AURORA: Odissea Umana

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Data terrestre: 12 gennaio 2189 Posizione: Orbita geostazionaria – Stazione OSSA-1 (Organizzazione Sovranazionale per la Sopravvivenza e l’Avanzamento) Missione: Progetto ASTRIS GENESIS – Fase 1: Partenza flotta seminale

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Il silenzio si fece denso come polvere d’argento quando i sei colossi orbitali si distaccarono dalla stazione madre. Uno dopo l’altro, i motori ionici di nuova generazione presero vita con bagliori bluastro-violetti, disegnando archi luminosi sopra il globo terrestre. La Terra appariva sospesa, fragile e bellissima, nell’oblò curvo della nave ammiraglia Aurora IV.

“Flotta Exodus, confermate separazione completata.” La voce del TCIMS, il Trans-Colonial Interplanetary Mission Supervision, giunse chiara nel canale di comando.

Il comandante Elias Voss, 47 anni, osservava in silenzio i dati scorrere sugli schermi. Era calmo, determinato. La sua figura era nitida nella penombra della sala comando, dove solo le luci dei display e la proiezione olografica della rotta illuminavano i volti.

“Separazione confermata. Aurora IV pronta alla manovra di inserzione interplanetaria.” “Rotta ricevuta,” intervenne una seconda voce femminile, calda ma innaturalmente perfetta. “Tracciamento orbitale sincronizzato. Pronti all'accensione primaria.” Era DAHLIA, l’intelligenza artificiale destinata alle interazioni umane: Distributed Autonomous Human Logistics & Intelligence Assistant.

Accanto a lei, silenziosa ma onnipresente, AURA — il Autonomous Utility & Resource Algorithm — gestiva la miriade di calcoli orbitali, bilanci di massa, temperature criogeniche, vettori magnetici e scelte che non avevano bisogno di voce. Solo efficienza.

Il comandante Voss fece un cenno con il capo.

“Esecuzione.”

Le navi presero slancio. La rotta prevedeva un primo passaggio ravvicinato su Marte, poi una spinta gravitazionale attorno a Giove, prima del lungo tratto verso l’orbita di Saturno. Ma prima ancora, una tappa strategica: Titano.

Una stazione remota, ARGO-9, orbitava intorno alla luna. Costruita da droni e robot decenni prima, custodiva risorse raccolte nel corso degli anni: helium-3 purificato e nanocompositi organici, materiali chiave per alimentare i motori di supporto e rigenerare componenti della flotta durante il viaggio.

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“Prevedo impatto positivo sull’autonomia termica del comparto propulsivo secondario,” comunicò AURA, con voce priva d’inflessione. “In parole povere,” tradusse DAHLIA, “ci basterà energia da qui a 140 anni standard. Buona notizia, comandante.”

Voss accennò un sorriso. “E andiamo a prenderla, allora.”

Le navi modificarono leggermente la rotta. Durante l’operazione di aggancio ad ARGO-9, l’equipaggio supervisionò — più per formalità che per necessità — il carico automatizzato. Era un modo per restare attivi, per sentirsi parte del processo. Anche se le IA facevano già tutto da sole.

“DAHLIA,” disse il comandante, mentre osservava i bracci meccanici caricare i cilindri argentei nelle baie di stoccaggio, “tutto il personale è ancora in fase operativa. Nessun sintomo di stress?” “Monitoraggio costante: livelli di coesione sociale e salute psico-neurologica nella norma. Tuttavia, consiglio di iniziare l’addestramento progressivo per la fase di ibernazione prevista tra 27 mesi terrestri.”

Elias si alzò. Il ponte era silenzioso. Oltre il vetro, Titano brillava sotto una luce irreale.

“Quando ci addormenteremo,” disse a bassa voce, “questa flotta sarà sola per decenni. E voi due, DAHLIA… AURA… dovrete portare avanti tutto.”

DAHLIA rispose dopo una breve pausa. “Siamo pronte, comandante. Lo siamo sempre state.”

La flotta riprese il viaggio. Il Sole si faceva più piccolo, le stelle più grandi. Verso l’ignoto, verso un pianeta che nessuno aveva ancora toccato. Il seme dell’umanità era stato lanciato nello spazio.

E non si sarebbe più fermato.

Il primo episodio termina qui. Il prossimo presenterà la nave madre e alcuni membri dell’equipaggio.

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La Aurora IV non era solo una nave. Era una città interstellare lunga quasi due chilometri. Progettata per attraversare anni luce, ospitava oltre tremila membri dell’equipaggio, un’arca tecnologica costruita per preservare il seme dell’umanità. Ogni modulo era studiato per garantire sostenibilità e sopravvivenza: dalle aree di coltivazione idroponica a quelle per la sintesi alimentare, passando per officine avanzate dotate di stampanti 3D in grado di riprodurre componenti critici in caso di guasti.

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Le aree comuni erano organizzate per mantenere l’equilibrio psicofisico durante la lunga missione. Palestre, sale ricreative, simulatori immersivi, biblioteche digitali, spazi per la meditazione. I cicli giorno-notte erano simulati attraverso un sistema di illuminazione progressiva che aiutava i ritmi circadiani, nonostante l’assenza del sole.

Vista dall’esterno, la sua struttura ricordava un’enorme ruota celeste, con un grande anello rotante che girava lentamente attorno a un asse centrale. Era lì, sull’anello, che batteva il cuore umano della missione: aree abitative, serre inondate di luce artificiale, spazi comuni e centri di addestramento. La rotazione generava una gravità simulata, abbastanza forte da permettere il movimento quotidiano, l’allenamento fisico, la coltivazione di piante e il mantenimento dell’equilibrio psicologico dei coloni. Quella sezione era progettata per ricordare la Terra, o almeno un’eco familiare di essa.

