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Questa estate ho letto un libro di racconti di Haruki Murakami intitolato “Tutti i figli di Dio danzano”. Ora, è molto strano che io legga romanzi, racconti o narrativa in generale e ancor più strano che la narrativa sia opera di autori famosi, affermati, di un certo livello.

Parbleu!

Per vari anni, forse a causa di un personale sentimento di inadeguatezza o insoddisfazione, ho letto saggi, manuali, guide. Anche autoaiuto. Ma anche argomenti di nicchia, quasi a cercare una via di fuga concreta da una situazione difficile. Inoltre ho snobbato la narrativa d'autore, sin dai primordi delle mie letture, quindi dalla mia preadolescenza. In famiglia c'era una piccola biblioteca ma ciò che mi interessava erano per lo più i romanzi di genere e in particolare quelli di genere giallo: andavo matto per Hercule Poirot e le avventure da me preferite erano quelle in cui c'era anche il capitano Hastings perché erano narrate in prima persona. Io pensavo inizialmente che il capitano Hastings non fosse tanto stupido e sentimentale (d'altronde ero poco più di un bambino) ma poi crescendo capii che, in effetti era davvero stupido e sentimentale, anche se aiutava il senso di immedesimazione permettendo, appunto, il racconto in prima persona. Ma tant'è.

Primo incontro con Murakami

Haruki Murakami l'avevo già letto. Avevo sempre avuto una certa passione per il Giappone per il solito motivo per cui ce l'abbiamo noi occidentali: i cartoni animati (o anime) prima e i fumetti (o manga) poi. Ebbene, sempre per questo motivo avevo letto Banana Yoshimoto ma non mi era piaciuta per niente. In effetti, oggi che la terminologia giapponese sta diventando mainstream, direi che Banana Yoshimoto è l'equivalente di un anime/manga di genere Shojo/slice of life, insomma, roba da femmine. Invece quando avevo letto Haruki Murakami erano gli anni Zero di questo millennio e mi ricordo perfettamente che lavoravo al mio primo impiego e che durante la lettura del romanzo (che era il famoso “Norvegian wood”) avevamo avuto in ditta un controllo della Guardia di Finanza, tanto che ho pensato: “Non è che questo fottuto muso giallo di Murakami porta un po' sfiga?”. A parte questa riflessione razzista, superstiziosa e, in definitiva, regrograda, il romanzo mi era piaciuto abbastanza. Alcuni lo descrivevano come il Giovane Holden giapponese. Il Giovane Holden lo avevo letto qualche anno prima e relativamente al romanzo di Salinger ricordo sempre la riflessione prodotta da un mio amico universitario il quale mi rivelò che lui lo leggeva ogni tot anni per vedere “a che punto passava”. Io l'avevo letto e lì per lì mi era piaciuto ma non al punto da rileggerlo. Difatti non ne sentii mai la necessità, lo prestai ad un altro mio amico assieme a una copia di PC Calcio originale e non mi venne mai più restituito, nè l'Holden nè il gestionale calcistico. Ma lo scrivo senza rancori o rimpianti: vuoi mettere PC Calcio con Scudetto o Football Manager? Vabbè. Di Norvegian Wood, o Tokyo Blues (sì perché ci sono 'sti due titoli) ricordo abbastanza bene due cose. La prima è il protagonista. Il protagonista è un campione di “humble bragging”, cioè si fa lo svelto, si spara le pose, fa il saputo buttandole là come se niente fosse. Un po' come quelli che vanno nei forum per gli utenti che hanno problemi con le grosse dimensioni del pene chiedendo, con apparente umiltà: “ragazzi, ho un pene di 26 centimetri, am I big?”. Ecco, il protagonista tromba come se non ci fosse un domani perché gli si buttano tutte addosso ma lo racconta come se nulla fosse, quasi un po' scocciato, quantomeno indifferente. Le questioni principali sono altre, il mistero della vita ecc. ecc. ma intanto tromba come un riccio, non è che oppone un'inazione filosofica alle profferte femminili. Ma voi direte: sì ma non è il protagonista che descrive le sue vicende ma l'autore, il protagonista è un semplice personaggio. Sarà, ma quando narri in prima persona (ricordate il capitano Hastings?) a me dà una certa sensazione di autoreferenzialità. La seconda cosa che mi è rimasta impressa del romanzo è invece una scena pedo-lesbica con la maestra di piano e la giovanissima allieva che la seduce e che la “lecca come una dannata”. Non vi spiego perché mi è rimasta impressa, comunque sappiate che negli anni Zero ero più giovane e testosteronico.

Tutti i figli di Dio danzano

Detto questo arriviamo alla raccolta di racconti che ho letto questa estate cioè “Tutti i figli di Dio danzano”. All'inizio della raccolta c'è un racconto che mi ha dato la sensazione di deja-vu di Norvegian Wood (humble bragging), sensazione che si è ripetuta in seguito in un paio di occasioni, ma in linea di massima direi che da questa lettura Murakami esce rafforzato nella mia considerazione. Insomma, mi è piaciuto. Tutto qui? Sì, tutto qui. Ero indeciso se indicare o meno quale fosse il piccolo filo conduttore dei racconti con contorno di considerazioni psicosociologiche sul Giappone e le sue sciagure collettive ma ci ho rinunciato.

Le recensioni sono pericolose

Scrivo questo commento così laconico sulla raccolta perché mi sono reso conto che recensire un libro di narrativa è una cosa che non si dovrebbe fare. Internet bisognerebbe lasciarlo perdere se si vuole scoprire com'è un'opera romanzata. E' più utile qualche citazione, come quella che mi ha portato a leggere, prima di Murakami, “Le particelle elementari” di Michel Houellebecq. Ho cominciato il romanzo dello scrittore francese e mi ha preso tantissimo ma poi ho commesso un errore: ho cercato delle recensioni, per capire se era davvero quel capolavoro che sembrava a me. Fortunatamente mi sono fermato ma... Vedete, il fatto è che m'ero fatto l'idea che Houellebecq avesse più o meno l'aspetto dell'ex primo ministro Francois Hollande (quello beccato mentre andava dall'amante in motorino) cioè un intellettuale serioso e un po' anonimo. Invece, girando per ricerche mi sono imbattuto in una sua foto e ho scoperto che ha proprio l'aspetto di un pervertito francese un po' in là con gli anni (per favore, non cercate l'immagine se non volete rovinarvi i suoi romanzi). Questo fatto mi ha bloccato nella lettura di Houellebecq per una settimana. Per questo motivo ho deciso di non scrivere nulla che assomigli ad una recensione.

