Gippo

Ex Stayer Software associate

E così l'altro giorno sono andato a farmi la terza dose di vaccino per poter aggiornare il Green Pass. Giunto al centro vaccinale non vedo molta gente, ci sono solo alcuni ragazzi e qualche ragazza. Col foglio della mia prenotazione, mi presento di fronte ad un'infermiera molto giovane e carina, con la divisa tutta rosa e una scollatura a forma di cuore al centro del petto. Sakura

Per un attimo mi chiedo se non sia una cosplayer piuttosto che un'infermiera. Lei sembra leggere le mie perplessità e mi mostra un tesserino sorridendomi, strizzando l'occhio e passandosi velocemente la punta della lingua lungo tutta l'arcata del labbro superiore. Le sorrido anch'io pure se i dubbi mi rimangono, ma solo nel subconscio. “Allora” mi dice “terza dose, giusto? Che vaccino vuole stavolta?” “Dunque” rispondo “alle prime due ho preso Pfizer che praticamente è il vaccino di Bill Gates, a questo turno lei cosa mi consiglia?” “Che ne dice di questo nuovissimo vaccino israeliano? Gli israeliani fanno sempre molto figo quando si tratta robe all'avanguardia, specie se uno pensa che il mondo sia dominato da una elite pluto-giudaico-massonica. L'esercito israeliano è una macchina da guerra micidiale. Il Krav Maga è una tecnica militare terribile e letale che pratica pure la Canalis. Il Mossad conosce tutto e tutti e influenza i maggiori eventi mondiali. Poi, a tempo perso, usano pure i golem e hanno un contatto privilegiato con Dio, che, come ci spiega Biglino, in realtà sono gli Elohim cioè gli alieni.” “No, grazie, io sono un sincero democratico e penso che gli israeliani non siano diversi da tutti gli altri stronzi che ci sono in giro nel mondo.” “Ah, ma lei è un democratico ma anche un disincantato!” replica l'infermiera, notando la crudezza del termine utilizzato per designare genericamente l'assemblea globale delle nazioni. “Da un po' di tempo a questa parte mi fido solo della scienza e dei numeri. Analizzando tutti i protocolli sanitari di tutti i vaccini esistenti al mondo, la mia scelta cadrebbe oggi sul misconosciuto vaccino del Camerun.” “Wow!” “Ho qualche dubbio sull'indipendenza dei loro analisti sanitari, anche alla luce della subdola propaganda del loro dittatore pluridecennale Paul Biya, ma chi sono io per giudicarli dopo aver visto all'opera Rocco Casalino?” “Non è certo un vaccino molto popolare...” “Credo che la sua diffusione a livello mediatico sia stata frenata soprattutto da ragioni di marketing: difatti il nome 'Bingo Bongo' non ispira di suo particolare fiducia.” “Già, è un po' come tentare di vendere negli Stati Uniti un vaccino russo chiamato 'Sputnik'!” “Ehi, questo è già stato fatto!” “Ah sì, è vero...” Restiamo per un po' in silenzio, poi l'infermiera rompe gli indugi e caccia da un frigorifero una fialetta di vaccino 'Bingo Bongo'. Quindi estrae il liquido verdastro che c'è all'interno con una siringa. Vedendomi nervoso, l'infermiera allarga un po' con la mano la scollatura a forma di cuore di modo che, sbirciandone un capezzolo, possa tranquillizzarmi. La cosa funziona, così può procedere coll'infilarmi l'ago nello spazio fra le sopracciglia, nel chakra del terzo occhio. “Ho dimenticato di dirle i possibili effetti collaterali e reazioni avverse, comunque ho visto che era abbastanza informato in merito...” “So benissimo che potrei sperimentare allucinazioni aventi come protagonista qualche divinità trickster della tradizione animista africana.” “Esatto, se accade non si preoccupi, è tutto normale.” “Certo...” “Ad ogni modo una mia amica ha fatto un vaccino pellerossa ed ha subìto la visita di una divinità trickster indiana, tale Kokopelli, associato alla fertilità, che l'ha messa incinta.” “Sono sicuro che i costi superino comunque i benefici.” “Certamente! Ora si accomodi là e attenda quindici minuti. Poi torni di nuovo qua.” “Come mai?” chiedo preoccupato. Ricordavo delle prime due dosi che dopo i quindici minuti in attesa di effetti avversi, in assenza di problemi si poteva andar via direttamente. “Sorpresa!” mi risponde l'infermiera strizzandomi di nuovo l'occhio e facendo una conturbante linguetta. Mi accomodo fiducioso. Attesi i quindici minuti di rito, torno dall'infermiera. “Qualche reazione particolare?” mi chiede lei. “Beh, non so se si è trattato di un'allucinazione, sembrava così reale... comunque lo spirito del fiume Benue mi ha portato con sè oltre le nuvole e mi ha mostrato i futuri domini del presidente Paul Biya: il Camerun governerà su tutte le nazioni del mondo!” “Ed... ecco... lo spirito del fiume Benue le ha per caso asportato la milza?” “Mio Dio, no!” “Generalmente è la prima cosa che fa quando trasporta qualcuno sopra le nuvole” “N-non lo sapevo, se lo avessi saputo...” “E' un effetto collaterale che conosciamo in pochi. Mi scusi, non gliel'ho detto perché magari ci poteva ripensare!” “Certo che ci avrei ripensato!” “Ma la milza è inutile!” “Ma che discorsi sono!” L'infermiera capisce di averla fatta grossa. Per farsi perdonare si solleva leggermente la divisa, mostrando delle mutandine semitrasparenti. Quando cambia discorso, mi sono già dimenticato tutto. “Arriviamo ora alla sorpresa!” dice tutta giuliva “Con la terza dose il Green Pass glielo aggiorniamo direttamente noi e non deve ricevere SMS nè compilare moduli online, nè stampare astrusi file pdf!” “Ma veramente non è che la cosa mi desse così tanti grattacapi...” dico un po' deluso, aspettandomi una sorpresa più piacevole. “Lei è un osso duro” ribatte chinandosi sulla mia guancia e leccandomela lascivamente. “Molto duro...” aggiunge passando una mano birichina tra le mie gambe. “O-ok, è una bellissima sopresa!” dico. Tutta sorridente mi porge un Green Pass già avvolto in una plastichina trasparente. Gli do uno sguardo volante. “Ehi, qui non c'è scritto da nessuna parte che si tratta di un certificato di vaccinazione! Anzi, la parola 'vaccino' non c'è proprio!” “Già, era proprio una brutta parola, vero? No-vax, no-vaccino, una parola divisiva...” “Si ma...” “Al suo posto c'è una definizione più congrua ed accattivante, in linea con le recenti tendenze alla gamification. Suvvia, dia un'occhiata lei stesso.” Vedo meglio il mio Green Pass e comincio a leggere ad alta voce:

Il giocatore Gippo ha acquisito un segnalino protezione virus. Un giocatore che abbia acquisito un segnalino protezione virus ha una percentuale ridotta del X% di contrarre un virus Covid e una percentuale ridotta del Y% di subire un danno critico da virus Covid, dove X ed Y sono definiti dalle recenti pubblicazioni scientifiche selezionate dal Game Master e calano ad ogni turno di un ammontare definito sempre dal Game Master. Quando X e Y raggiungono 0, il giocatore deve fare una nuova dose.

“Ma che è?! E' una fottuta carta di Magic the Gathering?!? Mi state prendendo per il...” e vorrei inveire ma l'infermiera è stranamente tutta nuda, a parte il cappellino e lo stetoscopio che continua ostinatamente a passare dal capezzolo destro al sinistro e viceversa, lamentando languidamente: “Uuuh! Che brividi!”. Dimentico quello che stavo dicendo. “Allora è d'accordo con me? Vaccino era una parola brutta. Ma soprattutto inadatta.” “Sì, inadatta, sono d'accordo” dico. Mi accompagna all'uscita, sempre nuda. Una volta tornato a casa, mi accorgo che ho un nuovo tatuaggio a forma di antilope sulla spalla destra. Dev'essere un effetto collaterale del vaccino, pardon, del “segnalino protezione virus”. Domani manderò un'e-mail all'Istituto superiore della Sanità Camerunense per consentire loro di aggiornare il protocollo sanitario. Perché sono un cittadino di grande senso civico. Già che ci sono, mi farò pure una radiografia per controllare se ho ancora la milza.

Qualche giorno fa ho rivisto “I laureati”, film di Pieraccioni del 1995, così ho pensato che non ci fosse niente di meglio che ricominciare a scrivere per il blog ripartendo proprio da qui.

Non dobbiamo sottovalutare Pieraccioni e la sua opera. Scrivo questo perché le mie prime impressioni su di lui non furono buone. Nel 1995 (ma probabilmente lo vidi almeno un paio di anni più tardi) ero ancora alla ricerca di qualche maitre à pensèr che potesse rappresentare una bussola o un'ispirazione, un qualcuno alla Nanni Moretti di Ecce Bombo, una personalità estrosa, originale, controcorrente e geniale a cui ispirarmi. Pieraccioni non era e non è nulla di tutto questo. Tuttavia ciò non è motivo valido per il quale la sua filmografia vada snobbata. Voglio chiarire meglio il punto sulla personalità. Se voi guardate questo film, quasi all'inizio trovate una citazione di Salinger: il personaggio di Pieraccioni si chiede, di fronte a Ceccherini, dove vanno le anatre dopo che il laghetto d'inverno si ghiaccia. Penso che sia una roba abbastanza mainstream però, per chi non lo sapesse, è la stessa domanda che si pone il protagonista de “Il giovane Holden”, romanzo di formazione per eccellenza. Ora questa citazione, in bocca a Pieraccioni, sembra una specie di bestemmia per motivi di carisma che non sto a spiegarvi subito. Fare questo genere di riflessioni di fronte ad un Ceccherini qualsiasi senza specificarne la fonte è ciò che i millennial, intrisi dell'odierno gergo corrotto dalla perfida Albione, identificherebbero come un momento cringe. Eppure è chiaro che Pieraccioni vorrebbe proprio ambire al ruolo di piccolo e umile maitre a penser e lo si capisce dai brevi spiegoni che mette in bocca al personaggio del professor Galliano, suo ex professore di filosofia che, con la voce fuori campo del protagonista pieraccioniano, dà rapide e non autorevoli lezioni di vita e di tassonomia (ad esempio: “Dicesi imbuto cosmico quel momento nel quale ecc. ecc.”).

Pieraccioni e filosofia, dicevamo. Quel genere di filosofia spiccia che praticano gli estroversi per rimorchiare. La filosofia è roba da introversi, materia praticata peraltro con moderazione e coscienza della sua pericolosità. Pieraccioni è chiaramente un animatore turistico che non vuole ammetterlo: l'unico atto di umiltà, a cui però rinuncerà nel corso dei suoi film successivi, è quello di delegarne le funzioni al citato personaggio di Galliano interpretato dallo stralunato Alessandro Haber (anzi, “Stralunato Alessandro Haber”: è proprio il nome completo di questo attore) ma si tratta di una delega fatta a denti stretti, con rancore e risentimento, tanto che nel corso del film il regista Pieraccioni si vendicherà invidioso su di lui mettendoglielo letteralmente in culo (ma ci ritorneremo).