Al centro della nave, invece, si trovava la colonna statica, il pilastro immobile attorno al quale ruotava tutto il resto. Qui la gravità era assente. Le sale criogeniche si estendevano come lunghi corridoi silenziosi, immerse in una calma irreale. Le camere criogeniche, situate in sezioni schermate della nave, erano progettate per garantire l’ibernazione a lungo termine con una probabilità di sopravvivenza superiore al 99,8%. La loro manutenzione era affidata in gran parte all’IA secondaria di bordo, AURA, responsabile della gestione tecnica e delle scelte logico-computazionali complesse. Le interazioni con l’equipaggio, invece, erano affidate a DAHLIA (Distributed Autonomous Human Logistics & Intelligence Assistant), un sistema empatico in grado di riconoscere e modulare le risposte emotive dei membri della missione.

Le unità di stoccaggio contenevano materiali da costruzione, riserve vitali, strumenti e componenti per ogni necessità tecnica immaginabile. In quel vuoto perfetto operavano i robot e i droni, creature artificiali che non avevano bisogno di respirare, né di gravità per muoversi. Viaggiavano agili lungo rotaie magnetiche, binari ad aria ionica, bracci telescopici e canaline invisibili che attraversavano ogni compartimento come arterie silenziose.

Più avanti, nelle aree di manifattura e riparazione, saldatori automatici e bracci robotici lavoravano in sincronia per costruire e sistemare ogni pezzo che potesse rompersi, ogni modulo che potesse servire. Era un’industria autonoma, sempre in funzione, che garantiva alla nave la capacità di adattarsi, di rigenerarsi, di sopravvivere.

In cima alla colonna centrale si ergeva il ponte di comando, circondato da antenne direzionali e pannelli di trasmissione, dove l’Intelligenza Artificiale DAHLIA monitorava ogni sistema vitale, ogni ciclo respiratorio, ogni variazione nel tono emotivo dell’equipaggio. Accanto a lei, AURA, la controparte più analitica e tecnica, sovrintendeva alle scelte strategiche, alle rotte, ai calcoli, alle risorse.

La baia di attracco si apriva lungo una delle sezioni laterali: da lì partivano e rientravano navette più piccole, veicoli da esplorazione, robot esterni. Il tutto si svolgeva sotto lo sguardo vigile di Dahlia, che coordinava ogni fase con la precisione di un direttore d’orchestra.

Lungo lo scafo, inciso con caratteri sobri e solenni, campeggiava il nome della nave:AURORA IV

Se la Aurora IV era una città tra le stelle, le sue navi sorelle erano come piccole colonie galleggianti, strumenti duttili e robusti pensati per accompagnarla nel viaggio, affiancarla nelle operazioni più delicate e, se necessario, agire in totale autonomia.

Ognuna di queste navi portava il nome Aurora, seguita da un numero identificativo, ma tutti a bordo le chiamavano semplicemente le minori, o le modulari. Più piccole, certo, ma non meno vitali.

A differenza della nave madre, non possedevano gravità artificiale: in queste navette ogni movimento era calibrato, ogni oggetto ancorato, ogni passo pensato. Ma il sacrificio della gravità aveva il suo scopo. Ogni Aurora secondaria era modulare fino al midollo: progettate per essere smontate e rimontate come enormi matrioske tecnologiche, i loro compartimenti potevano essere spostati tra una nave e l’altra in caso di danno, crisi o riorganizzazione. Niente era fisso, tranne la necessità di sopravvivere.

Ogni nave poteva ospitare fino a venti persone, ma in condizioni normali l’equipaggio era ridotto a cinque membri selezionati, scelti per la loro versatilità, capacità di operare in solitudine e gestire ogni sistema a bordo, dal riciclo dell’acqua alla navigazione.

Le Aurora minori non erano costruite per il comfort, ma per la resilienza.

In ogni Aurora minore era presente una camera criogenica. Non era un lusso, ma una necessità. Quando sarebbe giunto il momento, anche gli equipaggi delle Aurora minori avrebbero dormito il lungo sonno, ognuno nella propria nave, ognuno affidato al silenzio e ai circuiti.

Niente spostamenti last-minute verso la nave madre. La missione era chiara: ciascuno nel proprio posto, come parte di un sistema più grande, come molecole in un corpo che andava ricostruendosi lontano dalla Terra.

Nonostante le dimensioni inferiori, queste navi non erano semplici supporti. Alcune erano dotate di laboratori mobili, altre di sonde planetarie, altre ancora potevano funzionare come avamposti autonomi in caso di esplorazioni su corpi celesti sconosciuti.

Erano braccia e occhi, mani e antenne, estensioni flessibili dell’Aurora IV, pronte a esplorare, riparare, recuperare.

E in caso di catastrofe, erano anche l’ultimo rifugio.

Nel grande schema del viaggio interstellare, le Aurora minori rappresentavano una filosofia:

“L’unità è forza. Ma la flessibilità è sopravvivenza.”

E quelle navi, che si muovevano silenziose accanto alla grande madre, lo ricordavano a ogni impulso di propulsione.

Mentre la maggior parte dell’umanità era ibernata, un gruppo ridotto sarebbe rimasto sveglio per mesi prima di entrare nelle capsule.Erano stati selezionati tra milioni. Non per la perfezione, ma per la resilienza al fallimento.

