differxdiario

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materiali esclusivamente testuali o critici (non politici, in linea di massima, anche se ovviamente... tutto è politico) su audiodifferx. e (giusto a proposito di scritture da considerare – perfino quando astratte – non apolitiche) oggi ho inserito due frammenti da Balestrini, qui: https://differx.noblogs.org/2026/01/06/audiodifferx-002-nanni-balestrini-ipocalisse-15-16/ (caricato da spreaker, non la peggiore piattaforma podcast) (ho provato funkwhale ma lentezza e scarso spazio mi hanno scoraggiato)



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Miron Tee è, con Rosaire Appel, a mio avviso tra gli artisti maggiori e più interessanti, a livello mondiale, per il versante dell'asemic writing e i territori di confine fra scrittura e astrazione:

https://pontebianco.noblogs.org/post/2025/11/21/note251119-miron-tee-2025



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un post importante di Lavinia Marchetti sull'hasbara promossa con bot e altri agenti sui social: https://www.facebook.com/share/p/17q5kMv7et/

a cui aggiungo questo commento mio:

rimango in tutti i casi persuaso del fatto che l'unica soluzione (o la meno censurabile da fb) sia la... mossa del cavallo, ...ossia: dislocare i contenuti, usando fb solo per lanciare l'amo, il link. ovvero: inserire su fb soltanto incipit+link di un post, che però viene pubblicato altrove. per 'altrove' intendo un social del fediverso (mastodon, friendica ecc.) o un blog.

i social generalisti come instagram, x e fb, che pure hanno contribuito moltissimo (fb meno di tutti) alla causa palestinese, si può sì continuare a usarli, volendo, ma come moltiplicatori di materiali presenti altrove. mettendo cioè in atto strategie di dislocazione dei contenuti critici, così da poter aggirare il controllo isterico e l'hasbara di bot & compagnia.

*

qui una notilla/espansione audio, su questo argomento: https://slowforward.net/2026/01/05/pod-al-popolo-087-dislocazione-di-materiali-pour-tromper-lalgorithme/



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inim in sumero vuol dire parola https://youtu.be/kfWQ4o7BwB8



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questo dip su slowforward invece non lo riprendo, lo replico proprio. scritto oggi. ecco:

sono le dodici passate del 3 gennaio '26 e non ho ancora letto i social, ma posso immaginare che due delle notizie di oggi possano essere state già – e non da pochi – messe in relazione: (1) i colonialisti per eccellenza, gli Stati Uniti, hanno attaccato il Venenzuela e catturato Maduro e la moglie; (2) dall'incendio a Crans-Montana in Svizzera sono emerse, oltre alle decine di morti e feriti, le immagini di un video in cui alcuni che ballavano vedevano e quasi “festeggiavano” senza scappare il soffitto che dava fiamme, finché tutto ha preso fuoco.

a questo punto è semplice, anche troppo (forse non abbastanza): per decenni abbiamo visto gli incendi, li vediamo e continuiamo il moto inerziale. quel che il fuoco significa lo sanno da circa un secolo, a Gaza, in Medio Oriente, e non solo. (una facile allegoria, infine).

chiusa. è morta – da poco o da un pezzo – buona parte del Novecento migliore, e purtroppo solo una piccola parte di quello peggiore (Kissinger, per dire).

muoiono gli attori (=operatori, agenti, attivi, attivisti) e gli intellettuali critici che hanno lavorato nel secolo scorso e hanno continuato a osservare e notomizzare le cose come stanno, come stavano. gli strumenti per trasmettere le osservazioni si sono poi ampliati, ma i media generalisti in grado di arrivare alla maggioranza delle persone obbediscono a una narrazione allineata. sembra così che la detta maggioranza continui serenamente a saltare convinta che soffitti e pavimenti resteranno sempre al loro posto.