La storia de “I laureati” parla di quattro “fuori corso” trentenni che... non vogliono crescere. Eh già. In quegli anni andava di moda il mantra dei trentenni che non vogliono crescere che poi si sarebbe trasformato nel mantra dei quarantenni che non vogliono crescere, poi sarebbero diventati i bamboccioni, poi i giovani “choosy”, poi sarebbe venuto Grillo e avrebbe fatto una delle rarissime cose giuste che ha fatto, ovvero lasciar intendere, nel suo stile colorito, che forse se i giovani si comportano così è perché c'è anche una scelta economica razionale di base. Però allora andava di moda dire che i trentenni non volevano crescere ed era tutto un proliferare di film ambientati in due camere e un tinello dove venivano presentati i trentenni che non volevano crescere e i trentenni di allora erano veramente incazzati per questa storia, assieme a quell'altra che raccontava, attraverso gli editoriali delle riviste femminili, che l'uomo degli anni '90 era “troppo micio e poco macho”. Fortunatamente anche questa narrazione è entrata in crisi, stavolta a causa del fenomeno del femminicidio, e tutte le redattrici che scrivevano che l'uomo era “troppo micio e poco macho” sono state arrestate per apologia di reato e, dopo un percorso di rieducazione, trasformate in femministe e/o attiviste LGBTQ+. Ma dicevamo dei quattro fuori corso protagonisti della trama. Questi erano interpretati da: Leonardo Pieraccioni, Massimo Ceccherini, Rocco Papaleo e Gianmarco Tognazzi. Ora, io ho letto una recensione su MyMovies dove c'è proprio un'osservazione giusta: questi attori, con l'eccezione di Tognazzi, non si allontaneranno mai più dai personaggi interpretati in questo film. Ed è verissimo. Massimo Ceccherini interpreta un folle e sboccato cabarettista che al momento cruciale si lascia scappare una bestemmia ed è curioso sapere che verrà addirittura squalificato per una bestemmia durante una futura edizione de “L'isola dei famosi”. Rocco Papaleo è il solito terrone lucano orgoglioso di esserlo. Ma due parole in più merita proprio Leonardo Pieraccioni. Interpreta con costanza quello immaturo che vuole crescere (ma non troppo) e per farlo non trova altra strada che innamorarsi e fare sul serio con la ragazza madre di turno. Seriamente, il personaggio Pieraccioni durante i suoi film incontra un sacco di ragazze madri, comunque già ingravidate, spesso insicure dell'identità del padre del bambino, ad esempio ne “Il paradiso all'improvviso”, ne “Il pesce innamorato”, in “Ti amo in tutte le lungue del mondo”. Particolare un po' inquietante: la ragazza recentemente morta in fabbrica in un incidente con una pressa a Montemurlo era anche lei una ragazza madre e aveva fatto la comparsa in un film di Pieraccioni. Questa costante simboleggia un po' la sospensione di Pieraccioni tra modernità e tradizione, elemento questo che traspare in numerosi dettagli ed episodi presenti nel film. Pieraccioni si rende conto che la famiglia tradizionale e specialmente il ruolo del padre non sono più gli stessi di un tempo (la Cucinotta, di cui si innamora, accoglie la notizia di una gravidanza con padre incerto come se niente fosse) ma vorrebbe probabilmente tornare a quell'idea, difatti le sue storie sono sempre serie, mai una botta e via, e le modernità degli atteggiamenti femminili rappresentano sempre inevitabilmente una remora da superare prima di buttarsi in qualcosa che fa evidentemente (e naturalmente) paura. Altro episodio significativo in tal senso è quello che vede protagonista Tosca D'Aquino, che in questo film non fa ancora il suo mitico “Piripìììì!!” poggiando il pollice sulla punta del naso e sventolando in chiusura le altre dita. Tosca (“la napoletana”) attira maschi solitari per fargli fare cose a tre col suo partner. Coinvolge dapprima Papaleo, che rifiuterà sdegnato nel suo abituale atteggiamento da terrone lucano orgoglioso e benpensante. Poi riuscirà nell'intento col professor Galliano, il quale sarà inizialmente entusiasta e poi... Qui si consuma la vendetta di Pieraccioni-regista sul professore di filosofia, a cui il buon toscanaccio Leonardo, in un patto faustiano, dà quel carisma e autorevolezza che sente di non avere, in cambio della verginità anale del povero docente. Oggi quell'episodio appare quasi insopportabilmente moralistico, dopo lustri di Youporn, Xhamster, Pornhub ed Hentai.

Vorrei fare anche un breve inciso per il personaggio di Giammarco Tognazzi, che è un po' un pesce fuor d'acqua ma è al contempo interessante per vari spunti storici. Tognazzi è sposato con la figlia di un imprenditore ma si scopa la cognata più giovane e carina. Che poi, sua moglie non è che sia male: si tratta di Elisabetta Cavallotti, attrice che quattro anni più tardi girerà alcune scene veramente bollenti in “Guardami” di Davide Ferrario, in cui interpreterà il declino di una pornostar che si ammala gravemente. Di quest'ultimo film ho impresse, marchiate a fuoco nella mia memoria, le lapidarie e sprezzanti parole di Tinto Brass allorquando chiesero un suo parere in merito ovvero: “Non sono interessato al genere porno-oncologico!”. Ho impresse anche la scena dell'esibizione erotica dal vero al Misex e la Cavallotti che fa un bocchino a Flavio Insinna, ma non saprei dire se il pene è veramente il suo oppure di una controfigura oppure uno di quei falli realistici di plastica che giravano anche nei film del citato e compianto Brass. Tornando a Tognazzi ne “I laureati” mi commuove sentirlo affermare che, nonostante abbia un cellulare intestato alla ditta del padre, non se la sente di chiamare a casa, per dimostrare che “non se ne approfitta”. Ecco, anche questo catapulta il film nel documento d'epoca.

Il personaggio di Pieraccioni, simpatico e perbene, è quello che alla fine del film ricorda a tutti che la ricreazione è finita e che non possono continuare a vivacchiare così, e devono crescere. Devono, magari dopo l'“ultima bischerata”. Ma è chiaro che sta convincendo più se stesso che Ceccherini. Anzi, no, forse sta convincendo Rita Rusic, ex moglie del produttore Vittorio Cecchi Gori, che ha puntato su di lui. Insomma, Pieraccioni, duole dirlo, non suona sincero e tutti i film successivi stanno lì a testimoniarlo. Doveva semplicemente ammettere di essere un animatore turistico più evoluto anziché un filosofo introverso. Ci proverà fuori tempo massimo ne “Il professor Cenerentolo” con una comicità meno impegnata e sociologica, a base di nani e, marginalmente, ballerine.

