoia e da lì è emerso un mondo che era composto di materia, estetica, storia, un avviluppo che per un'ora e mezzo è restato lì mentre io ascoltavo, mi distraevo, restavo fulminato con il collo teso a seguire un passaggio, sentivo la schiena mandare fitte, mi chiedevo se Mozart o Haydn fossero coevi della rivoluzione francese, cercavo su internet, osservavo la gente, studiavo i movimenti delle braccia, i gesti dei musicisti, applaudivo.
C'è questa cosa nei concerti che sono unici, non puoi riascoltarli e riascoltarli, sei lì in quel momento e ti senti anche in colpa a non essere sempre collegato con quello che viene suonato. Sei in un ambiente e sei un povero essere umano. Anche stare lì è una condizione dell'essere. E come spesso mi accade ho pensato che sarebbe carino portarci gli studenti, ma poi ho pensato anche che gli studenti a sentire Mozart si romperebbero i coglioni. Ci vorrebbe un lavoro preparatorio, tutto l'armamentario che serve per fare in modo che una serie di roba incomprensibile e apparentemente amorfa diventi leggibile, mandi significato. Condizioni piaceri. Insomma, la cultura.
E mentre ero lì, da solo, ad ascoltare, ho pensato alla fortuna che ho avuto, quella che ha fatto in modo di avere le competenze minime (ma proprio minime) per stare in piedi per un'ora e mezzo a sentire musica da camera, sapere che non bisogna fare la cazzata di applaudire tra un movimento e l'altro, riconoscere grossolanamente pattern e stilemi e /goderne/ un pochino. Che dono prezioso. E avere la fortuna di possederlo assieme a quello che sembra dall'altra parte del mondo; di immaginarsi nodi vettoriali, imbastire visori, avere la determinazione di farci entrare dentro delle persone.