Ancora sulla dittatura sanitaria (Jacques Ellul edition)

Volevo chiarire un paio di concetti sulla dittatura sanitaria, dato che potrebbero originarsi dei fraintendimenti per quanto riguarda il mio ultimo post in merito. Da un lato ho l'impressione che qualcuno pensi che io scherzi ed evochi dittature sanitarie tanto per spararla grossa e attirare attenzione tipo Miguel Bosè, oppure con intenti provocatori. Dall'altro qualcuno potrebbe ritenere che io creda in modo acritico al concetto così come viene propagandato da una certa parte politica o movimento d'opinione. Siccome non tutti hanno la voglia di leggere un lungo post, farò un riassunto brevissimo di quanto dirò: mi ritrovo quasi appieno nelle idee di Jacques Ellul che parlava di una sorta di dittatura della tecnica: ebbene, io credo in una dittatura della tecnica che si esprime in una tecnica sanitaria (fra le altre) secondo le concezioni dell'autore citato, il quale non era un complottista ma semplicemente osservava come il cosiddetto “fenomeno tecnico” fosse una sorta di forza soprannaturale e incontenible che si sarebbe espansa al punto da costituire un rischio per l'uomo. Jacques Ellul era un francese e scriveva saggi molto lunghi. Siccome a me piace molto la tematica in oggetto, ne ho scaricato illegalmente vari ebook (ricordo sempre che questo è un blog di fiction e non dice sempre cose vere) ma, una volta capito il ragionamento di base, divengono chiari tutti i passaggi successivi e per tale motivo, di tutti i libri scaricati, non ne ho finito manco uno, quindi non posso dichiararmi d'accordo con le conclusioni dell'autore, non conoscendole. Però vuoi mettere citare Jacques Ellul?

Tornando alla dittatura sanitaria, vorrei specificare quindi che, nonostante io ami molto il complottismo e mi piaccia molto citare anche Stephen Gunn (autore di una serie di romanzi di azione a buon mercato) il quale asseriva per bocca del suo protagonista (“il Professionista”) che “puoi anche non essere paranoico ma questo non vuol dire che i complotti non esistano”, non ritengo che al momento ci siano elementi per ipotizzare un astuto piano di una elite mondiale che ha prodotto queste restrizioni alle nostre libertà (ma se avrete la pazienza di leggere i miei futuri post non escludo che asserirò anche l'esatto contrario).

Dirò di più: a me i coprifuoco piacciono. Il distanziamento sociale non mi pesa affatto, anzi. Credo che, se riapriamo, ripartiranno i contagi a rotta di collo (non che si siano fermati). Potrei indagare meglio sulla mortalità, sulla diffusione, sugli andamenti matematici ma so che mi mancheranno sempre dei dati per risolvere il problema nella sua interezza e per questo desisto. Però non posso fare a meno di notare una cosa. Questa è la prima epidemia che stiamo tentando di sconfiggere attraverso interventi centralizzati dello Stato e degli organismi sovranazionali. Ad esempio so, per aver giocato un pochino a Victoria 2 della Paradox, che fino al 1800 il mio paese faceva parte dello Stato Pontificio e che non c'era l'OMS. Nel 1900, con la spagnola, lo stato nazionale non era così omnipervasivo.

Come diceva Ellul, una delle tendenze della tecnica è quella della centralizzazione, che sia per sfruttare le economie di scala, per incrementare il potere contrattuale, per utilizzare risorse preziose e pericolose (tipo l'energia atomica), per proteggersi da forze ostili attraverso un monopolio organizzato della forza. Ma la centralizzazione, pur se più efficace, è inefficiente e produce un eccesso di analisi. E, come sappiamo, l'analisi è paralisi. Voglio citare Agamben stavolta. Agamben, parlando dell'architettura, la descrive come una facoltà disabilitante. Cioè, finché non conoscevamo l'architettura, costruivamo case anche senza le relative conoscenze. Ma una volta che siamo laureati in architettura, non costruiamo più case. La laurea in architettura è, in questo senso, disabilitante: provate a trovare un architetto che si è messo di buzzo buono a metter su un'abitazione mattone su mattone o tronco su tronco. Non l'ha fatto perché il progresso della tecnica gli impedisce di costruire con le grezze tecniche di un tempo che pure egli controllava e impiegava autonomamente di persona ma lo costringe a farlo con le tecniche moderne che lo escludono dalla realizzazione pratica e, in un certo senso, dal controllo diretto della situazione. Lo rendono, in una parola, dipendente da una struttura tecnica di supporto. Fate un bel balzo concettuale e trasferite il tutto a questa pandemia: quanti biologi conoscete che, pur sapendo tutto di virus e avendo lauree o esperienza di lavoratorio, hanno fatto qualcosa di pratico contro questo virus? Intendo: trovare una antidoto o una cura. Al massimo qualche test di laboratorio e il test è arrivato da qualche azienda farmaceutica con le istruzioni e i macchinari allegati. Prendete Matteo Bassetti: cosa ha fatto di pratico contro il virus? Niente, solo un po' di divulgazione in TV (qualcosa che si può apprendere tramite tecniche comunicative, ad esempio nella rinomatissima facoltà di Scienze della Comunicazione) oppure ha gestito l'ospedale (attraverso tecniche organizzative e burocratiche). Insomma, converrete tutti che Matteo Bassetti è un tecnico e non uno scienziato o un taumaturgo, e non è molto diverso in fondo da una massaggiatrice tailandese. Questa cosa della massaggiatrice tailandese non è per sminuire Bassetti ma perché recentemente ho rivisto Banzai con Paolo Villaggio sul Canale 34, dove il nostro andava da una specie di magnaccia delle massaggiatrici che prometteva belle ragazze con cui si poteva fare “tac-tac, pum, pum!” (e gesto a pugno chiuso e piegato con palmo che spinge ritmicamente in avanti a mimare l'atto sessuale). Ecco, Matteo Bassetti è come una massaggiatrice tailandese che ha la tecnica per fare tac-tac, pum, pum! Ragiono per paradosso, Jacques Ellul non ci sarebbe arrivato nei suoi saggi perché era un accademico, anche se brioso e anarcoide. Ma la morale del post è chiara: abbiamo delegato alla conoscenza tecnica specializzata troppe cose e questo crea frustrazione, spaesamento e, per chi crede nell'autonomia del giudizio e nell'intuito o nel raziocinio del singolo essere umano a contatto con la realtà e coi suoi simili, preclude, forse, una soluzione più semplice ed efficiente per la situazione in cui siamo finiti. Una soluzione basata sulla beata ignoranza forse, ma pur sempre una soluzione in cui l'essere umano ha l'idea (illusione?) di contare e fare qualcosa.