Leggendo questa recensione, forse penserete che sia stato un po' critico con Pieraccioni. Magari invidio la sua fortuna. In realtà c'è davvero qualcosa che invidio a Pieraccioni e voglio dirlo senza falsi pudori e senza privarlo della verginità anale: l'amicizia con Carlo Conti e Giorgio Panariello. Sarebbe piaciuto anche a me avere almeno un amico col quale vivere un'avventura professionale del genere condividendo la stessa passione (non necessariamente nel mondo dello spettacolo) in modo da sostenersi a vicenda. Comunque Pieraccioni, al di là dei limiti, non è da sottovalutare, la sua coerenza è commovente e spero che questa recensione vi faccia riflettere.

Oggi è un po' come quando dovevo fare 30-40 flessioni a tutti i costi e non avevo il tempo... la tentazione è di saltare l'appuntamento del venerdì col blog ma no, non lo salto! La tentazione è pure quella di infilarci dentro un vecchio post che magari avevo scritto 15 anni fa e che avevo conservato alla bisogna ma no, non ci casco! Perché ho preso l'impegno di aggiornare il blog per riabituarmi a scrivere, non per postare roba di un tanto tempo fa.

Perché scrivere? Perché questa continua, costante ricerca della costanza, dell'impegno, della fatica, della determinazione? Risposta: perché mi fa bene. Al momento è come una droga, prendo la dose che mi fa stare tranquillo, poi un giorno magari capisco come fare a meno della droga e qual è il segreto per vivere felici e soddisfatti. E allora di cosa posso parlare nel poco tempo che posso dedicare a questa attività? Del libro che sto leggendo.

Premessa. Ho trascorso ANNI leggendo, se andava bene, un libro all'anno. Ricordo una volta che, per non fare la parte di quello che non aveva letto manco un libro, mi lessi un romanzetto Harmony raccattato dalla soffitta di mamma. Poi con la pandemia mi sono scatenato. Complice un sito che mi “rifornisce” di molti ebook e del mio Kobo reader, ho letto un sacco di roba. Tutti saggi e manuali. Anche e soprattutto libri di autoaiuto. Mi sono dato questa spiegazione: fin quando le cose andavano abbastanza tranquillamente, non sentivo il bisogno di informarmi, di acquisire frecce alla mia faretra. Quando mi è venuto a mancare un po' il terreno da sotto i piedi ho sentito invece la necessità di trovare nuove armi, di potenziare la sezione Ricerca e Sviluppo, di trovare un vantaggio competitivo. Così leggo tanto da qualche mese. Per me in fondo è un segnale positivo. Ah, sapete perché ogni tanto leggo roba “da femmine”? E' un'abitudine di quando consultavo materiale relativo all'arte del rimorchio a seguito della lettura un libro prestatomi da un amico: “The Game – La bibbia dell'artista del rimorchio” di Neil Strauss. Anni fa, cose da giovani, eh! Il consiglio era di leggere cose “da femmine” per capire meglio le femmine e i loro miti tipo il principe azzurro, il bello e dannato, il cucciolo da salvare, il delinquente da redimere, lo scontroso che si scioglie... quegli stereotipi lì. Per i romanzi mi sono sempre piaciute le scrittrici donne. Ma per i saggi no. Beh, forse è il caso di concludere la premessa...

Che libro sto leggendo? Dico almeno il titolo: “Ufo e extraterrestri” di Roberto Pinotti.

Scrivere di se stessi non è necessariamente un'opera di narcisismo. Diceva Sartre che l'inferno sono gli altri e chiosava Tozzi che gli altri siamo noi. Quindi scrivere di se stessi non è opera di narcisismo ma anche una forma di interesse e di condivisione verso gli altri. A me piace molto la forma del blog perché è una sorta di dialogo silenzioso con l'altro, mentre il social è un dialogo molto più esplicito e, talvolta, banale. Paradossalmente capita che nel social il gusto della battuta e della replica renda il tutto molto più vuoto e insignificante. Nel blog invece il dialogo, pur essendo silenzioso, risulta più intenso. Ho vari blog dai quali amo passare per vedere se sono aggiornati e devo dire che spesso non sono d'accordo con quello che scrivono. Non li commento e non ci metto sopra un mi piace ma amo lo stesso visitarli per leggerli: è proprio questa la forma di dialogo silenzioso a cui faccio riferimento. Mi rendo conto che a volte gli autori gradirebbero un piccolo riscontro ma vedo che trovano altrove le risorse interiori per andare avanti e tanto mi basta. Il fatto che scrivere di se stessi vuol dire scrivere anche degli altri non vuol dire che non ci si possa, effettivamente, chiudere troppo negli angusti recinti della propria persona. Ma scrivendo è molto difficile: difatti pur essendo un'attività che si svolge da soli, scrivere è sempre rivolto, potenzialmente, al mondo e alla massa sterminata di potenziali lettori. E' quasi solo per questo che, sin dagli inizi, ho giudicato internet come qualcosa di buono. E ho notato che i problemi sono cominciati ad arrivare quando le persone si sono cominciate a fissare sulle identità, sulle immagini, sui video, sui profili. In una parola: sull'apparenza superficiale. Ma all'inizio era commovente ed anche eccitante aprire l'animo assieme a tutte quelle persone e dare voce ai propri pensieri con gli altri. Oggi viviamo fra due estremi che nascondono entrambi una minaccia. Richiudersi in se stessi, come accennavo, porta alla morte spirituale perché, se non si accettano gli altri, non possiamo certo accettarci noi. Io sono un liberale da un punto di vista delle idee economiche ma se per liberale intendiamo persone che pensano esclusivamente ai cazzi loro, come ormai si vede fare sempre più spesso, allora non c'è più speranza. Non dobbiamo essere amici di tutti, accogliere tutti, pensare che sono tutti buoni ma non dobbiamo nemmeno esistere solo noi. Dall'altro lato abbiamo un'altro minaccioso estremo che sfocia nel fascismo, nel comunismo, nel collettivismo, nel conformismo, nel branco: perdere la nostra individualità, la nostra originalità, la nostra idea personale sul mondo per aderire pedissequamente ad un'altra idea già bella e pronta e dal sicuro consenso. Un'idea che, inutile dirlo, non può che essere di natura nazista. Scrivere allora è un antidoto, non sempre viene bene e a volte si spurgano ansie e rancori senza arrivare a nulla di buono, ma è una cosa quasi sempre positiva almeno fintanto che si è sinceri anche nel mostrare con umiltà i nostri aspetti meno piacevoli, senza ripetere slogan o scimmiottare pose, frasi, comportamenti visti altrove. Per questo mi sto impegnando a scrivere, anche se a volte è faticoso.