In conclusione

Quest'anno, dopo i citati anni di astinenza dalla narrativa d'autore, ho letto Don DeLillo, Italo Calvino, Michel Houellebecq e Haruki Murakami. Però magari è una tendenza perché anche alla fine dell'anno scorso avevo letto Roberto Bolano e Jack London. Mi rendo conto oggi che è stato un po' troppo per la mia intellettualità da tenere sempre rigorosamente a freno. In questo momento ho deciso perciò di fare un'altra cosa per me inedita: rileggere un romanzo molto leggero che avevo già affrontato in anni apparentemente più facili. Non vi rivelo però quale, perché è una cosa solo mia. Esiste anche questo, nella lettura: lo speciale ed esclusivo rapporto con se stessi. Se si riesce a condividere è bello, se non si riesce pazienza, è bello lo stesso. E poi, a dire di che roba si tratta, confesso che mi vergogno un po'. Buona lettura a tutti!

Pecorine 1

Pecorine 2

Pecorine 3

Pecorine 4

FINE

Avete notato? Molti blog che un tempo erano attivi stanno oggi diradando i loro post. Altri hanno abbandonato. Altri si sono limitati a chiudere i commenti. Chiudere i commenti... dov'è finito l'engagement? Cosa dice il signor SEO? Sarà un'impressione e spesso ho imparato a non fidarmi delle impressioni personali, anche quando poi si sono dimostrate corrette (e avviene più spesso di quel che la mia modestia ammette) e soprattutto ho imparato a non trarre generalizzazioni da esse... ma si respira una strana aria in rete. Ci sono quelli che continuano imperterriti a dire tutto e il contrario di tutto restando però saldamente legati alla loro linea e alla loro identità (tipo gli integralisti cattolici filoputiniani, oppure i renziani, oppure i comunisti ottocenteschi, oppure i novax, oppure gli economisti della scuola austriaca) e poi ci sono quelli che un tempo provavano a ragionare e a esprimere un'opinione slegata da una particolare fazione e che oggi rimangono silenziosi. Ecco, io dividerei il mondo del web, ma non solo, in due categorie: gli attivisti e i silenziosi. Ma silenziosi perché? Provo a dare alcune spiegazioni plausibili dei due lati di questo fenomeno.

Gli attivisti continuano a scrivere perché vengono pagati

Gli attivisti hanno un compenso in denaro. La propaganda paga. I soldi ti fanno muovere. E' un po' il motivo per il quale mi alzo presto la mattina. Gli attivisti hanno, come lavoro, quello di scrivere per il web e, poiché non credo che Adsense sia sufficiente a dare il giusto stimolo di questi tempi, sono convinto che molti di loro abbiano una paga e un committente. Solo che, adesso che i silenziosi stanno aumentando, la cosa si nota molto di più. Intendiamoci: io sto scrivendo gratis e in passato l'ho fatto con una regolarità molto maggiore dell'attuale. Ma oggi chi scrive gratis come me ha perso molte motivazioni. Parleremo più avanti del possibile perché ma basti dire che oggi è un po' come quel racconto di Gianni Rodari in cui due allenatori maghi si affrontavano in una partita di calcio e alla fine, a forza di prodigi e incantesimi, il pallone restava dimenticato in un angolo e calciatori e pubblico se ne andavano dallo stadio. Ecco, oggi sul web è un po' così: le persone normali stanno scomparendo per lasciare il posto ai fenomeni prodigiosi che c'hanno la verità in tasca.

I silenziosi hanno percepito qualcosa

I silenziosi, che sono proverbialmente la maggioranza, hanno intuito che c'è qualcosa di storto, di sbagliato, di losco nella situazione attuale. Hanno capito che non serve a un cazzo fare campagne di sensibilizzazione o di convincimento se poi il capo della Russia va avanti di testa sua come se i bei discorsi di Fabio Fazio non fossero mai esistiti, come se si ignorasse la massima di Isaac Asimov (un russo) il quale affermava che “la violenza è l'ultima risorsa degli incapaci”. Dovremmo stanziare più fondi del PNNR per convincere Putin con un bel documentario antiviolenza girato da un promettente regista dei Parioli? Dovremmo scrivere un bel post potenzialmente virale in Russia che giunga al nostro Mad Vlad, “sensibilizzandolo”? Dovremmo far dimettere l'Academy degli Oscar per dare un segnale forte e annullare tutti gli Oscar da essa assegnati per farli riassegnare al club della briscola di Pietrabbondante che, possiamo dirlo senza timore di smentita, non ha mai dato premi a persone violente come Will Smith? C'è un certo logorio nell'aria e sta per accadere come in quel post in cui dico che un giorno Ruby non sarà più la nipote di Mubarak, però ancora è la nipote di Mubarak anche se non ci crede nessuno ma non si può dire. E allora si sta zitti.

