Stavo riflettendo in questi giorni a uno schema che ho trovato in uno degli articoli dell'ultimo Progetto Grafico, dove si parla dei sistemi di scrittura africani. Un concetto che mi ha affascinato è stato quello che del cambiamento di prospettiva dei linguaggi scritti che – inizialmente – vengono considerati dal punto di vista prettamente linguistico, quindi come “derivazioni” della lingua parlata (a sua volta derivata dal linguaggio), mentre poi, da un punto di vista semiotico, il linguaggio scritto viva su uno livello equipollente a quello verbale e – soprattutto – come la scrittura sia un fenomeno con una propria autonomia rispetto allo stesso linguaggio.
La mia declinazione personale, leggendo l'articolo, è che la scrittura, il segno, ha autonomia rispetto al linguaggio ma anche rispetto al pensiero da cui il linguaggio parte e che – banalmente – la tecnica del segno, la scrittura, nella sua autonomia, influisce anche su come pensiamo. Scrivere non è una semplice trasposizione della lingua orale, ma scrivere è anche predisporre una architettura del pensiero che – in ultima istanza – cambia lo nostra visione del mondo e di come interagire con esso.
Come scrivevo qualche giorno fa, siamo anche quello che scriviamo, la cosiddetta virtualità della scrittura non è affatto virtuale.
Ecco, il tassello su cui sto riflettendo in questo giorni è che il digitale sta diventando un ennesimo punto aggiuntivo rispetto a questa dualità binaria orale-scritto del linguaggio. Il contenuto digitale, audio, video, testuale, interattivo è una nuova modalità espressiva del nostro linguaggio e – a cascata – del nostro modo di pensare. Anche questo non è virtuale, è qualcosa che andiamo a generare interagendo con il mondo e trasformandolo in un contenuto che possa diventare oggetto di comunicazione.
Quando vediamo milioni di persone saltellare, cantare, cadere, correre su Tiktok, i miliardi di streaming di gente che gioca ai videogiochi, i terabyte di terabyte di mash-up, crossover di bitmap e animazione digitale, la continua costruzione/distruzione di ingressi di Wikipedia, Reddit o Discord, la ramificazione dei thread su Facebook, ecco, tutta questa gente sta parlando nuovi linguaggi, e – questo è il punto che mi interessa – questi linguaggi cambiano anche il modo di pensare e di vedere il mondo che queste persone hanno. E queste persone siamo noi, per inciso.
Il che non è né un bene né un male, è un fatto. Il digitale e la connessione continua rende la nostra vita una performance linguistica perenne. Ogni cosa che pensiamo, ogni cosa che vediamo camminando (anche, per dire, un frigorifero rosso acceso lasciato sul bordo di un prato) può diventare immediatamente un contenuto digitale e un oggetto di interazione. Questa è una forma di libertà creativa senza precedenti. E nello stesso tempo un modo di pensare e di vedere il mondo che può diventare disturbante e creare disagio di fronte a contenuti che digitali non sono e che abbisognano di tempi e modalità di approccio del tutto differenti. Per dire, un libro. O creare una continua ansia creativa per nutrire piattaforme che si nutrono di questa produzione digitale.
C'è questo pezzo che avevo letto e che ora non trovo, forse nel Castoro di De Sica, in cui il neorealismo (mi pare fosse lì) si immagina un futuro dove il cinema sia qualcosa che si crea inserendo una telecamera in casa e riprendendo la vita di tutti i giorni. La realtà come presa diretta della vita di tutti i giorni. Ecco, la realizzazione tecnica di quella idea ci mostra che la presa diretta è comunque una finzione. Lo streaming, il selfie, la continua connessione digitale della propria vita non è affatto una ripresa del reale, ma l'ennesima messinscena comunicativa e sociale che andiamo a fare in pubblico. Creare contenuti digitali è un elemento linguistico, l'ennesimo, con il quale saliamo sul palco e cerchiamo, balbettando, di comunicare qualcosa.
