Sempre in auto racconto a Elettra questa cosa, anzi no, eravamo nelle gallerie. Ogni volta che passava una bici elettrica faceva un rumore come di insetto, e allora ho raccontato questa cosa che da bambino/ragazzino avevo visto un cartone animato. Non so cosa fosse, una cosa seriale, probabilmente una delle cose Hanna & Barbera che intimamente odiavo. In questo cartone animato c'era un insetto, forse una zanzara, non ricordo. Forse più grande del dovuto. In ogni caso questa zanzara o cosa era, prima di colpire faceva un suono. Diceva “Bron-zi-ga!”. E poi colpiva con il suo aculeo. “Del cartone non ricordo nulla, ma – capisci – ho cinquantasei anni e quel 'bronziga' è ancora dentro di me. Perché? Forse il suono, bronziga, ha una sonorità che mi è rimasta impressa dentro. Mi ha marchiato”. Elettra scuote la testa, rassegnata.
Bron-zi-ga. Anche lui morirà con me.
Il cuore del discorso era capire le cose che mi fanno felice. Era anche l'inizio di questo diario. È un problema essere felici, la felicità in generale. Un mescolamento ibrido di amore ed egoismo. Roba animale, muscolare, che si aggancia a un nucleo centrale in perenne mutamento. Cosa ne so come essere felice. Dipende. Una parte di me ragiona per conto suo, con movimenti muti. Non mi informa – questa grossa testa di cazzo che tengo dentro – di cosa e perché sia felice o depressa o scazzata. È irragionevole e costruisce dentro di me la sua galassia temporanea, temporary galaxy, fatta di piccole gemme, smeraldi, falli color delfino, talco mentolato, pelle scarificata a mostrare la carne viva che pulsa, coperta con fitostimoline garza, acqua ossigenata a spruzzo. Scarafaggi, fuochiste. Riutilizzo tutto, non butto via niente.
Essere felice, e poi di cosa. L'altro giorno lo pensavo, perché dovrei essere felice? I diari di carta che avevo da bambino/ragazzino iniziavano con “caro diario”, come nei film. Di cosa dovrei essere felice. Essere felice è la condizione in cui si ritrova chi non gli importa di esserlo, chi lo ritiene poco importante. Temporary galaxy. Raccontare cose buffe. Ricordare i frammenti di godimento e conservarli come si conserverebbe un odore, senza poterci ragionare sopra. Stare bene, avere la speranza di un corpo migliore. Di un pasto migliore. Di un risveglio migliore. Ridere dentro. Qualche giorno fa sono andato nel letto del Bisagno a fare riprese con il cellulare in bianco e nero, per i miei video. Ci sono restato un'ora, dice lo smartphone. Giravo tra i sassi. Prendevo spazzatura, la lavavo nell'acqua del fiume. Riprendevo tutto. Sono stato – in quell'ora – felice. Non lo so. Ero elettrizzato. Basta per essere felici?
Quella galassia dentro è cangiante. Passa dall'euforia per niente alla pesantezza, alla depressione al niente. Resiste, è resiliente. Muta, a mia insaputa. Elettra mi ha chiesto se ho un posto privato dove scrivo cose che nessuno legge. Le ho detto che ho una cartella in tutti i miei computer chiamata “scriptabilia” dove dentro ci sono cose che scrivo così, all'improvviso. Irrelate. Centinaia di file. Ma non c'è niente di privato. Le cose private le vivo. Oggi, per dire, ho adattato un mobile di metallo con Elettra, l'abbiamo tagliato con un seghetto da ferro, riassemblato. Ad un certo punto, Elettra non c'era, tenevo con una mano la sbarra di ferro, sul tavolo, e con la seconda tagliavo, ma il ferro si muoveva per l'attrito del seghetto da ferro. Allora ho messo un piede nudo sul tavolo, sopra il ferro, a tenerlo fermo. Avevo la mia mano sinistra e a fianco questa strana mano pedestre, tutte e due occupate a tenere fermo il ferro che intanto – con la terza mano – tagliavo. Forse, in quel momento, essere a tre mani, sono stato felice della metamorfosi.
Ad un certo punto, mentre eravamo nella galleria tra Bonassola e Levanto, sentiamo un ambulanza. Vediamo la luce nella galleria i lampeggianti. Non me lo aspettavo. Arriva a tutta velocità mentre i pedoni e le biciclette, nella penombra, si mettono a lato. L'auto passa a sirene spiegate. Le sirene spiegate bene. È una presenza irreale. Vedo per un attimo il volto teso dell'autista, poi scompare via verso la sua missione. Dopo il suo passaggio la galleria torna al suo ciclo turistico, ai suoi rumori di onde lontane, il buio fresco del sottoterra, le gocce che cadono dalla volta, voci straniere, rumori di bibiclette che si avvicinano, ti passano vicino, filano via ronzando. Bronziga.