I silenziosi stanno osservando oppure stanno guardando altrove

I silenziosi restano in silenzio per non distrarsi. Oppure hanno optato per la soluzione “quant'è bella la 'gnoranza che te fa sta be' di testa, di core e di panza!”. E allora dicono: ma io me ne vado a fare una gita fuori porta! Ma io mi termino “Tomb Raider 1” di metà anni 90 con la nude patch! Ma io mi guardo i film di Pieraccioni! Insomma, sono delusi dal dibattito (?) in rete e ritornano a guardare altrove. Magari talvolta alla realtà che, ricordiamolo, va sempre presa a piccole dosi: l'overdose di realtà è molto più pericolosa dell'overdose di virtuale. Se quest'ultima affermazione non fosse vera, non dedicheremmo così tante ore della nostra giornata al sonno. Anche quelli che hanno scelto di distrarsi gettano (o hanno gettato) un occhio alla realtà e alla possibile evoluzione futura della situazione. E la loro distrazione ha più o meno ampi gradi di “Fiato sospeso”. Sì, perché è questo il nuovo metro di misura di questa maggioranza silenziosa dei blogger, dei pensatori della rete: il “Fiato sospeso ™”. Chi riesce a sospendere meno fiato è già diventato un maestro zen. Gli altri guardano con apprensione e non hanno la forza, la voglia, l'idea di ragionare online, in post strutturati, in spazi organizzati. Vabbè, i social come al solito raccolgono i frammenti patologici di pseudoopinione ma i veri pensatori decidono di star zitti, ansiosi o fatalisti. Col “Fiato sospeso ™”, appunto. Con questo post, oltre ad aver parzialmente giustificato la mia pigrizia, vorrei trovare anche un riscontro in altri per la definizione di questa strana sensazione.

Penso si sia giunto il momento di parlare in tutta tranquillità di videogiochi italiani. Mi sono sempre chiesto come mai non ci sia stata una fioritura di videogiochi italiani nel corso della lunga storia videoludica. Mi sono domandato perché non sia nata una corrente, un movimento, una linea espressiva chiaramente legata al nostro bel paese e in grado di modificare o quantomeno influenzare la forma del videogioco così come la conosciamo oggi. Tanto per intenderci, mi interrogo nello specifico sul perché non si sia mai originato un filone tipo gli spaghetti-western o le commediacce anni ’70 per il cinema, cioè non solo una corrente creativa capace di catturare l’attenzione mondiale e diffondersi al grande pubblico ma anche una serie di titoli capaci per lo meno di attrarre un po’ di aficionados nostrani in virtù di una serie di riferimenti locali, tipo personaggi, usi e costumi dialettali (vedi cinepanettoni, sempre per il cinema) o giochi di parole intraducibili (alla maniera dei film di Ciccio e Franco o Totò). Invece nulla o quasi. Sì, qualche titolo automobilistico o motociclistico ma siamo lontani dal dire che siamo entrati da protagonisti, o quantomeno da espressivi caratteristi, nel media-videogioco. Perché? Proverò a rispondere con un paio di riflessioni.

1. Il videogioco si presta poco a caratterizzazioni di qualsiasi tipo

Se ci pensate, non è che le caratterizzazioni nazionali abbiano avuto un impatto molto potente sulla forma dei videogiochi. Ad esempio, avete in mente il tipico videogioco francese? O il tipico videogioco norvegese? In realtà ci sono solo grandi successi isolati che spesso non si distinguono affatto da una produzione statunitense o inglese. Se Clash Royale, per il mobile, fosse stato ideato da un manipolo di programmatori canadesi, anziché dai finlandesi della Supercell, non ci saremmo affatto stupiti. L’unica eccezione sono forse i giapponesi per due ordini di motivazioni: a) hanno avuto fortuna col genere del gioco di ruolo con combattimento a turni alla Final Fantasy al punto da considerarlo quasi “cosa loro” (difatti adesso è chiamato J-Rpg); b) hanno trasmesso l’estetica manga e anime, che tanta fortuna ha avuto in patria e all’estero, nel mondo videoludico. Al di là di questo, la dinamica di gioco obbliga nella maggior parte dei casi a regole stringenti. Solo videogiochi come le avventure grafiche o le visual novel potrebbero sfuggire a queste regole. Ma parliamo di un genere considerato abbastanza di nicchia e, non casualmente, molto più vicino al media cinematografico rispetto a tutto il resto della produzione. Questa difficoltà a fornire di caratterizzazioni nazionali o, in generale, culturali ci porta ad un’altra domanda. Posto che non abbiamo potuto, come italiani, personalizzare l’esperienza di gioco, come mai non è stato possibile creare “grandi successi italiani”? Risponderò dicendo che…

2. Il videogioco si è trasformato troppo presto in una impresa ad alta intensità di capitale

Finché il prodotto videogioco poteva essere sfornato da un paio di giovani volenterosi in un proverbiale garage in provincia di Seattle, gli sviluppatori italiani hanno avuto qualche speranza. Ma creare un videogioco da vendere voleva e vuol dire aprire una partita iva, cioè mettersi nelle mani del nostro Fisco, un’entità paragonabile ad una divinità bizzarra e mutevole. Questo ha generato una selezione avversa alla radice: solo coloro che non sanno far di conto hanno scelto negli anni passati di avviare un’impresa (perché di questo si tratta) che sbarcasse il lunario cercando di vendere videogiochi. Videogiochi che, tra parentesi, sono tra le cose storicamente più piratate e “condivise” fra i giovani. Quando i due ragazzi del garage non sono stati più sufficienti a sfornare un prodotto che potesse andare incontro al mercato, con l’ingresso del 3D e delle megaproduzioni, allora l’Italia è uscita direttamente dai giochi. Mentre all’estero, ad esempio nel mondo anglosassone, i videogiochi venivano incentivati e finanziati in vario modo in quanto rappresentanti di un settore innovativo, qui da noi vigeva un silenzio che solo recentemente qualche tardivo intervento governativo ha cercato di interrompere. Diciamo pure che il fenomeno indie ha dato l’illusoria sensazione, negli anni passati, che bastasse far uscire una pretenziosa boiatella dichiaratamente non mainstream per diventare sviluppatori professionisti di giochi, attirando una schiera di ragazzotti senza arte né parte e facendo enormemente crescere delusioni e frustrazioni. Insomma, il videogioco non è sfuggito nel nostro paese alle dinamiche di tutti gli altri settori economici. A quanto pare oggigiorno, se lo Stato non finanzia, le cose non esistono. Si può cambiare questo andazzo pericoloso ma a costo di grandi sacrifici o di miracoli, tipo singolarità tecnologiche, magiche o mistico-esistenziali. Al momento però è così.