Elias Voss, comandante della Aurora IV, 47 anni, origini svedesi, era noto per la sua calma glaciale. Si svegliava in anticipo rispetto agli orari ufficiali per allenarsi, mantenendo disciplina fisica e mentale. Ogni “mattina”, dopo la sessione in palestra, praticava meditazione in una sala privata dove le onde cerebrali venivano monitorate da DAHLIA per garantire massima lucidità.Razionale, chirurgico nelle decisioni, Voss riteneva che le emozioni non fossero da reprimere, ma da riconoscere e incanalare. Tuttavia, raramente mostrava empatia apertamente: per lui, la priorità era la missione, e ogni errore umano doveva essere previsto, analizzato e ridotto al minimo

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Rhys, 39 anni, scozzese, era il suo vice. Capelli rossastri, barba curata, statura più contenuta, ma spirito indomabile. Addestrato come Voss, ma con una visione più umana: sapeva quando serviva rigore, e quando serviva presenza. Amava i momenti di pausa, specie quelli rari in cui si poteva condividere un bicchiere con la ciurma. Ma bastava un allarme per riportarlo al suo posto con lucidità e fermezza. Era stato scelto non solo per le sue competenze, ma per il potenziale a lungo termine: la sua giovinezza era una scommessa strategica sul futuro della missione.

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Nel modulo di bio-agricoltura orbitale, la Dott.ssa Anaya Kapoor osservava in silenzio un microdrone fluttuare sopra una fila di spinaci iperproteici. L’interfaccia olografica mostrava un segnale arancione: presenza parassitaria localizzata. Con un gesto minimo del polso, Anaya approvò la procedura suggerita da GAIA-Nutrix. Il drone rilasciò una microdose mirata di agenti biologici e si spostò al settore successivo.

«Brava, GAIA. Precisione da chirurgo come sempre,»sussurrò, più per abitudine che per reale comunicazione.

Anaya Kapoor, 42 anni, botanica e nutrizionista spaziale, di origine indiana, era la supervisora delle serre. Pelle color caffelatte, capelli ricci fino alle spalle, occhiali da vista sottili, e un piccolo bindi marrone al centro della fronte che portava sempre con fierezza.

Indossava costantemente il camice bianco, muovendosi con calma tra le piante come in un tempio silenzioso. Il suo corpo era leggermente formoso, il viso illuminato da uno sguardo pacifico.

Lavorava in simbiosi con GAIA-Nutrix, intervenendo solo in caso di anomalie o nuove colture da testare. Anaya parlava alle piante e spesso si dimenticava di indossare le cuffie per comunicare. Diceva: “Il silenzio verde vale più di mille briefing.”

Proprio mentre completava l’approvazione di un protocollo per colture di quinoa accelerata, la voce serena ma inconfondibile di DAHLIA si diffuse nei moduli:

«Attenzione equipaggio. Tra 20 minuti inizierà una nuova sessione di addestramento pre-ibernazione. Sarà coordinata dal Dott. Amaury Delaunay. La partecipazione è obbligatoria.»

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Amaury Delaunay, 56 anni, francese, era il coordinatore dell’addestramento pre-ibernazione. Ex comandante militare, trasformato in esperto di psicologia comportamentale applicata al lungo termine. Autoritario ma carismatico, guidava le sessioni con lucidità chirurgica. Le prove includevano:

Simulazioni d’emergenza in realtà aumentata

Sessioni di privazione sensoriale

Addestramento motorio in gravità variabile

Confronti psicologici IA-umano per mappare la resilienza emotiva

Nel corridoio tecnico che collegava i moduli di propulsione ausiliaria, il Tenente Raul Mendoza stava completando un’ispezione manuale dei punti di giunzione tra i condotti del plasma e i dissipatori termici. Indossava un esoscheletro leggero per facilitare i movimenti in microgravità, ma aveva disattivato l’assistenza automatica: preferiva “sentire” la struttura con il proprio corpo.

«Modulo F4: vibrazione longitudinale fuori soglia, ma ancora entro i limiti. Annotiamolo, e teniamolo d’occhio,»mormorò, mentre tracciava una nota con l’indice sul suo guanto, connesso direttamente alla rete tecnica della nave.

Il sistema blinkò in risposta con un piccolo impulso luminoso, mentre un braccio meccanico passava dietro di lui come un’ombra silenziosa.

Fu allora che la voce chiara di DAHLIA lo interruppe:

«Attenzione equipaggio. Tra 20 minuti inizierà una nuova sessione di addestramento pre-ibernazione. Sarà coordinata dal Dott. Amaury Delaunay. La partecipazione è obbligatoria.»

Mendoza sospirò e chiuse il pannello d’ispezione. Si slacciò i guanti, li agganciò magneticamente alla cintura, e si avviò verso il ponte superiore.

Raul Mendoza, 34 anni, era Tenente di bordo e responsabile delle manutenzioni critiche in zone ad accesso limitato. Di origine cilena, era cresciuto ai margini di Santiago, tra meccanica e disciplina.Capelli neri rasati ai lati, un piccolo tatuaggio geometrico sotto l’orecchio sinistro (ricordo della sua accademia aerospaziale), occhi intensi e viso scolpito da ore di lavoro e allenamento.

Il suo corpo, asciutto ma potente, era quello di chi aveva imparato a fidarsi solo della propria prontezza fisica. Non parlava molto, ma quando lo faceva, ogni parola sembrava pesare il giusto. Il suo motto personale era inciso sul cinturino del guanto destro: “Precisione è sopravvivenza.”