Oggi la prospettiva di riempire di caratteri un nuovo post mi sembra terribile, ma vale la pena cominciare, non si sa mai dove si va a finire e magari viene fuori qualcosa di inaspettatamente buono. Tra le idee da scrivere che premono di più ce ne sono varie emergono fra tutte le altre:

  • Fare un post per rispondere alle grandi domande “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove stiamo andando?”. Si tratterebbe di una lunga dissertazione che, attraverso filosofi, scrittori, biologi evoluzionisti e complottisti, arriverebbe ad una possibile, sorprendente conclusione. Non vedo molti riferimenti in giro su questo tema. Gran parte della dissertazione verterebbe sulla teoria dell'evoluzione.

  • Fare un post per spiegare la situazione economica in modo semplice e un po' pop. Ne ho già fatto in passato uno sul denaro, una specie di storia economica a fumetti basata sulle teorie di Carl Menger, precursore della scuola economica austrica e autore di uno snello volumetto intotolato “Denaro” (anzi “Geld”). Se non lo faccio è perché il discorso economico è molto inquinato dalla politica e dalla propaganda. “Inquinato” è un bell'aggettivo che ho preso da un post di Kein Pfusch e che spiega bene la questione.

  • Fare un post narrativo fantastico su quella volta che mi iscrissi a Facebook con vero nome e vera foto per ritrovare una mia ex compagna di classe particolarmente anonima e avviare con lei una relazione basata su intenzioni serie (pezzo scherzoso con battutacce a sfondo sessuale).

  • Fare un post su quella volta che vari anni fa, su Twitter, mi spacciai per un account ufficiale di un partito politico e da lì sfruttai quella piattaforma privilegiata per capire alcune questioni sui social network e la politica “dalla periferia”, interagendo con bot e profili palesemente “stipendiati”. Sarebbe un post interessante ma che mi condurrebbe a parlare del Covid e delle sue conseguenze in termini complottisti. (Per questo non credo che lo scriverò mai).

La preghiera nel mese di maggio

Allora, adesso parlo di qualcosa. Stavo per elencare tra i post quello del papa che ha organizzato un periodo di preghiera nel mese di maggio per opporsi al Coronavirus. Ne parlo un po' qui, sinteticamente, visto che il mese di maggio è alle porte. Qualcuno, spesso orgogliosamente laico quando non ateo o agnostico, come sempre solleva delle polemiche dicendo che è una visione vecchia e medievale quella di pregare Dio perché ci liberi dalle epidemie ma io non sono d'accordo. Cosa c'è di più umile del chiedere cose che ci stanno a cuore come i bambini? Dimentichiamo Gesù che chiedeva di essere esentato dalla crocifissione (“Padre, allontana da me questo calice”) proprio ad un passo dall'evento? E lui, oltretutto, aveva più certezze di noi, era più inserito a livello divino. Anzi, era ed è proprio Dio. Quindi trovo umano e giusto pregare per ottenere qualcosa di terreno attraverso un intervento soprannaturale. Abbiamo già delegato troppo a Matteo Bassetti. Nessuno ha detto durante la pandemia che morire non è la cosa più terribile, perché ci aspetta la vita eterna. Allora, usiamola un po' più di coerenza noi cattolici. Chiediamo l'intervento di Dio e continuiamo a parlare del Paradiso e dell'Inferno se non vogliamo che l'ultima parola l'abbia sempre Matteo Bassetti. Quanto a voi, sporchi atei, diventate coerentemente nichilisti e cominciate a girare nudi per strada. Amen.

Da quando ho deciso di ricominciare a scrivere in modo regolare continuano a venirmi alla mente un sacco di post su argomenti interessanti. Credo sia il famoso fenomeno della neuroplasticità del cervello, cioè il cervello, vedendo che ci si cimenta insistentemente in una attività specifica, si ingegna per farla nel migliore dei modi ed è come se drizzasse le antenne per trovare elementi utili anche contro la nostra volontà. E' lo stesso meccanismo per cui, quando vuoi comprare il modello di un'auto, continui a vederlo in giro un po' ovunque. Oppure quando, incinta, avvisti solo donne col pancione. Così mi vengono alla mente un sacco di argomenti significativi di cui parlare anche laddove la volontà mi invita invece a scrivere di cose poco intriganti allo scopo sfuggire alla logica dell'attenzione a tutti i costi.