3. Il videogioco sconta la crisi del nostro sistema culturale

Parliamoci chiaro: cosa abbiamo prodotto di recente come biglietto da visita nel mondo a parte Paolo Sorrentino che imita a modo suo Federico Fellini (già uno che viaggiava tanto di nostalgia)? Poco o nulla – è ancora la risposta. Questo perché la cultura, come diceva Henri Laborit, non è quella bella parola che ci vogliono far credere ma è la cultura dei dominanti sui dominati. E noi, come Italia, siamo evidentemente dominati. Intendiamoci bene: non voglio fare il nazionalista perché non c’è nulla che mi disgusti di più. Però, a livello culturale almeno, dominati lo siamo. Forse lo siamo per mancanza di entusiasmo, di fantasia, di stimoli. Ma l’umore, detto tra noi, non è particolarmente buono dalle nostre parti e l’atto creativo richiede molta energia. Vedo l’effetto di questa dinamica anche sulla mia persona. La crisi del videogioco non è forse il sintomo più evidente di tutto questo e probabilmente è sbagliato utilizzare una riflessione sul videogioco per allargare il discorso ad una crisi generale della genialità, dell’immaginazione, della prospettiva futura. Ma questo è un blog di videogiochi e se si vuole capire quel che accade al centro bisogna prima analizzare la periferia (come dicevano quelli) ovvero i fenomeni minori, i piccoli dettagli, le constatazioni insignificanti. Come il fatto che l’Italia non è la campione mondiale della produzione di videogiochi di successo. Per colpa degli Illuminati di Baviera.

Non ero più stato a passeggiare vicino alla vecchia palestra. Mi era sempre piaciuta quella zona, leggermente sopraelevata rispetto alla statale, una sorta di mini-quartiere residenziale nascosto al traffico grazie al dislivello e alla strada in salita. Gli edifici più grandi e ormai dismessi li preferisco perché testimoniano la fine di un'era in cui pensavamo che avremmo potuto erigere impunemente mastodontiche cattedrali personali nella convinzione di vivere in uno Stato democratico e liberale. Per un po' era stato bello: si poteva fare qualunque cosa e nessuno ti rompeva le scatole. Poi era arrivata la burocrazia, erano giunte le tasse sugli immobili, era arrivata la crisi.

Ma la crisi passerà, stringete i denti, abbiate coraggio, siate imprenditori di voi stessi.

Però la crisi non passava. E siccome tutti non ci si poteva mettere a spacciare la droga, qualcuno si organizzava per realizzare il suo sogno. Un sogno strano, che comportava sempre il faticare, possibilmente in una attività professional lavorativa degna di questo nome. Un'attività in attivo, altrimenti si sarebbe chiamata passività. E così ecco che piccole combriccole di personal trainer, giovani e bellissimi, sodi e atletici, si univano in forma di cooperativa o associazione per affrontare il mercato in espansione del wellness/fitness. Tra questi, l'associazione che gestiva la vecchia palestra. Avevo letto qualche anno fa la triste fine della palestra. C'erano lavori da fare, non si poteva più andare avanti con le infiltrazioni. Ma il proprietario non voleva collaborare. Aggiungiamoci la crisi (ma passerà!) e la diminuzione degli introiti. Due calcoli freddi (Ma è il tuo sogno! Ci vuole coraggio! Sii imprenditore di te stesso!) e subito appariva evidente che la spesa era improba. Paola fece un bellissimo e struggente post su Facebook sulla fine del suo sogno, anche se forse non si chiamava nemmeno Paola. Comunque, pur non avendola mai vista, Paola la immaginavo con due glutei sodissimi, non per sminuire le sue toccanti riflessioni con una sessualizzazione fantastica ma per fare da contrappeso alla loro mestizia, in una sorta di equilibrio fra yin e yang.

Arrivando vicino alla palestra getto uno sguardo verso la vecchia officina. C'era dentro una volta un'auto d'epoca, arrugginita e senza finestrini, ma adesso non c'è più. C'era anche un piccolo congegno di quelli che si trovavano nei luna park degli anni 80-90, un accricco che stampava fogliettini in cui veniva rivelata l'affinità sessuale di coppia dietro versamento di monetina. A quel tempo non sapevo che esistesse una cosa chiamata affinità sessuale di coppia, anche se guardare Edvige Fenech nuda mi provocava formicolii al basso ventre che non mi sapevo spiegare. Comunque nemmeno quel congegno c'è più, sparito con tutta la sua magia cialtrona, tipo le inserzioni che vendevano gli occhiali a raggi X. O il conte Dante e la famigerata tecnica della mano velenosa.