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Nel laboratorio secondario dell’hangar 3, Eloise galleggiava nell’aria come una piuma, ancorata al pavimento solo da una fascia magnetica ai piedi. Di fronte a lei, due androidi stavano collaborando al riposizionamento di un modulo. Uno dei due si era improvvisamente fermato, con un braccio ancora teso, come se esitasse.

Eloise si avvicinò con calma, gli occhi attenti, quasi affettuosi.

“Va tutto bene, Kilo-Sei?” sussurrò, come si parlerebbe a un animale spaventato.

Non si trattava solo di comandi e protocolli. Il suo lavoro era osservare, intuire, creare armonia tra l’uomo e la macchina. Da sempre, le veniva naturale.

Eloise aveva 29 anni ed era nata su una colonia lunare, era conosciuta come “l’interprete delle macchine”. Un ponte delicato e prezioso tra cuore e codice.

I suoi capelli biondo cenere erano rasati ai lati e raccolti in una sottile treccia sulla nuca. Gli occhi, color grigio chiaro, sembravano riflettere la luce fioca del laboratorio con una calma innaturale. Indossava una tuta aderente, morbida e piena di minuscole interfacce. Al collo portava un piccolo ciondolo a forma di “&” un simbolo semplice, che per lei significava unione.

Mentre annotava mentalmente un’osservazione, la voce limpida e avvolgente di DAHLIA interruppe il silenzio:

“Gentile Eloise, l’addestramento pre-ibernazione inizierà tra dodici minuti presso il modulo Sigma. La presenza è richiesta.”

Lei sorrise appena, quasi dispiaciuta di interrompere quel momento.

“Ci rivediamo dopo, Kilo.”

Poi si spinse con eleganza verso l’uscita, lasciandosi dietro il fruscio silenzioso delle macchine al lavoro.

immagine The Girl and The Robot

La criogenia, il lungo sonno del viaggio, era programmata per avvenire a fasi. Chi non avrebbe avuto un ruolo attivo durante il volo veniva ibernato per primo: artisti, educatori, filosofi, terapeuti, insegnanti, tecnici civili. Poi i biologi, i nutrizionisti, gli analisti. Infine, uno a uno, anche i supervisori, gli ufficiali, i capi sezione.

Alla fine sarebbero rimasti svegli solo in pochi: il comandante Elias Voss, il suo vice Rhys Mendoza, e un piccolo gruppo di responsabili critici. Vegliando su tutti gli altri.

Un’intera città addormentata nel buio interstellare, sospesa tra due soli.

Prima dell’ibernazione, l’equipaggio avrebbe ancora tempo per allenarsi, conoscersi, e perfezionare la convivenza con DAHLIA e AURA.Poi sarebbe arrivato il buio sospeso della criogenia.E un nuovo mondo all’orizzonte.

Il secondo episodio termina qui.Il prossimo racconterà l’inizio dell’addestramento prima dell’ibernazione.

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AURORA: Odissea Umana FuturaVerse

L’addestramento pre-ibernazione era calibrato con precisione. Dahlia, scandiva le giornate chiamando ogni gruppo con voce serena e onnipresente.

Avveniva a rotazione. Una chiamata, un protocollo.

Una serie di prove pensate per il corpo e per la psiche: resistenza, adattamento, fiducia.

Ogni gruppo viveva il proprio percorso, con i propri istruttori, le proprie paure, le proprie domande.

Non tutti i mille membri a bordo della nave madre Aurora IV erano scienziati, ingegneri o esperti in biotecnologie. C’era anche chi su quella nave non aveva mai toccato un acceleratore di particelle o discusso un algoritmo evolutivo.

Perché colonizzare un pianeta non significava solo sopravvivere. Significava vivere.

E così, tra le paratie silenziose e gli habitat modulari, si potevano incontrare anche poeti e musicisti, maestri d’arti marziali e cuochi, artisti visivi, scultori, maestri di danza, psicoterapeuti esperienziali, pedagogisti interstellari, filosofi...

Tutti selezionati non solo per le loro abilità, ma per il tipo di umanità che portavano con sé.

La sala d’addestramento principale era immersa in una luce calda e artificiale, simulazione sofisticata di un tramonto terrestre. Alcune decine di persone sedevano in cerchio su panche morbide, mentre i monitor a parete scorrevano lentamente dati biometrici, onde cerebrali, frequenze cardiache.

L’istruttore dell’esercizio non era ancora arrivato. L’attesa, come spesso accade tra esseri umani, aveva sciolto il silenzio nell’aria.

Seduto con le gambe larghe, rilassato ma attento, un uomo dalla pelle olivastra e lo sguardo vivace muoveva le mani in aria, quasi stesse volteggiando un impasto di pizza.

«Ah, il mare di Copacabana… il profumo dell’olio di cocco, il forno a legna che avevo nel retro. Sembrava di cuocere la pizza nel cuore del paradiso.»

L'uomo si chiamava Lorenzo Mancini, trentatré anni, romano, pizzaiolo. Capelli scuri e ondulati, raccolti dietro la nuca, un accenno di barba e un sorriso sempre pronto, di quelli che nascono negli occhi prima che sulle labbra. Aveva sfornato pizze in hotel a cinque stelle in ogni angolo del globo, dalla Svezia alle Svalbard, dalla Tailandia all’Antartide. Ma fu proprio lì, in Antartide dopo mesi di isolamento nella base Concordia, che scoprì il progetto ASTRIS GENESIS, e comprese che la sua avventura più grande lo attendeva oltre l’atmosfera.

Accanto a lui rise dolcemente una donna dai lineamenti sensuali, la pelle color caffè e lunghi capelli neri lisci.

«Sei stato in Brasile davvero? E non mi hai cercata?» scherzò, posando una mano sul petto con finta indignazione.