Sono lì che scrivo. Cos'altro potrei fare. Scrivere. Il diario serale. Nella casa nuova mettersi lì a scrivere e pensare. Pensare e scrivere, anzi, dirò meglio: pensare in quanto sto scrivendo e – scrivendo – penso. Era quello che dicevo ieri ai ragazzi in classe: è il fatto di saper scrivere che cambia il nostro modo di pensare, il fatto di fare coincidere l'atto di pensare con quello della scrittura. Io scrivo e nell'atto di scrivere, penso. Potrei pensare senza scrivere? Certo, ma penserei cose diverse. E non ci sarebbe poi il log.
Volevo scrivere una cosa diversa ma non la ricordo. Mi pare che la tastiera bluetooth sia pìù lenta di quella integrata, sad but true. Dovrei provare con il cavo usb. La percezione è un grosso problema per noi umani. Scrivere per il gusto di considerare la propria velocità e la propria dannazione, probabilmente, quando scrivo per scrivere rallento non sento, voglio dire l'esigenza di andare troppo veloce. Considerazioni fatte ad alta voce. Varrà la pensa aggiornare il firmware. Paura.
Sono seduto adesso all'esterno vedo le cose così come sono, ho sempre pensato alla scrittura come un guanto – urticante guanto. Scrivere come viene, senza più stile. Scrivere bene, diciamocelo, è un po' sopravvalutato. Potrei fare una foto di questo panorama e chiedere a chatgpt di farne una descrizione testuale dettagliata. E poi confrontarla con la mia. Proviamo.
Cosa vedo io.
Una parte di un terrazzo, piante ondulate lungo il perimetro di una cancellata nera, piccoli faretti, l'ingresso di una scaletta che scende, sempre in metallo nero e dietro una vallata, il verde del lato di uno dei due versanti che degrada nel basso verso le costruzioni in cemento armato, silos, residui, strade a scorrimento veloce, il letto di un torrente – il greto, come linee partendo dall'alto l'azzurro del cielo che ora tende al grigio della sera, poi il verde, poi il grigio del cemento armato, il nero dell'asfalto, ancora il verde del greto del fiume, i ciottoli grigi, e quell'odore che non è né verde né azzurro né trasparente dell'acqua che scorre, e poi – certo — sulla sinistra con la sua irreale natura, il cavalcavia dell'autostrada che taglia tutte le linee perpendicolare, mostruoso, con le sue zampe immerse nel fango della vallata. Qualcosa del genere, cavi tesi. Il respiro ininterrotto del traffico a fondovalle.
Vediamo che mi dice chatgpt: L’immagine sembra scattata da un terrazzo o un balcone piuttosto ampio, probabilmente al piano alto di un edificio. Il pavimento è piastrellato con mattonelle chiare, leggermente lucide, che riflettono la luce diffusa di un cielo coperto. In primo piano c’è una ringhiera in ferro verniciato scuro, con montanti verticali regolari e una linea superiore semplice. Su alcuni pilastrini della ringhiera sono montate delle lampade sferiche opaline, tipo globi, che non sono accese ma catturano la luce ambientale. Lungo tutta la base della ringhiera sono disposti diversi vasi di terracotta e plastica: contengono piante varie, alcune rampicanti, altre più basse e cespugliose. Alcune sembrano un po’ disordinate o cresciute in modo spontaneo, con rami che si intrecciano alla ringhiera. Al centro dell’immagine si nota una piccola apertura nella ringhiera con un cancelletto metallico, che dà accesso a una breve scala che scende verso un livello inferiore. Questo elemento introduce una profondità visiva, come se il terrazzo fosse collegato a un giardino o a un altro spazio sottostante. Superato il primo piano del terrazzo, si apre il paesaggio urbano: subito sotto si vedono tetti e cortili di edifici bassi, probabilmente magazzini o strutture industriali leggere. Poco più indietro c’è un edificio rettangolare di colore chiaro (tendente al beige o rosa pallido), con molte finestre regolari, che ricorda una scuola, un ufficio o un ospedale. A sinistra dell’immagine domina un grande viadotto sopraelevato in cemento, che attraversa la scena in diagonale. È alto rispetto agli edifici circostanti e poggia su piloni robusti. Il viadotto suggerisce la presenza di una strada importante o di un’autostrada che collega diverse zone. Sul lato destro e in parte al centro si intravedono altri edifici residenziali o industriali, di colori vari (giallo, grigio), senza particolare uniformità, tipici di una zona periferica o di fondovalle. Lo sfondo è occupato quasi interamente da una collina molto verde, coperta da una vegetazione fitta e continua, probabilmente bosco. La collina sale ripidamente e chiude l’orizzonte, dando una sensazione di spazio raccolto, come se il quartiere fosse incastonato tra rilievi naturali. Il cielo è grigio chiaro, uniforme, senza sole diretto visibile: sembra una giornata nuvolosa o nelle ore serali, con luce morbida e diffusa che smorza i contrasti. L’atmosfera complessiva è tranquilla, leggermente malinconica, con un mix interessante tra elementi domestici (le piante, il terrazzo), infrastrutture (il viadotto) e natura (la collina boscosa).