Per questo ho pensato potesse essere utile, come esercizio, stilare una bella lista di attività noiose che mi aiutino a coltivare attivamente la noia. No, non ho detto gioia. Andy Wharol ha espresso bei concetti su questo tema, tipo: “E' vero che mi piace la noia ma questo non vuol dire che non mi annoi”. Oppure ha notato come sia strano che la gente si annoi durante novanta minuti di film o di spettacoli ma non si annoi a guardare per ore davanti a una finestra quando piove. Al di la di Wharol, fare i conti con la noia, accettandola, è ormai una necessità per tutti noi. E' allora vitale che questa piccola lista venga onorata a tutti i costi, dandole priorità anche rispetto alle cose importanti, urgenti e, soprattutto, interessanti. Perché è davvero tutto troppo interessante e di questo passo va a finire che si farà all'unanimità l'abbonamento a Netflix e non devo essere io a spiegare perché si tratta di una cosa contro natura.

Quando ho provato a buttar giù questa lista però, mi sono accorto subito di un errore di fondo: tutte le attività noiose da me segnate coinvolgevano la vista di schermi luminosi. Cose tipo: videogiochi bellici basati sugli esagoni o lettura di articoli religiosi dal sito dell'Avvenire. L'idea di schermo luminoso mi ha quindi fatto venire alla mente quando al mattino, riaccendendo il cellulare spento la sera prima, mi stupisca sempre di quanto appaia brillante. Le luci colorate sono quel che viene definito in gergo un “supernatural stimuli”, uno stimolo soprannaturale, non nel senso che riguarda i fantasmi, ma nel significato è oltre la natura, in un certo senso anche “contro”, come gli abbonamenti in massa ai siti di streaming. Per questo motivo spero di riuscire ad annoiarmi trovando nuove vie ed evitando un rischio comune quando si ricerca attivamente la noia, ovvero abbandonarsi alle attività fintamente noiose, in realtà piacevolmente stimolanti, quindi rilassanti, quindi... sí, interessanti.

Concludendo, questo post spiega come le cose interessanti possano diventare noiose e come le noiose possano diventare interessanti. Non è un gran post, in effetti. Obiettivo raggiunto, quindi. Hint: le ripetizioni aiutano.

Vi siete mai trovati in una situazione in cui la vostra strategia, che avete perseguito per molti anni, andrebbe sottoposta ad una obiettiva analisi basata sui risultati? E vi è mai capitato che, dopo aver compiuto questa spassionata disamina, appurate senza ombra di dubbio che la vostra strategia ha prodotto risultati fallimentari? A quel punto ci sono due strade davanti: – O continuate a perseguire la vostra strategia in modo ancor più estremo perché pensate che magari c'è un “effetto soglia” che ne ha impedito la realizzazione effettiva; – O cambiate strategia, cominciando coll'adottare quella diametralmente opposta.

Gli psicologi di Palo Alto, inutile dirlo, sono sostenitori della seconda strada, difatti è troppo facile abbandonarsi al “more of the same” autoconvincendosi con uno di quei trucchetti mentali che ci piacciono tanto. Si limitano tutt'al più a dire che non sempre è facile capire l'opposto di una strategia e dove essa è fallimentare. Ad esempio: non riuscite a dormire. Però continuate ad andare a dormire presto per avere più tempo per addormentarvi e non avere alcuna pressione a prender sonno alla svelta. Strategia opposta: andate a dormire tardi. E non vi addormentate lo stesso. Allora forse l'elemento critico della vostra strategia non era l'andare a dormire presto. Per questo dovete analizzare la vostra strategia nel dettaglio: magari l'aspetto più evidente era che andavate a letto con le galline ma in realtà c'era dietro un rituale che si basava su altri fattori, tipo la tisana presa prima di coricarsi o la serie televisiva seguita nelle ore precedenti l'agognato sonno o, molto più sottilmente, il fatto che andando a dormire presto davate consistenza e importanza al problema dell'insonnia. In quest'ultimo caso, la strategia opposta è dunque quella di diventare un fottuto maestro zen. Io (come il resto dell'umanità, credo) mi trovo nella situazione di capire esattamente il problema specifico che rende la mia strategia fallimentare. E per farlo dovrei cominciare a tentare delle strategie opposte ma non è facile: alcune di esse mi terrorizzano. Forse si può fare una strategia opposta pian piano, in modo kaizen. Il saggio, d'altronde, dice: “se hai fretta rallenta”. E frattanto la rana bolle. Ci penserò su.

Oggi è un giorno che mi tocca scrivere un post solo per onor di firma e non mi è possibile dilungarmi troppo. E allora vorrei scrivere, come indico nel titolo, un post neutrale e tranquillo, il che è l'obiettivo principale che ho da quando ho ricominciato a scrivere per il blog a cadenza regolare (cioè il martedì, il venerdì e la domenica). Sono partito apposta dalla dittatura sanitaria così potrò andare in calando con la provocazione e l'“engagement”. Perché faccio questo? Perché credo un po' nella magia della scrittura. E perché da qualche parte ho letto il seguente episodio che vi racconto. Lo faccio anche per il fatto che, esattamente sedici anni fa, avevo creato il mio primo blog e scritto la mia prima riflessione destinata ad essere pubblicata in rete. Non conservo il post con le esatte parole ma ricordo perfettamente che mi autoproclamavo uno sciamano e che, attraverso il blog, avrei aiutato tutti (me compreso) a scoprire il senso della vita. Buona lettura allora.