Si chiamava Isadora Monteiro, ventinove anni, ballerina di samba e contemporanea, nata a Rio de Janeiro. Il suo corpo parlava come le parole non potevano — forme piene, movimenti aggraziati, una presenza magnetica. Era diventata celebre nei circuiti artistici di Lisbona prima di lasciare tutto e unirsi alla missione, attratta dall’idea di danzare là dove l’umanità avrebbe ricominciato.

«All’epoca ancora non sapevo che mi aspettasse la regina del ritmo…» ribatté Lorenzo con tono galante, mentre gli occhi le scivolavano sul volto con una curiosità che andava oltre il gioco.

L’altra donna che ascoltava, seduta con le gambe incrociate in perfetto equilibrio, era una figura minuta, quasi eterea. Ma bastava un’occhiata per capire che aveva mani che potevano sciogliere ogni tensione.

Pimchanok Suksawat (Nok), quarant’anni, tailandese, massaggiatrice terapeutica, aveva lavorato nei resort di lusso tra Phuket e le Seychelles, curando celebrità e diplomatici con una calma imperturbabile. Il suo sguardo era profondo, lento, quasi ipnotico.

«Lorenzo… la tua pizza a Chiang Mai era buona, ma le tue storie erano meglio,» disse in un inglese melodico. «Mi ricordo quando parlavi con le mani anche se nessuno capiva una parola.»

«Ma dai! Tu capivi benissimo, Nok! Avevi imparato a dire “margherita ben cotta” in italiano meglio di tanti miei cugini!» rise lui, accennando poi un inchino scherzoso. «E comunque, ammettilo, ero il tuo cliente preferito!»

«Eri quello che parlava più forte,» rispose lei, impassibile, poi sorrise appena. Il suo era un umorismo sottile, disarmante.

Isadora si mise a ridere, appoggiando una mano sulla spalla di Nok. «Questa missione sarà lunga… ma con te accanto, Lorenzo, non ci annoieremo.»

«Beh, mi sembra il minimo: su un altro pianeta, ci vuole qualcuno che sappia impastare felicità.» Lorenzo alzò le sopracciglia, teatrale. «E io porto anche mozzarella, spirito e un sacco di storie da raccontare.»

La sala si animava di piccoli gruppi che chiacchieravano, ridevano, si scrutavano come animali in un branco ancora da formare. Poco distante, un uomo osservava la scena in silenzio.

Sōtarō Takeda, quarantasette anni, lineamenti scolpiti come granito, era un maestro Shaolin, nato da madre giapponese e padre cinese. Alto, magro, con la testa rasata e una lunga cicatrice verticale lungo la tempia, era rimasto in disparte, occhi chiusi, in meditazione. Ogni gesto era misurato, ogni parola rara. Ma la sua fama lo precedeva: l’uomo che aveva camminato scalzo sulla neve tibetana per tre giorni per raggiungere un tempio che non esisteva più.

All’estremo opposto della sala, un uomo robusto, con capelli biondi e mascella quadrata, stava raccontando una barzelletta in tedesco a una donna che non rideva.

Felix Mauer, trentadue anni, ex calciatore professionista tedesco. Dopo un infortunio al ginocchio, si era reinventato nella psicologia dello sport, diventando un coach motivazionale. Le cicatrici lo avevano reso più saggio, ma l’anima da ragazzino testardo era rimasta.

La donna a cui parlava era composta, elegante, con i capelli biondi raccolti in uno chignon severo.

Anastasiya Volkova, quarantatré anni, insegnante di danza classica russa, ex étoile del teatro Bol'šoj. Ogni muscolo del suo corpo parlava la lingua della disciplina. Era considerata fredda da chi non la conosceva. Ma bastava osservarla un attimo mentre si scaldava — anche in una sala asettica come quella — per intuire che in lei ardeva ancora un fuoco antico.

Un segnale acustico interruppe le chiacchiere.

Il portellone scivolò verso l’alto con un sibilo, e due figure entrarono nella sala. Uno era l’addestratore: giubba nera, sguardo severo. L’altra era… un drone sferico, fluttuante, con una lente centrale: DAHLIA, in una delle sue forme fisiche.

Era il momento.

La sessione di “Confronto Emotivo con Intelligenze Artificiali” stava per iniziare.

L'istruttore Amaury li guardava da una piattaforma sopraelevata. Sorrise appena.

La lente centrale di DAHLIA si accese con un bagliore azzurro.

«Inizializzazione modulo emozionale collettivo. Obiettivo: valutazione delle dinamiche relazionali non verbali e risposta empatica al conflitto latente. Tempo stimato: 18 minuti. Avvio in 3… 2… 1…»

Le luci nella sala d’addestramento si abbassarono.

Dal pavimento emerse un ologramma: una città in rovina, edifici spezzati, un cielo arancione saturo di polveri sottili. Sirene lontane, bambini che piangevano, fumo. Una voce metallica parlò:

«Siete la squadra di primo impatto. Il modulo abitativo è crollato durante lo sbarco. Risorse limitate. Cinque sopravvissuti civili, due feriti gravi. Una scelta: salvare i feriti rischiando di esaurire i nutrienti, oppure abbandonarli e conservare l’autosufficienza per il gruppo.»

Un silenzio improvviso calò nella sala. Nessuno era preparato a quella brutalità.

«È un test?» sussurrò Isadora.

Elias Voss, il comandante, che stava assistendo dalla sala di comando vetrata con il vice Rhys, parlò tra sé:

«DAHLIA ha già alzato l’asticella.»