L'officina è stata ripulita, riverniciata, rimessa a nuovo, svuotata. Lasciare i vecchi cimeli pare brutto in questi ultimi anni di cosmesi in putrefazione, allora meglio dare una mano di vernice, ristabilire il giusto decoro, anche quando non c'è più nulla da decorare. Passo avanti e la palestra è ancora lì. Almeno lei sembra la stessa. I vetri sono sempre sporchi ma trasparenti e dentro scorgo ancora il baretto e qualche tavolino spoglio e scolorito dove i soci dell'associazione, nonché clienti, potevano degustare un caffè. Ma sobbalzo di fronte ad una visione: una ragazza diafana, dai lunghi e lisci capelli corvini, appare da dietro il bancone e mi sorride. Rimango a bocca aperta e non riesco a muovermi mentre la vedo avvicinarsi alla porta a vetri per aprirla. Ha una tuta in acetato con una strana fantasia che sembra il tipico motivo di un kimono giapponese. “Salve!” mi dice “Entri, prego”. La voce è calda e vellutata e io, superando il mio imbarazzo, decido di obbedirle. “E' un frequentatore abituale di questa palestra?” “Degli esterni di questa palestra, sì” dico con sincerità “Un po' meno degli interni...” Lei mi guarda atteggiando una smorfia perplessa inclinando il capo, poi mi sorride. E rimane in silenzio. Mi sento a mio agio, stranamente, inspiegabilmente a mio agio, e osservo al di fuori dei vetri scoloriti. Solo una volta sono entrato in quella palestra per informarmi sulla tariffa mensile. Ero deciso a frequentarla perché mi sembrava il buon viatico per un cambio radicale della mia vita. Mi piaceva anche la ragazza al bancone ma non era la stessa anche se era comunque mora. La nuova ragazza mora è più magra e il suo corpo non emana una grezza fisicità come la receptionist di un tempo, ma una inspiegabile, leggera, elegante sensualità. “Non sono la stessa” dice lei e in quel momento non rifletto appieno sull'implicazione di quell'osservazione. Cioé che mi ha letto il pensiero. Ho l'improvviso, impellente bisogno di interrompere il silenzio. “Quando c'era il lockdown, mi ero ripromesso che, non appena fossero ripartite le palestre, mi sarei iscritto.” “Ma non l'hai fatto” osserva lei con durezza, dandomi irriguardosamente del tu “E adesso ci sono nuove guerre, nuove emergenze, nuove cose che debbono occuparci la mente.” “Ma non si può fare più nulla?” chiedo io con una montante angoscia. Perché questa conversazione sta diventando all'improvviso così spiacevole? Non dovrebbe fare qualcosa per attrarre il suo cliente? Perché vuol farmi sentire in colpa anziché blandirmi, coccolarmi e vendermi un abbonamento? Ma forse ragiono coi pensieri di un'altra epoca. Un'epoca passata in cui si era imprenditori di se stessi e con coraggio si realizzavano i propri sogni con la PNL. Un'epoca in cui c'era una fortissima necessità di cantati e ballerini e si allestivano talent show alla bisogna. Ancora una volta la ragazza mora sembra intuire ciò che penso, il mio disorientamento, e mi sorride lievemente, raddolcendo i lineamenti che si erano fatti all'improvviso austeri. Mi prende la mano destra con la sua sinistra e usa l'altra mano per accarezzarmi delicatamente il dorso col suo palmo. Non sono più abituato a questo contatto così intimo con una sconosciuta. “Vieni” mi dice con voce leggera. Trascina la mia mano con dolcezza nella zona degli attrezzi, lontano dalla vista della strada. Si siede sul bordo di una panca e mi mette a sedere di fronte a lei, come due fidanzatini sul muretto. Mi sembra di aver già vissuto quel momento ma non ricordo quando. E nel frattempo i suoi capelli sono diventati ricci. “Ma come...” “Tu hai una specie di passione per le ragazze ricce, no? Quelle ricce ovunque...” Arrossisco come uno scolaretto alla sfacciataggine dell'affermazione. Lei mi appoggia la mano sulla guancia e mi chiede: “Mi dai lo smartphone?” “Vuole controllarmi il green pass?” chiedo, senza il coraggio di rinunciare ancora a darle del lei. La sua risata mi spiazza. “Ah! Ah! Ah! Il green pass!” Non indago oltre e obbedisco. Lei prende lo smartphone e impone la mano sullo schermo. Poi me lo restituisce. “Ora va meglio” dice. Osservo il telefono e c'è solo uno schermo blu con lo screensaver della parola che rimbalza sui bordi. La parola però è in caratteri che non riesco a decifrare. Cirillico? Tailandse? Ripongo allora lo strumento, sapendo che sarà inservibile da ora in poi. Nel farlo, sulle pareti della palestra scopro fotografie che non avevo notato al primo ingresso, vip che forse hanno frequentato la struttura. Miguel Bosè, Enrico Montesano, Pippo Franco. “Stai facendo qualcosa per questa situazione?” mi chiede. Mi giro. I suoi capelli sono di nuovo lisci. “A che proposito?” D'un tratto capisco le foto. Ma non mi esce nessuna parola di bocca. Così parla lei. “Non devi distrarti” mi dice “E' tutto collegato ma non come pensi. Cerchi responsabili, piani, progetti ma cosi facendo perdi di vista la sostanza, che è molto più semplice. Devi osservare questa palestra. Non è diverso da un prestigiatore che agita una mano mentre il trucco si realizza nell'altra.” Rifletto su quello che mi ha detto. Osservo meglio la palestra attorno a me e al posto dei vip negazionisti c'è la foto del conte Dante e vari schemi con la descrizione della sua famigerata tecnica della mano velenosa. Dalla bocca mi partono spontanee una gragnuola di domande. “Ma... non capisco. Dovrei avere una specie di intuizione? Sta tentando di illuminarmi con strane metafore? Sono forse come Neo di Matrix? E Matrix non era solo una complessa allegoria sul cambio di sesso dei fratelli Wachowsky?” Lei non risponde. Nel frattempo si è girata di spalle. Poi, lentamente, la vedo voltarsi verso di me, con espressione impassibile. “Non hai capito un cazzo.” dice serafica. Sospira e si degna di spiegarmi. “Devi osservare la palestra. Che è chiusa. E' tutto molto semplice in effetti...” Di fronte al mio sguardo perplesso prosegue, con tono paziente: “Ricordi quando la prima ditta per la quale hai lavorato stava per fallire? Ad un certo punto era chiaro ed evidente, specie per chi stava in amministrazione. Eppure si facevano ancora le cene aziendali. Si pensava ancora di superare un momento difficile. Si parlava del fatto che la crisi potesse essere un'opportunità. I tuoi titolari non avevano una particolare predisposizione per la letteratura, erano persone pratiche come tutti gli imprenditori. Ma se avessero avuto una formazione accademica nelle lettere ti avrebbero spiegato che crisi deriva dal greco e vuol dire crescita.” “Quante cazzate si dicono...” “Già, ricordi com'era a quelle feste?” “Ballavano tutti” rispondi. “Ballavano come dei matti. Ricordi il camionista con la venditrice tedesca?” “Come sai...” “Non importa come so.” “Ricordo che mi chiese chi fosse quella venditrice e io glielo spiegai. Ricordo che era un po' forte di fianchi ma a lui non importava anzi...” “Anzi...” “Anzi, si buttò in pista verso la venditrice tedesca ripetendo il suo ultimo commento sul suo fisico.” “Che era?” Non rispondo. Come un flashback cinematografico rivedo il camionista che avanza a saltelli tipo l'Alberto Sordi de “Il medico della mutua” (solo a ritmo più rapido) lanciando il suo grido di guerra coperto dalla musica: “E' una chiappona arraposaaa!”. Di fianco l'amministratore prestanome, scatenato con sua moglie, prima di darle il benservito per la assai più giovane receptionist. C'era una sorta di disordinata energia sessuale nell'aria. Ma poi s'era capito che non si poteva continuare così, come se niente fosse. E i più “fedeli” avevano cominciato ad abbandonare la nave. Il titolare pensava che il mondo fosse improvvisamente impazzito. Il tutto era stato rapido, la nave si era inabissata in fretta. “Capisci ora?” mi chiede la ragazza. “Capisco” le dico “La palestra è chiusa. Da circa cinque anni.” “Esatto. Da prima del Covid.” “Prima del Covid.” ripeto a pappagallo. “Da prima della dittatura sanitaria.” “Prima della dittatura sanitaria.” “Da prima della guerra.” “Prima della guerra.” “Da prima degli alieni, dell'applicazione pratica dei viaggi nel tempo, della scoperta della nuova forma di energia libera e inesauribile per la quale Nikola Tesla fu ucciso.” “Eh?” “Lascia perdere” mi dice ridendo. Ma guarda te se una ragazzetta deve prendermi in giro così impunemente... Ancora immersa nelle sue risate, la vedo scomparire pian piano, senza che ci possa fare nulla. Anche stavolta la sacca temporale si è riassorbita. Controllo di nuovo il mio telefono: inutilizzabile. Ma in un angolo del display c'è una sorpresa. E' rimasto attaccato un capello (?) riccio.