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riprendo il sedicesimo dip (“diario in pubblico”) da slowforward (9 giugno 2024):

Posso sbagliare, certo, ma effettivamente sembra proprio che i poeti o gli artisti in generale siano sempre fortemente impegnati a riflettere “dopo Auschwitz”, però pervicacemente assenti quando si tratta di pensare e dire qualcosa “durante Auschwitz” (intendo quando Auschwitz riguarda altri, e non li tocca personalmente)

(https://slowforward.net/2024/06/09/dip-016-auschwitz/)



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occhio al palco, è montato bene. e no, in effetti no, il termine “poesia” non va bene. già da qualche anno è così; molti anni; su, diciamo decenni. parecchio tempo.

tempo per usare un altro lessico, già in essere, del resto. (nel 2021 ingenuamente speravo fosse risolutivo scrivere questo post: https://slowforward.net/2021/06/23/nioques-frisbees-e-altre-deviazioni-differx-2021/).

“poesia” non funziona, non va per niente, il motore resta spento, nemmeno si accende il quadro. co’ 'a pesia.

ci hanno riprovato negli anni Settanta o poco dopo, ma di fatto non gira, si inceppa, si incanta: dunque funziona con gli incantati. tutte le volte le ondate di kitsch e di spettacolo (non riconosciuti come tali) tornano a salire in alto e ricadere.

due o tre giorni fa ho visto un video letteralmente raccapricciante, di un_ de_ poet_ più celebrat_ del Paese. voce impostata, abiti impostati, ambientazione studiatissima, (im)postura teatralaltèra, frasi scolpite, iperassertività, una pomata di assertività, a chili, a manate, colpetti di scena testuale, in sostanza spettacolino. il quadrato instagram cringiato male. – eh ma è un'eccezione, o: “è eccezionale” (lo spettacolino) – niet, è regola regolante, confermata. è una norma.

la legge implicita in ogni inizio di scrittura specie se italiana è appunto quella doo sció: scenetta. insomma: tutto il [cattivo] teatro che Bene aveva (almeno teoricamente) spazzato via è tornato ornato indietro non solo come teatro ma come brutta poesia in brutta performance, gracchiata o finto-rattenuta. confessionale, pissi pissi, acuti, mezzosopranate, sottolineature, eyeliner sulla voce, chiuse a effetto, enfasi, effato, fuffa.

e non nel senso dissacrante e autoironico del flarf, ma proprio frontalmente. monnezza sparata.

l'ironia è stata forse la vittima più illustre di questa straondata di riflusso che – con argini rari e di volta in volta smontati – blatera tuona sculetta e fa inabissare tutto, almeno dal decennio ’80.

poi con questi qui non ci ragioni. più dicono la prece a occhio chiuso dentro l'effetto larsen, più si gualtierizzano, più lasciano ancheggiare il filo del microfono, più – freddi anodini oppure pàtici spokenwordi – fanno sonare la moneta del climax sul fondo della strofa, più gli infanti ascoltanti ubbidiranno al clap your hands.

anche perché chi applaude adesso sarà applaudito tra cinque minuti, occhio a non cascare giù dal palco.



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oggi, 31 dicembre, lo scorso anno veniva a mancare Ale. Alessandro Broggi. appena condotto dalla famiglia all'hospice, interrotto il cortisone, il corpo ha ceduto. il 2025 è quindi iniziato con l'ultimo saluto a un amico vero.



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incredibile scambio di commenti con un 'liberale' israeliano, in questi giorni, in coda a un post su israhell. mi trovo a constatare i disastri dell'hasbara su generazioni e generazioni di israeliani.



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appena ora mi sono assai immalinconito e (paradossalmente) divertito rileggendo questa notilla del 2023: https://slowforward.net/2023/09/10/ma-adesso-mg-2023/

e all'elenco che precede le buffe domande finali si potrebbero aggiungere dozzine di cose accadute e libri usciti nel tempo che ci separa da oggi.

dunque la domanda finale, qui, è sul cambiamento? su “cosa sembra essere mutato dal '23 in poi”? è questa?

ecco che arriva l'irritazione, con un tot di nausea. non resta malinconia, né divertimento.



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