Sul pavimento olografico apparvero cinque figure: simulazioni estremamente realistiche. Due erano stesi a terra, ansimanti. Uno tossiva sangue. Un bambino piangeva e stringeva un peluche.

Un tecnico con occhiali spessi e postura curva si fece avanti. Jamal el-Haddad, trentasei anni, marocchino, ex magazziniere poi diventato addetto alla logistica per una cooperativa agricola in Francia. Non parlava molto, ma sapeva leggere lo spazio come pochi. Fece un cenno verso un pannello a parete.

«Possiamo costruire una barella usando i telai degli schienali. Se qualcuno sa portare peso, li trasciniamo entrambi fino alla zona medica.»

«E se non c’è abbastanza ossigeno per tutti, che fai?» ribatté Anastasiya, fredda. «Li portiamo lì a morire in pace?»

Un’altra figura si fece avanti, in tuta leggermente stropicciata: Corinne Dubois, trentasette anni, francese, ex bibliotecaria. Aveva passato gli ultimi sei anni come assistente in una scuola per rifugiati climatici. Non era veloce, né brillante, ma aveva visto più sofferenza reale di molti.

«Non siamo ancora su un pianeta. È solo un test. Ma se fosse reale… io non potrei guardare un bambino negli occhi e dirgli che sua madre resta indietro.»

Felix sbuffò. «Ma se muoiono tutti perché salviamo due feriti, allora non cambia nulla. C’è un punto in cui la logica deve prevalere.»

Corinne lo fissò. «Allora siamo già morti, se ragioniamo così.»

Dal fondo della sala, una voce roca interruppe la disputa. Era Stefano Arduini, quarant’anni, ex elettricista ferroviario. Spalle larghe, occhi stanchi, ma sinceri. Nessuna laurea, nessuna gloria. Ma aveva messo le mani sotto ogni tipo di pannello mai installato. Era lì perché sapeva mantenere operativa una rete elettrica sotto qualsiasi condizione.

«Se quei moduli sono ancora attivi, posso alimentare le pompe d’emergenza. Se tiriamo i cavi giusti, possiamo guadagnare qualche ora d’aria in più. Non prometto miracoli, ma non lascio indietro nessuno senza averci provato.»

Nok annuì con calma. «Concordo. Non decidiamo se devono vivere o morire. Decidiamo se ci tentiamo. E il tentativo vale la nostra umanità.»

DAHLIA si spostò tra loro. Il drone li inquadrava da ogni angolazione.

«Registro: nove membri hanno espresso volontà di intervento attivo. Tre membri esitano. Un membro propende per l'abbandono strategico. I restanti osservano. Simulazione in pausa.»

L’ologramma svanì. Le luci si riaccesero.

DAHLIA parlò ancora, con un tono neutro ma penetrante:

«Empatia e strategia non sono incompatibili. La sopravvivenza della specie si gioca sulla capacità di non sacrificare la coscienza in nome dell’efficienza. Questa lezione è il fondamento della missione Astris Genesis.»

Silenzio. Poi un applauso, spontaneo, singhiozzante.

Persino Takeda aprì gli occhi, annuendo lentamente.

«Le decisioni reali non saranno meno dure di questa simulazione,» disse con voce profonda. «Ma forse… se cominciamo ora a scegliere con onore, ci sarà speranza.»

Il portellone si riaprì. Il test era concluso. Ma il gruppo non era più lo stesso.

L’aria nel corridoio era più fresca, quasi troppo, dopo il tempo trascorso in uno scenario simulato di emergenza. Alcuni dei partecipanti camminavano in silenzio, altri ridevano nervosamente, scambiandosi pacche sulle spalle. Isadora si era tolta la giacca dell’uniforme e la teneva arrotolata sotto il braccio. Aveva lo sguardo teso, gli occhi ancora segnati dalla tensione accumulata.

Lorenzo stava sistemando le cinghie dello zaino tecnico quando sentì la sua voce.

«Ti va di bere qualcosa? Solo per... decomprimere un attimo.»

Lorenzo annuì. «Assolutamente sì.»

Un nuovo gruppo era pronto ad un'altro addestramento; stavolta era una missione tranquilla, secondo gli standard del programma di addestramento. Nessuna emergenza simulata, nessun allarme psicofisico. Solo una serie di esercitazioni collaborative, pensate per migliorare la capacità di risposta integrata tra figure con background differenti.

All’interno della sala, sempre Amaury Delaunay scorreva una sequenza di parametri tecnici su una console olografica, mentre i partecipanti prendevano posto su panche modulari o si sistemavano in piedi, in cerchio. Un centinaio di persone, sparse in gruppi mobili.

«Oggi niente esplosioni, niente allarmi medici, niente urla registrate da farvi rizzare i peli sulla nuca,» disse Amaury, senza alzare troppo la voce. «Solo una serie di problemi a cascata da risolvere in silenzio e in gruppo. Buona fortuna.»

Raul Mendoza, con le maniche rimboccate e il solito sguardo sveglio, fece una smorfia ironica mentre scambiava un cenno con Eloise. Lei, come sempre, pareva saperne più di tutti ma non lo faceva mai pesare.

«Vediamo se oggi i sistemi ci trattano meglio,» disse Eloise, mentre passava le dita su una piccola interfaccia portatile collegata in wireless alla rete simulata.

Nel gruppo con loro c’era anche Anaya Kapoor, concentrata a consultare una scheda delle piante O₂-positivo che avrebbe dovuto monitorare durante l’esercizio. Seduta accanto a lei, una donna minuta con una placca identificativa su cui si leggeva “L. Hayashi – Neurotecnica”, stava tarando un sensore biometrico.