Devo ammettere una cosa: quello che sta avvenendo con questa pandemia mi ha sorpreso. In particolare, pur essendo per mia natura paranoico e, diciamolo pure, complottista, non mi aspettavo di trovare sacche così compatte di persone restie ad accettare supinamente la “versione ufficiale”. Un'altra cosa che non mi aspettavo è che questo malcontento fosse tutto attratto e incanalato, su internet, da una destra più o meno estrema che mischia, nell'analisi spesso fallace dei dati della pandemia, storie di adenocromo, sacrifici satanici, vergini marie che profetizzano e più ne ha più ne metta. A tutti coloro che sono attratti dalla destra voglio dire: non dovete preoccuparvi se questa è una dittatura sanitaria mentre voi la preferite militare! Accontentatevi per ora! L'importante è che un uomo forte o un'elite forte siano giunti al comando e, se siete destrorsi sinceri, sappiate che con l'Autorità avete il dovere morale del rispetto in virtù del valore gerarchico. I vostri avi davano la vita in guerra per il Duce e voi starnazzate come papere se dovete fare uno o due adempimenti burocratici! Mi direte: sì ma sono culattoni. E allora? Sono i più forti e hanno ragguinto il vertice della gerarchia, sicuramente anche grazie ad una investitura di tipo divino: credere, obbedire combattere! Se mai un giorno vi imponessero di prenderlo nell'orefizio anale, ricordare che i vostri avi hanno dato la vita per il Duce e a voi è richiesto solo un piccolo orefizio usato in modo alternativo. Il problema piuttosto è il mio che sono vagamente anarcoide... Detto questo, vorrei capire cos'è questo malcontento. E' una roba creata per essere incanalata meglio, come è accaduto con il Movimento Cinque Stelle, oppure è qualcosa di reale e concreto, un cambio di prospettiva sincero che riguarda la gente comune e che rischia di andare fuori controllo per portare qualcosa di nuovo alla nostra società? Non so che dire in proposito. Però so che di tanto in tanto succede che bisogna votare per dire se Ruby Rubacuori è oppure no la nipote di Mubarak. Pare che siano tutti d'accordo e se non lo sei la gente ti guarda in cagnesco come se fossi Celine Dion che si nutre del sangue dei bambini agonizzanti e terrorizzati per promuovere il progetto MkUltra.

Mi raccomando, dai, mi sembra naturale che Ruby sia la nipote di Mubarak!

Poi, ad un certo momento, di punto in bianco si scopre che Ruby non è più la nipote di Mubarak, anzi, lo si è sempre saputo. A questo scopo vorrei raccontarvi una storia di quando facevo le scuole medie.

Racconto calcistico d'infanzia

Quando facevo le scuole medie, diciamo al primo anno, passavo tutti i pomeriggi estivi a giocare a calcio nel campo di fianco alla chiesa. Ora, seguendo le telecronache calcistiche e interpretandole male (o forse interpretandole a vantaggio di taluni in certi frangenti), era venuta fuori una obbrobriosa regola. Cioé: se la squadra avversaria si ferma tutta assieme ritenendo che ci sia un fallo, anche il giocatore in possesso di palla è costretto a fermarsi, sebbene magari sia diretto verso la porta avversaria e non voglia alcun fallo fischiato, nè a favore, nè contro. Se la squadra avversaria invece continua come se nulla fosse, si da il vantaggio. Ho sempre protestato per questa regola: non aveva alcun senso, nemmeno in prima media. Poi un giorno, in terza media, dopo che avevo cambiato un po' il giro, mi ritrovo a giocare con gli amici del campetto dopo tanto tempo. Provo ad applicare la fantomatica regola, fermandomi, e mi becco una pletora di insulti dai miei compagni di squadra. Nel frattempo la regola era scomparsa ma, non avendoli più frequentati, non me n'ero reso conto.

Succede in continuazione

Succede anche al lavoro. Ad esempio ho lavorato per una persona che pensavo avesse problemi psicologici (eufemismo per dire che in ruoli di potere si comportava da pazzo psicopatico) ma dicevano tutti che era un genio. Poi, quando le cose sono cominciate ad andar male, l'hanno trattata tutti come un pazzo psicopatico, al che lui mi confessò “Ma il mondo mi sembra impazzito!”.

Succede, un giorno Ruby è nipote, l'altro giorno non lo è più. Nel frattempo può capitare che anche chi votava che Ruby era nipote sapendo che non era vero, si era convinto strada facendo e ci restava male. Io ci sono rimasto sempre un po' male anche se non mi sono mai convinto. A mio avviso non si dovrebbe nemmeno porre la questione se Ruby sia o meno la nipote di Mubarak (basta consultare l'anagrafe). Tuttavia ho sempre la consapevolezza che un giorno le cose cambieranno. Purtroppo ci sono un paio di fattori che cospirano contro di noi: 1) Non conosciamo i tempi e spesso le cose cambiano senza che ce ne accorgiamo oppure passa troppo tempo prima che si ristabilisca la verità; 2) Nel frattempo sorgono nuove Ruby che richiedono, ahinoi, una nuova presa di posizione.

