Sto facendo un sacco di errori. Scrivo e le parole escono diverse da come le avevo pensate. Parlo e dico le cose e vedo la faccia dei miei interlocutori che non hanno capito quello che sto dicendo. Dico ai ragazzi delle cose e quelli se ne fregano beatamente, ridono, si feriscono e strappano le cose per vedere l'effetto che fa. Mi trovo a dover fare delle scelte mature e io non ho idea da dove cominciare, tutto è appiccicoso. Ho scritto a una mia collega, mentre aspettavo il cambio d'ora, vorrei essere – le ho scritto – vorrei essere su una sdraio in riva al mare, al caldo, con un cocktail secco in mano a osservare sulle onde del mare un'atomica che esplode e sorridere chiudendo gli occhi mentre aspetto l'onda d'urto. La collega ha risposto con uno smile giallo.
C'è una cosa che facevo da bambino e che posso ancora fare oggi: chiudere gli occhi e premere leggermente le pupille: il grigio siderale si popola allora di campanelle giallastre, aurore boreali sincopate, macchie di luce e di colore, un caleidoscopio delle neuroscienze doloroso e che – una volta disattivato – mi riporta in un mondo svuotato di forme e privo di colori. Sempre meglio che autoindursi l'euforia per ossigeno. I piccoli innocenti giochi di noi generazione x quando ancora non potevamo ammazzarci con l'eroina.
Ieri parlavo con mia zia, lei era sdraiata nel letto con la cannula dell'ossigeno nel naso. Cannula che per motivi a le sconosciuti si chiama occhiello o occhiale, non ricordo. Parlavamo degli studenti, raccontavo che in alcune classi ho ragazzi che hanno difficoltà a scrivere e leggere testi complessi e lei diceva che la colpa è di questi cosi elettronici, che questi cosi elettronici danno dipendenza e li distraggono e in più – dice mia zia – i ragazzi non sanno più affrontare la noia, hanno sempre bisogno di stimoli mentre noi – e indica me mentre dice noi – da ragazzi affrontavamo la noia, eravamo creativi. A questo punto del discorso mi guarda e mi dice, tu, tu Fabrizio, quando avevi la loro età, ti annoiavi? E io dico, zia no, io non mi annoiavo: io avevo il computer. “Cosa?” fa lei, pensa di non aver capite bene. “Zia io a tredici anni avevo il computer, certo che non mi annoiavo”. Si ritira sotto le coperte, ferita, “bastardo” mi dice e mi sorride.