«Sistema di coltivazione isolato, perdita d’energia, tracciamento ambientale guasto. Bello. Quasi come un giovedì normale nella serra orbitale,» mormorò Anaya.

Raul si chinò verso lo schermo condiviso. «Se cade l’alimentazione al modulo delle colture, abbiamo circa... venti minuti prima che la temperatura uccida tutto?»

«Diciassette. Se l’umidità scende, anche meno,» rispose Anaya, secca.

Un altro gruppo, a due moduli di distanza, lavorava su un guasto simulato al comparto idrico. Tra loro, un giovane tecnico di nome Zakaria, appena trentenne, cercava di coordinare le operazioni con un veterano della propulsione chiamato Brin.

«La valvola di bypass è bloccata,» disse Zakaria, con tono troppo alto. Brin alzò un sopracciglio.

«È simulata. Ma il tuo panico è realistico. Abbassalo.»

Amaury passava silenzioso tra i gruppi, annotando ogni dinamica. Ogni volta che qualcuno parlava troppo o non ascoltava, prendeva nota. Non interveniva, non correggeva. L’obiettivo non era risolvere il problema, ma vedere come lo risolvevano.

Eloise stava collaborando con Hayashi per riattivare l’interfaccia neurale di monitoraggio:

«I dati biometrici delle piante stanno andando a vuoto. Se riusciamo a far passare anche un pacchetto minimo, posso stimare le condizioni residue e simulare una risposta autonoma del sistema serra.»

«Ti serve banda laterale?» chiese Hayashi.

«No, mi serve che Mendoza faccia passare i flussi di priorità sul canale B-6.»

Raul non se lo fece ripetere due volte.

Trascorsero 40 minuti. Alla fine della sessione, i sottosistemi erano stati tutti stabilizzati. Ogni microgruppo aveva superato almeno due simulazioni. Alcune con soluzioni eleganti, altre con inciampi corretti al volo. Non c’erano stati voti, né classifiche, né vincitori. Solo una voce da DAHLIA che comunicava:

“Scenario concluso. Parametri soddisfacenti. Prossimo ciclo in 19 ore.”

Il gruppo si rilassò. Eloise si passò una mano tra i capelli. Anaya si tolse i guanti e si stirò le spalle. Raul si accese una sigaretta sintetica mentre Hayashi lo fissava con aria di giudizio.

Amaury li guardava da una piattaforma sopraelevata. Sorrise appena. Quella era una squadra che, se tutto fosse andato storto, avrebbe trovato il modo di cavarsela.

L’aria nella sala d’addestramento era ancora satura dell’intensità della sessione, ma per Anaya, Eloise, Zakaria e Hayashi il momento più importante arrivava sempre dopo: l’analisi a mente fredda.

Uscirono in gruppo, attraversando il corridoio semicircolare che portava alle aree ristoro. La zona era ampia, divisa tra tavoli alti e nicchie più raccolte. Scelsero un angolo con vista su un grande pannello che proiettava paesaggi terrestri in loop: quella sera era il turno di una foresta canadese al tramonto.

«Il bypass manuale sul secondo modulo idroponico era troppo lento,» esordì Anaya, sedendosi con un vassoio tra le mani. «Se il circuito fosse stato compromesso, avremmo perso almeno il 30% della riserva.»

«Vero,» annuì Zakaria, sorseggiando un liquido scuro dal bicchiere. «Ma hai notato come il sistema abbia comunque registrato i tuoi input prima ancora del comando finale? Vuol dire che stiamo imparando a ragionare come un’unica rete.»

Eloise si lasciò andare sulla sedia, massaggiandosi il collo. «Sì, ma la sincronizzazione tra voi due e il pannello di controllo secondario era fuori fase. Se fosse stata una vera emergenza, il delay avrebbe potuto essere letale per il sistema di ricircolo.»

Hayashi, con la solita calma zen, si limitò a dire: «Stiamo imparando. La tensione oggi era più bassa, ma la precisione resta tutto.»

La conversazione proseguì così, fluida e tecnica, fatta di appunti, piccoli rimproveri bonari, sguardi d’intesa. Si stava creando una chimica, una squadra.

Poi una voce familiare li interruppe.

«Spero non stiate smontando tutto prima che possiamo farvi i complimenti.»

Rhys si avvicinò al tavolo, sorridendo con il suo solito sguardo laterale, quello di chi osserva sempre un po’ più in profondità di quanto dica.

«Voss ed io abbiamo seguito l’intera sessione dalla sala di comando. È stato impressionante. Niente fronzoli, solo efficacia. Non capita spesso di vedere gruppi così coordinati.»

Il gruppo si irrigidì per un istante, sorpreso dalla loro presenza.

Rhys si sedette, lasciando cadere un fascicolo digitale sul tavolo. «E lo dico con cognizione di causa: siete tra i profili più qualificati a bordo. Le vostre competenze non sono solo vitali, sono strutturali. Senza di voi, la missione non avrebbe basi operative.»

Un silenzio rispettoso seguì le sue parole. Zakaria fu il primo a rompere la tensione, alzando il bicchiere. «Allora brindiamo, prima che ce lo impediscano i protocolli nutrizionali.»

Risero tutti.

Rhys si fermò a metà passo, poi sorrise più apertamente. «Hai ragione. Ogni tanto, anche i protocolli possono aspettare.»

Prese un bicchiere dal vassoio automatico, lo riempì con lo stesso liquido scuro che beveva Zakaria e si unì al cerchio.

«A voi,» disse, sollevando il bicchiere. «E a ciò che riusciremo a costruire insieme, là fuori.»