Spero che la metafora sia chiara. Anzi, no.

Vi è mai capitato di leggere un titolo in cui si annuncia la fine di un fenomeno che è andato per la maggiore in passato e ora non è più tanto sulla cresta dell'onda?

A me questi articoli piacciono molto. Ricordo ad esempio “Il blog è morto, viva il blog!”. Mi piacciono talmente tanto queste riflessioni che le cerco proprio nel motore di ricerca: Facebook è morto, Twitter è morto, Internet è morto, Bitcoin è morto ecc.

Come mai questa morbosa attenzione verso la fine dei fenomeni alla moda? Credo che si tratti di un processo di elaborazione del lutto: si attesta definitivamente il decesso per passare oltre. E talvolta la fretta di attestare il decesso nasconde la gran voglia di passare oltre, oppure, più semplicemente, la curiosità di capire cosa viene dopo, chi o cosa prenderà il posto del defunto. Ovviamente ho cercato anche il necrologio del videogioco.

Dire oggi che il videogioco è morto – su questo sono d'accordo tutti – non equivale a dire che nessuno gioca più ai videogame. E' però la constatazione della crisi creativa che ha investito questo media e, in parte, anche la definitiva attestazione del fatto che è rimasto subordinato ad altri media dei quali sembrava dovesse prendere il posto. Di seguito vorrei quindi spiegare le due ragioni per le quali secondo me il videogioco è morto.

1. Non nascono più nuove cose

Ho letto su un forum in inglese (a proposito: il forum è morto, viva il forum!) l'osservazione di un utente il quale sosteneva che il videogioco, inteso come media creativo, fosse morto nel 2007. Cioè dal 2007 in poi è andata sempre peggio, nessuna novità, niente che facesse battere il cuore, fine dell'hype. Non so cosa abbia indotto questo utente a collocare in quella data il decesso ma le sue osservazioni collimano in modo quasi sorprendente con le mie. Io colloco la fine della curiosità nei confronti del mondo videoludico proprio a cavallo tra il 2007 e il 2008 (e anche se non gliene frega niente a nessuno, rivelerò che quegli anni sono stati a mio avviso decisivi sia a livello personale, sia per la storia dell'umanità, anche se molti non se ne sono del tutto resi conto). Nel mio caso la fine della curiosità ha assunto il nome di un gioco ben preciso: “Spore” di Will Wright (quello di SimCity). Uscito nel 2008 aveva risvegliato l'hype per via del fatto che si era presentato inizialmente come un “simulatore di evoluzione”, un videogioco quindi ambiziosissimo. Tuttavia, una volta viste le prime schermate, mi sono subito reso conto che era una robina troppo carina graficamente per assolvere il suo compito di rivoluzionario simulatore dell'evoluzione. Verso la metà degli anni '00 il videogioco assume una forma ben codificata. Questa forma diviene sostanza. La rivoluzione indie proverà a cambiare qualcosa ma il suo unico scopo sarà, alla fine, trovare una nuova forma, una diversa stilizzazione. Io non dubito che piccoli geniacci del game development creino anche oggi delle gemme nascoste ma il punto è proprio questo: le gemme restano nascoste, hanno un'ambizione limitata, attestano una generale saturazione degli spazi creativi e riempiono solo quelle piccole nicchie lasciate scoperte. Ormai è stato tutto esplorato e l'unica cosa che rimane da fare è solo qualche remake o enhanced edition.

2. Il videogioco ha perso contro altri media di più immediata fruizione

Lessi una volta un'intervista dello sviluppatore Chris Taylor (Total Annihilation e Dungeon Siege). Parlando di nuove idee, diceva al giornalista che secondo lui era stato lasciato inesplorato un particolare settore videoludico: quello dei giochi da praticare “rilassati”, ad esempio mentre stai facendo qualcos'altro tipo guidare il trattorino falciaerba. Anche qui ci troviamo intorno alla metà degli anni '00. Gli “idle game” sullo smartphone dovevano ancora venire, quindi onore al merito per l'intuizione. Però il punto è un altro. Se dobbiamo giocare per rilassarci e distrarci, magari per spegnere il cervello... beh, ci sono media che lo fanno meglio. La TV ad esempio. Da quando ho conosciuto la potenzialità del videogioco, l'ho sempre considerata come una cosa vecchia, destinata ad essere soppiantata. Il videogioco ha l'interattività! – mi dicevo. Sbagliavo. L'ho cominciato a capire quando la gente ha preso a commentare con gli hashtag televisivi su Twitter. Anche la TV ha acquistato (pur di riflesso) l'interattività ed è stata una interattività molto più libera e aperta grazie ai social. O meglio: è stata un'illusione di interattività molto più coinvolgente per chi aveva voglia di spegnere il cervello. Poi si è passati di recente alla libertà di scegliere la propria serie preferita fra un numero sterminato di serie TV. Parliamoci chiaro: le serie televisive odierne creano molto più hype di un qualsiasi videogioco (no, non cito Squid Game). Spararsi una puntata è molto più rilassante che superare un quadro. Non so se è mai stato detto: internet è diventato un alleato della Tv e un nemico dei videogiochi. Di quelli single player sicuramente.

Cosa viene adesso?

Cosa c'è dopo il videogioco? Sempre il videogioco. Gli sviluppatori indipendenti o mainstream continuano a produrre e sfornare giochi e la gente continua giocarli. Non voglio nemmeno accennare a quale forma obbrobriosa si debbano conformare oggi i progetti videoludici per poter avere una minima possibilità economica.

Forse personalmente pago la mia formazione antica e demodé. Per me il videogioco era quando mi compravano PC Game Parade. Leggevo di tutti i nuovi giochi e sbavavo di fronte alle schermate sulla rivista. Provavo le demo e speravo di trovare un modo per sbloccare con un hack una sottospecie di gioco completo, operando con l'editor esadecimale. Per me il gioco è sempre stato attesa, speranza, immaginazione. Pensavo: chissà se un giorno sarò talmente ricco da potermeli comprare tutti?