Lo sciamano della pioggia

Un villaggio chiama un sciamano per risolvere un grosso problema che li affligge: la siccità. Sono mesi che non piove e, al tempo in cui sono ambientate le vicende, non c'erano bar o ristoranti attrezzati per l'asporto o la consegna e nemmeno le app tipo Just Eat e i rider che caricano le pietanze come per magia e le portano direttamente a domicilio. Bisognava seguire tutta la filiera produttiva del cibo, cominciando dalla semina e proseguendo con la coltura che aveva, come processo di supporto imprescindibile, l'irrigazione a mezzo acqua piovana. Per questo motivo, capite bene che la mancanza di piogge poteva essere un grosso problema. Lo sciamano convocato per risolvere la questione, quando arriva nel villaggio, viene accolto da gente in preda ad un chiaro esaurimento nervoso. Molti lo vedono disperati come l'ultima spiaggia e un'ansia tremenda aleggia come una cappa opprimente in ogni casa e in ogni via. Nel villaggio poi non si parla d'altro che di siccità, meteo, cumulonembi, rosso di sera bel tempo si spera, rosso di mattina bel tempo si avvicina, cielo a pecorelle pioggia a catinelle. E' quindi con grande sorpresa e un pizzico di sconcerto che gli abitanti constatano come lo sciamano, per risolvere la questione, non faccia assolutamente nulla. Nè una danza, nè un rituale dotato di un minimo di fascino mistico-esoterico. No, semplicemente alloggia nell'abitazione che gli è stata assegnata, si alza la mattina presto, fa una passeggiata, fa quattro chiacchiere qua e là, mangia, rifa una passeggiata, richiacchera, rimangia e va a dormire. Insomma, fa una vita assolutamente normale e tranquilla. La gente comincia a perdere la pazienza e se non lo scaccia come mangiapane a tradimento è solo perché hanno visto Karate Kid e pensano che magari è una roba tipo “Dai la cera, togli la cera” che all'inizio non la capisci ma poi... E infatti, di lì a breve comincia a piovere. Grandi feste, lo sciamano ce l'ha fatta, le ragazze del villaggio gliela danno in segno di riconoscenza e infine lui, dopo un paio di gozzoviglie, se ne riparte solitario verso il tramonto col suo poncho e il suo sombrero.

Non vorrete mica che vi spieghi la morale, vero?

Volevo chiarire un paio di concetti sulla dittatura sanitaria, dato che potrebbero originarsi dei fraintendimenti per quanto riguarda il mio ultimo post in merito. Da un lato ho l'impressione che qualcuno pensi che io scherzi ed evochi dittature sanitarie tanto per spararla grossa e attirare attenzione tipo Miguel Bosè, oppure con intenti provocatori. Dall'altro qualcuno potrebbe ritenere che io creda in modo acritico al concetto così come viene propagandato da una certa parte politica o movimento d'opinione. Siccome non tutti hanno la voglia di leggere un lungo post, farò un riassunto brevissimo di quanto dirò: mi ritrovo quasi appieno nelle idee di Jacques Ellul che parlava di una sorta di dittatura della tecnica: ebbene, io credo in una dittatura della tecnica che si esprime in una tecnica sanitaria (fra le altre) secondo le concezioni dell'autore citato, il quale non era un complottista ma semplicemente osservava come il cosiddetto “fenomeno tecnico” fosse una sorta di forza soprannaturale e incontenible che si sarebbe espansa al punto da costituire un rischio per l'uomo. Jacques Ellul era un francese e scriveva saggi molto lunghi. Siccome a me piace molto la tematica in oggetto, ne ho scaricato illegalmente vari ebook (ricordo sempre che questo è un blog di fiction e non dice sempre cose vere) ma, una volta capito il ragionamento di base, divengono chiari tutti i passaggi successivi e per tale motivo, di tutti i libri scaricati, non ne ho finito manco uno, quindi non posso dichiararmi d'accordo con le conclusioni dell'autore, non conoscendole. Però vuoi mettere citare Jacques Ellul?

Tornando alla dittatura sanitaria, vorrei specificare quindi che, nonostante io ami molto il complottismo e mi piaccia molto citare anche Stephen Gunn (autore di una serie di romanzi di azione a buon mercato) il quale asseriva per bocca del suo protagonista (“il Professionista”) che “puoi anche non essere paranoico ma questo non vuol dire che i complotti non esistano”, non ritengo che al momento ci siano elementi per ipotizzare un astuto piano di una elite mondiale che ha prodotto queste restrizioni alle nostre libertà (ma se avrete la pazienza di leggere i miei futuri post non escludo che asserirò anche l'esatto contrario).

Dirò di più: a me i coprifuoco piacciono. Il distanziamento sociale non mi pesa affatto, anzi. Credo che, se riapriamo, ripartiranno i contagi a rotta di collo (non che si siano fermati). Potrei indagare meglio sulla mortalità, sulla diffusione, sugli andamenti matematici ma so che mi mancheranno sempre dei dati per risolvere il problema nella sua interezza e per questo desisto. Però non posso fare a meno di notare una cosa. Questa è la prima epidemia che stiamo tentando di sconfiggere attraverso interventi centralizzati dello Stato e degli organismi sovranazionali. Ad esempio so, per aver giocato un pochino a Victoria 2 della Paradox, che fino al 1800 il mio paese faceva parte dello Stato Pontificio e che non c'era l'OMS. Nel 1900, con la spagnola, lo stato nazionale non era così omnipervasivo.

