Tutto molto poco zen. Questa sera un po' di tastiera meccanica. Sentire un i tasti. Incenso indiano acceso, tazzina con il vino di riso cinese caldo. I cari vecchi tempi. Una stanza tutta per me. Devo averlo letto. Ma una cosa veloce che poi devo correggere i compiti. Camminavo questa sera e pensavo, avevo iniziato a sentire della musica con le cuffie ossee ma niente. Ho dovuto spegnerle. La solita iperacusia. Anche sulle cuffie ossee ci posso mettere una pietra sopra. Il mio sistema nervoso percepisce il fatto che io cerchi di rilassarmi interpretando la musica in cuffia come una minaccia. Un pericolo. Attento, dice il mio sistema nervoso centrale, venerandi vuole rilassarsi! Contraiamo l'interno delle orecchie, trasformiamo la musica in suoni, in frequenze, facciamo sentire ogni cosa come un pericoloso dolore immateriale che inizi a fagli male, dentro la testa. Feriamolo, graffiamogli le pareti di carne che non esistono.
Grazie, sistema nervoso centrale, grazie, se non ci fossi tu non so come farei.
Via le cuffie ossee ho iniziato a pensare, al fatto che avevo voglia di scrivere con la tastiera meccanica, camminavo e pensavo, affrettavo il passo, cercavo cose da fotografare. Posti in cui fare dei brevi video. Tutto è un possibile contenuto.
Cioé mi rendo conto di questa cosa, che io vado, mi metto lì a scrivere, faccio il mio post, cerco di mettere al meglio le cose che penso, faccio la mia cosa nella casa, e poi mi prendo i miei dieci, venti, cinquanta like, i commenti di gente che sputa polmoni, che dice anche io venerandi ho vissuto esattamente le cose che hai vissuto tu, insomma ricevo la mia breve fucilata di gratificazioni. Endorfina, credo. E poi vedo che la cosa che ho scritto scorre via, il giorno dopo è già affondata per metà nelle melma del digitale, dopo due o tre giorni mi rendo conto di essere stato truffato, che mi sono autosabotato. Il mio post è là, lontano, mi dà letteralmente fastidio che esista ancora, se lo riprendo in mano ne vedo i refusi, le parole ripetute, ma soprattutto vedo che qualcuno – non io – sta guadagnando sopra questa cosa che scrivo; e ricevo gratificazioni che a mia volta do a qualcun altro. Il vino di riso cinese è diventato freddo.
Relitti. Mi lascio dietro relitti di cui non conosco nemmeno il numero, centinaia. Migliaia. Prime bozze che non avranno mai una seconda stesura. E questo materiale che secerno, non cambia di una virgola i miei prodotti, le cose che ho finito, i miei romanzi, i miei videogame, i miei album di suoni, è come se fossi una molteplicità di me stesso che fanno cose diverse e nessuna comunica con le altre. Non posso nemmeno nascondermi dietro la scusa di star facendo della promozione. Non la sto facendo. In realtà quello che scrivo non è nemmeno un prodotto; il prodotto sono io che scrivo. Il prodotto è avere la scimmia venerandi che scrive i suoi post su facebook per i suoi cinquanta like e poi resta lì a fare quello che fanno in genere le scimmie dopo aver vinto il pulitzer delle scimmie: si abbruttiscono, con grazia e animalità.
Camminando avevo ricamato su questa cosa: il bello della scrittura è che scrivi le peggio cose, scavi come una di quelle bestie che ci vivono in faccia, vai nei meandri della carne e tiri fuori tutte le brutture che hai dentro e più scavi, più una parte di te si entusiasma perché questa melma che tiri fuori, la stai scrivendo; più marcisci più la tua scrittura diventa vera. Autentica. Wow. Più stai male più una parte di te ne gode perché su questa sofferenza la scrittura imbastisce il reticolo della scrittura più necessaria. Mi viene da ridere. “Necessaria”, certo. Raccontiamocela.
Ho sempre pensato di essere bravo a scrivere, ma non bravo normale, bravo bravo. Poi ho scoperto che di gente brava brava a scrivere ce ne è più del necessario. Non era una cosa così eccezionale essere bravo a scrivere. Questo forse l'ho già scritto. Ma era troppo tardi: ormai pensavo per iscritto, ormai la cosa che scrivevo era tutt'uno con la cosa che pensavo. Ormai quella roba che producevo era “naturale”.
C'è poi questa cosa di me, la nausea. Quando faccio qualcosa che sono bravo a fare, mettiamo scrivere, e qualcuno dice che sono bravo a scrivere, mettiamo una recensione, una recensione positiva per qualcosa che ho fatto, io inizio a leggerla e prima sono contento, ma già a metà ecco che arriva la nausea. Comincio a innervosirmi. Cosa stai a dire che sono bravo a scrivere. Lo so già. Magari scrivo della roba orrenda, ma la capacità di scrivere non mi manca, fidati. Non è il caso di rimarcarlo.
Provo allora più soddisfazione a fare cose che non dovrei fare. Le cose che mi costano grande fatica e nelle quali i risultati sono pochi, scarsi. Imbarazzanti. Quelle mi danno soddisfazione. Mi sembra di operare un furto, di fare una beffa. Fin da piccolo, le cose che ho fatto e che si capiva che no, non era la strada per me, quando non erano umilianti, mi hanno sempre divertito.
Giocare a tennis, fare il portiere in una squadra di calcio, ballare il ballo liscio, far kung fu tradizionale, suonare il basso, andare in kajak. Ogni volta che ottenevo e che ottengo ancora oggi un mediocre risultato, rido. Letteralmente. Un furto. E la lista si allunga e a un certo punto arriva il momento del pudore, dove anche io mi fermo a trascrivere, quello in cui l'elenco delle cose che non avrei dovuto fare sterza e va a infilarsi nella lista delle cose per cui – dicono – ho un talento, piccolo o brillante che sia. E le due liste iniziano a incrociarsi e amalgamarsi e io resto lì impietrito perché non so più dove finisca la prima e dove inizi la seconda. Non so più se questa cosa che sto facendo mettendoci il cuore sia in realtà una buffonata che avevo provato così per vedere che succedeva, sicuro che appena che se ne fossero accorti sarei saltato giù e sarei scappato mostrando i denti da scimmia e la schiena curva e pelosa.