Ecco, mi sento come si doveva sentire un pittore davanti alle prime riproduzioni fotografiche. Cosa memo a fare. Perché perdere tempo a scrivere bene, a riprodurre il reale. Qua bisogna tagliare con l'accetta, per storto, con l'acciaio che rimbalza sul legno e ti viene contro, di rimbalzo.
E mi viene in mente che io ho avuto davvero un diario. Fisico, di carta, di quelli dove scrivi i tuoi segreti da ragazzino, ci fai i disegni, ci appiccichi le cose. A penna. Quelli dove inizi scrivendo “caro diario”, come fosse un qualcosa – quello sì – di virtuale, con cui intrattenere un discorso. Ecco, scrivendone uno oggi nel 2026, così, digitale, rivedo quell'esperienza di diario sotto una luce nuova: l'avevo sempre dato per scontato, come se fosse normale tenere un diario da ragazzino, mentre era probabilmente segno di una predisposizione.
Anche perché quel diario, anzi, quei diari, non li avevo tenuti per qualche mese, ma per almeno otto anni. Non ho le date precise, ma le prima pagine erano senz'altro scritte all'inizio delle scuole medie, o alla fine delle elementari (ho ricordo di un episodio che 'ferma' il tempo), mentre le ultime risalgono agli ultimi anni del liceo, gli inizi dell'università. L'episodio che 'ferma' il tempo sono alcune poesie e alcuni disegni che avevo scritto sul senso della morte e sulla vita oltre la decomposizione del corpo che erano costate un colloquio straordinario con i miei genitori per sapere se facessi parte di qualche setta. La verità è che avevo letto Edgar Allan Poe, preso pure dalla biblioteca scolastica del plesso.
Dall'altro lato l'invenzione di un codice segreto per scrivere cose che erano diventate troppo intime e imbarazzanti per essere messe in chiaro, senza qualche algoritmo che le difendesse.
Dentro quei diari, che rileggevo spessissimo, c'erano frasi estemporanee, poesie e disegni, figurine e ritagli dei telefilm e dei cartoni animati che guardavo all'epoca, confessioni dei miei problemi sessuali, le passioni sentimentali, schede accurate delle persone che frequentavo, profili storico biografici dei miei dannati/amati compagni di classe, insomma, tutto il tipico armamentario che uno ritrova in qualche romanzo di formazione o in qualche serie americana anni ottanta in streaming, c'era tutto.
L'unica differenza è che – in genere – nei telefilm e nella fiction questi diari sono sempre creativi e bellissimi, c'è in nuce la complessità della personalità di chi li compila, mentre – nel mondo reale – o almeno nel mio mondo reale, la maggior parte delle cose era cringe, puerile, grossolana e infantile e diventava sempre più infantile e imbarazzante man mano che crescevo, insomma: era un vero diario di un adolescente in trasformazione con tutta la spazzatura e i residui che la cosa si porta dietro. Questo per dire che a un certo punto, ho preso questi diari e li ho buttati nel cassonetto.
A posteriori posso dire che averli buttati sia stata una delle grandi idee sane della mia vita. Ho buttato via otto anni di poesie, sogni, disegni, codici, ma anche otto anni di paure, di ansie, di malessere e di spazzatura. Il materiale aveva superato la consistenza che trasforma un ricordo in una zavorra.