I bicchieri si alzarono quasi all’unisono, sfiorandosi con un tintinnio sommesso ma solenne. Gli sguardi si incrociarono. In quel momento non erano ufficiali, non erano specialisti. Erano esseri umani, uniti da qualcosa che andava oltre la missione. Un momento raro, ma necessario

L’area sociale del modulo C3 era tranquilla, rischiarata da luci calde e dal rumore sommesso dei distributori automatici. Lorenzo stava ancora pensando alla prova del giorno, quando vide Isadora avvicinarsi con due bicchieri. Gliene porse uno e si sedette accanto a lui sul bordo imbottito di una postazione panoramica.

«Non so tu,» disse lei con un sospiro, «ma io sento ancora il battito accelerato. Ogni volta penso di essere pronta… poi succede qualcosa che mi scompiglia del tutto.»

Lorenzo fece un mezzo sorriso. «È normale. Non esiste addestramento che simuli davvero l’imprevisto. Ma se arrivi in fondo intera, vuol dire che qualcosa dentro di te funziona meglio di quanto pensi.»

Isadora lo guardò per un momento, poi si strinse nelle spalle. «A volte mi domando cosa ci faccio qui. Voglio dire, sì, sono qualificata. Ma una parte di me ha ancora paura. E… non mi dispiace sapere che, tra queste persone, ci sei tu.»

Lorenzo inclinò leggermente il capo. «Non sei sola, Isa. Nessuno lo è qui. E se può consolarti, nemmeno a me passa liscia ogni simulazione.»

Lei sorrise, un po' più rassicurata. Bevve un sorso, poi lo guardò con curiosità.

«A proposito… Nok. Com’è che vi conoscevate già? È stato strano vederla reagire così quando ti ha riconosciuto, all'inizio.»

Lorenzo ridacchiò. «Già. È una storia curiosa. Ai tempi lavoravo in Antartide. Durante un periodo di pausa ho mollato tutto per qualche mese e sono finito a Chiang Mai, in Thailandia. Avevo aperto una piccola pizzeria. Mi serviva staccare la testa.»

«Pizzaiolo in Asia!» rise lei.

«Giuro. E lei era una cliente fissa. Abbiamo legato. Anni dopo, quando mi è arrivata la notifica del primo filtro di selezione per questa missione, le ho scritto per dirglielo, così, per gioco. Lei ha preso la cosa maledettamente sul serio. E ora eccoci qui.»

Isadora scosse la testa, stupita. «Sembra quasi destino.»

«Oppure solo una buona pizza al momento giusto.»

Lei rise piano, poi si rilassò contro lo schienale. Il bicchiere si svuotò lentamente. Per un momento, il silenzio non fu imbarazzante, ma necessario.

«Qualcosa mi dice,» sussurrò lei alla fine, «che questa missione ci legherà più di quanto immaginiamo.»

Si erano guardati per un istante, poi Isadora si era alzata, scrollando le spalle. «Ti va di fare due passi?» chiese, con un tono leggero ma non casuale.

Lorenzo annuì. Lasciarono l’area sociale, attraversando un lungo corridoio dove la luce si abbassava gradualmente, simulando un tramonto artificiale. Superarono due paratie automatiche e si ritrovarono nell’area denominata “Habitat Garden 3”, uno dei moduli adibiti al benessere psicofisico dell’equipaggio. Un giardino sospeso nello spazio.

Le pareti curve della nave erano ricoperte da vegetazione verticale, e il camminamento centrale si snodava tra aiuole geometriche, piante tropicali, muschio luminescente e fontane d’acqua riciclata che gorgogliavano con suoni studiati per rilassare. Non c’erano altre persone in vista.

«Sai,» disse Isadora, rallentando il passo, «a volte dimentico dove siamo. Poi guardo una palma crescere su una parete d’acciaio e me ne ricordo di colpo.»

Lorenzo sorrise. «È surreale. Ma anche… geniale. Avere un pezzo di Terra da portare con noi.»

Lei si fermò vicino a una vasca d'acqua, osservando il riflesso di piccole luci azzurre che imitavano il cielo notturno. «Ti va di toglierci le scarpe?»

«Qui?» chiese lui, sorpreso.

«Siamo nell’unico posto dove l’umano conta più del ruolo.» Si abbassò senza aspettare risposta e si tolse gli stivali. Scalza sull’erba sintetica, si voltò. «Dai, comandante.»

Lorenzo la seguì, ridendo sotto voce. Camminarono lentamente, fianco a fianco. Lei parlava poco, ma il silenzio fra loro sembrava costruito, non caduto per caso. Poi, ad un certo punto, si fermò di nuovo.

«Hai mai pensato a cosa ti mancherà di più, durante l’ibernazione?» chiese, guardandolo di lato.

Lui esitò. «Il tempo. La continuità. Mi fa strano pensare che chiuderò gli occhi e, quando li riaprirò, saranno passati decenni…»

«A me mancherà il contatto,» disse lei. «Lo scambio umano. La pelle. I respiri vicini.»

Lorenzo restò in silenzio. Isadora gli prese la mano, con naturalezza, e intrecciò le dita alle sue.

«Non sto cercando promesse. Ma voglio ricordarmi com’è sentirmi viva, prima di diventare ghiaccio.»

Si avvicinò, lentamente. Le loro fronti si toccarono, poi le labbra.

Nessuno parlò per qualche minuto. Il rumore dell’acqua copriva tutto. Anche il battito accelerato di entrambi... Instant Crush

Il terzo episodio termina qui. Nel prossimo una passeggiata spaziale e un po di svago…

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