Come diceva Ellul, una delle tendenze della tecnica è quella della centralizzazione, che sia per sfruttare le economie di scala, per incrementare il potere contrattuale, per utilizzare risorse preziose e pericolose (tipo l'energia atomica), per proteggersi da forze ostili attraverso un monopolio organizzato della forza. Ma la centralizzazione, pur se più efficace, è inefficiente e produce un eccesso di analisi. E, come sappiamo, l'analisi è paralisi. Voglio citare Agamben stavolta. Agamben, parlando dell'architettura, la descrive come una facoltà disabilitante. Cioè, finché non conoscevamo l'architettura, costruivamo case anche senza le relative conoscenze. Ma una volta che siamo laureati in architettura, non costruiamo più case. La laurea in architettura è, in questo senso, disabilitante: provate a trovare un architetto che si è messo di buzzo buono a metter su un'abitazione mattone su mattone o tronco su tronco. Non l'ha fatto perché il progresso della tecnica gli impedisce di costruire con le grezze tecniche di un tempo che pure egli controllava e impiegava autonomamente di persona ma lo costringe a farlo con le tecniche moderne che lo escludono dalla realizzazione pratica e, in un certo senso, dal controllo diretto della situazione. Lo rendono, in una parola, dipendente da una struttura tecnica di supporto. Fate un bel balzo concettuale e trasferite il tutto a questa pandemia: quanti biologi conoscete che, pur sapendo tutto di virus e avendo lauree o esperienza di lavoratorio, hanno fatto qualcosa di pratico contro questo virus? Intendo: trovare una antidoto o una cura. Al massimo qualche test di laboratorio e il test è arrivato da qualche azienda farmaceutica con le istruzioni e i macchinari allegati. Prendete Matteo Bassetti: cosa ha fatto di pratico contro il virus? Niente, solo un po' di divulgazione in TV (qualcosa che si può apprendere tramite tecniche comunicative, ad esempio nella rinomatissima facoltà di Scienze della Comunicazione) oppure ha gestito l'ospedale (attraverso tecniche organizzative e burocratiche). Insomma, converrete tutti che Matteo Bassetti è un tecnico e non uno scienziato o un taumaturgo, e non è molto diverso in fondo da una massaggiatrice tailandese. Questa cosa della massaggiatrice tailandese non è per sminuire Bassetti ma perché recentemente ho rivisto Banzai con Paolo Villaggio sul Canale 34, dove il nostro andava da una specie di magnaccia delle massaggiatrici che prometteva belle ragazze con cui si poteva fare “tac-tac, pum, pum!” (e gesto a pugno chiuso e piegato con palmo che spinge ritmicamente in avanti a mimare l'atto sessuale). Ecco, Matteo Bassetti è come una massaggiatrice tailandese che ha la tecnica per fare tac-tac, pum, pum! Ragiono per paradosso, Jacques Ellul non ci sarebbe arrivato nei suoi saggi perché era un accademico, anche se brioso e anarcoide. Ma la morale del post è chiara: abbiamo delegato alla conoscenza tecnica specializzata troppe cose e questo crea frustrazione, spaesamento e, per chi crede nell'autonomia del giudizio e nell'intuito o nel raziocinio del singolo essere umano a contatto con la realtà e coi suoi simili, preclude, forse, una soluzione più semplice ed efficiente per la situazione in cui siamo finiti. Una soluzione basata sulla beata ignoranza forse, ma pur sempre una soluzione in cui l'essere umano ha l'idea (illusione?) di contare e fare qualcosa.

Qualche estate fa mi trovavo a passare di fronte ad una serie di manifesti sconcertanti. O meglio, si trattava di manifesti assolutamente normali per il periodo dell'anno ma la loro concentrazione dava come risultato un effetto particolarmente curioso. Annunciavano concerti di tribute band, in particolare c'erano le tribute band di Battisti, di Dalla e dei Queen. Ora, come forse saprete, Dalla e Battisti sono morti e lo erano anche in quell'estate. Quanto ai Queen, non sono tutti morti ma la loro figura più iconica lo è sicuramente: parlo ovviamente di Freddy Mercury i cui baffoni, assieme ai ricciolotti di Battasti e agli occhialetti di Dalla, campeggiavano in bella mostra sulla locandina del concerto che tributava loro un omaggio. Più avanti avrei avuto modo di realizzare che la mia osservazione sui cantanti morti non era particolarmente originale e a questo proposito c'è il bel libro “Retromania” che analizza questo fenomeno di cui accenna oggi il presente post, ossia il costante sguardo al passato che caratterizza i nostri tempi postmoderni. In quel momento l'unica cosa che mi veniva in mente era un racconto di Stephen King intitolato “E hanno una band dell'altro mondo” in cui una coppia in auto finisce in un paese in cui si aggirano Elvis Presley e una serie di altre celebrità della musica tutte rigorosamente defunte. Dove sono capitati? All'inferno? Nel paradiso della musica? In un'altra dimensione?

Questo momento aha (definizione che viene dalla psicanalisi ma non solo, perché ormai è tutto pop) mi ha colto di nuovo l'altro giorno, allorquando passando di fronte ad un'edicola, vedo la copertina di TGM (aka The Games Machine, rivista italiana di videogiochi) su cui campeggia come titolo di richiamo... Diablo 2! Ma com'è possibile? – mi chiedo. Ho una copia di Diablo 2 in casa... Di più: ero sicuro che fosse uscito pure un terzo capitolo, Diablo 3, investito da una serie mastodontica di critiche e polemiche, tutte giuste tra l'altro. Forse la pandemia sta massacrando la nostra sanità mentale? Osservo meglio la cover e scopro altri due titoli citati: Mass Effect e... addirittura Wing Commander!

Mi torna allora in mente, come direbbe il Battisti nominato in apertura, che quando ho cominciato a scrivere questo blog avrei voluto pensare ed elaborare un nuovo concetto di videogioco indie e che avevo cominciato a fare riflessioni in merito. Poi ho finito col fare recensioni di roba della preistoria videoludica oppure col rimpiangere i bei tempi antichi. E allora mi sono detto: basta guardare al passato! Voglio vedere al futuro e voglio cominciare a recensire videogiochi nuovi e recentissimi! Non importa se non li gioco, prendo la recensione su Gamespot, la traduco in italiano col traduttore automatico, la cambio un po', ci faccio un paio di riflessioni personali che danno umanità e colore e il gioco è fatto. Il mio sarà di nuovo un blog di videogiochi che guarda al futuro. Ma ahimè, su Gamespot il titolo di punta è Diablo 2. E il recensore si abbandona alle sue stucchevoli riflessioni personali che danno il suo personale colore, tanto da farmi pensare: dove sono le fredde recensioni anglosassoni di una volta? Ma chi vi credete di essere? Se continuate così farete la nostra fine. E niente, bisogna continuare per l'ennesima volta a fare le cose tutte da soli.

P.S. Vi ricordate dei bei tempi andati quando in America, girando in automobile, ci si poteva perdere in qualche fottuta dimensione alternativa o casa stregata e la cosa aveva pure un minimo di realismo perché non c'era il cellulare?