Beh, quel momento è arrivato. Sono talmente ricco da potermeli comprare tutti (poco conta che siano tutti abandonware gratuiti, tutti software scaricabili illegalmente o tutti titoli acquistabili a modico prezzo) ma non ho il tempo, la voglia, la curiosità, la fantasia di giocarli. Sì, ripensandoci il videogioco è proprio morto. Grazie per i bei momenti vissuti assieme. Da domani mi occupo di uncinetto.

Quella che segue è una storia a fumetti che ho postato in un altro sito...

USAGI (SAILOR MOON) E MARIO DRAGHI: L'INIZIO DI UN AMORE?

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Usagi (Sailor Moon) e il nostro premier Mario Draghi si guardano sorridenti. Io vedo complicità nell'aria e voi? Forse è la nascita di una tenera e improbabile amicizia...

USAGI E MARIO DRAGHI: PICNIC E INSICUREZZE

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L'intesa tra i due cresce: difatti hanno deciso di fare un picnic assieme per conoscersi meglio. I due presto assumono teneri atteggiamenti che lasciano intendere qualcosa di più di un'amicizia... Ma si sa, la strada dell'amore è costeggiata di dubbi e gelosie. Forse memore di passate brucianti esperienze, Usagi esprime le sue insicurezze di ragazza che si confronta con le sue coetanee. Mario Draghi, in un certo senso la rassicura... Ma sono le sue parole del tutto sincere?

USAGI E MARIO DRAGHI: IL TRIANGOLO NO!

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Usagi e Mario Draghi sono finalmente una coppia! Il sabato pomeriggio lo trascorrono al centro cittadino passeggiando in su e in giù, salutando conoscenti, osservando vetrine mentre lei fa progetti e lui annuisce, come una qualsiasi coppia di fidanzati. Tuttavia Usagi continua ad avere il tarlo della gelosia. E questo tarlo ha un nome, un volto, una faccia e un abito da combattente alla marinara: Sailor Mercury! Ma cosa vuole quella smorfiosa? D'altronde nemmeno Mario Draghi sembra del tutto indifferente... Tag “Netorare” in vista?

USAGI E MARIO DRAGHI: CHE BARBA CHE NOIA, CHE NOIA CHE BARBA

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La relazione tra Usagi e Mario Draghi diventa matura. Ora sono una coppia vera, che vive ormai insieme! Potremmo chiamarli gli Usaghi o i Dragi (alla maniera dei Ferragnez) avendo cura di differenziare la pronuncia in giapponese o in italiano per distinguerla da quella dei cognomi singoli. Certo, la convivenza non è tutta rose e fiori e la stanchezza è sempre dietro l'angolo! Lui passa troppo tempo col cellulare in mano (è per lavoro, dice) e lei, come al solito, è gelosa. Ma noi auguriamo loro di andare avanti e di avere una vita felice assieme, a dispetto delle difficoltà e delle perplessità altrui. Specie quelle di certe gatte nere...

FINE

Con la pandemia ho scoperto il filosofo Giorgio Agamben, che ha mostrato, fra i pochi e fra i primi, un profilo critico nei confronti della gestione della pandemia, soprattutto per quanto riguarda la limitazione delle libertà. Il suo modo di scrivere mi è subito piaciuto, il che non vuol dire che approvi tutto quello che ha scritto nè tantomeno che ne condivida l'approccio filosofico. Però mi piace molto il modo in cui argomenta e ho letto tutti i suoi passati post, anche quelli pre-pandemia. Il fatto che racconti cose interessanti si evince dagli spunti che ne ho ricavato per le mie curiose ricerche sul web. Ad esempio ha citato un antropologo olandese che mi ha portato dritto dritto ad una teoria di Mauro Biglino (sì, quello che dice che nella Bibbia si descrivono gli alieni Elohim e non Dio, ma la teoria in questione è diversa e molto più interessante). Oppure mi ha portato ad approfondire la questione della Tecnica come forza totalitaria, da cui le letture (parziali) di Jacques Ellul.

Perché allora oggi cito Agamben? Perché in uno dei suo post c'è lo spunto per il mio post odierno. Dice il filosofo: troppo rapidamente abbiamo sostituito la nostra cultura contadina millenaria con la cultura della fabbrica e dell'operaio. Io dico che ha ragione ma non perché la cultura contadina andava salvata in toto o parzialmente: difatti la trovo insopportabilmente retrograda e servile, asfissiante a dispetto degli spazi aperti della campagna. Con il tempo ho sempre più idiosincrasie nei confronti della cultura in genere, poiché spesso, come dice Henri Laborit, è la cultura dei dominanti sui dominati. Però, al di là della cultura contadina, è l'accettazione troppo rapida di quella industriale e (sì, mi tocca dirlo) capitalista che va stigmatizzato. E c'è un motivo molto valido per dire questo: perché la stessa rapidità con la quale è stata adottata questa nuova cultura non corrisponde alla velocità con cui oggi essa viene “mollata”, smobilizzata, abbandonata, a causa del suo fallimento imminente. Negli anni 50 del secolo scorso, si poteva diventare impiegati del catasto, impiegati di banca, fumettisti, cantanti, piccoli o medi imprenditori e, col raggiungimento dell'obiettivo, che era comunque difficile da conseguire (ma in certi casi un po' meno) si era sicuri di conservare la posizione per tutta la vita. Oggi è tutto un girare, un ricercare, un affannarsi, un sapere/saper-fare/saper-essere, un turbinio di occasioni da cogliere che durano lo spazio di un soffio. Oggi mancano i soldi un po' dappertutto. Perché i tempi sono rapidi e le cose vanno in malora in fretta. E allora... Quanto tempo deve ancora passare prima che la massa di persone che dovrebbe collaborare al raggiungimento degli obiettivi della società si rompa definitivamente le scatole e si sieda in panciolle o si metta a spacciar droga o decida di vivacchiare ai margini delle istituzioni e della burocrazia? Poco, davvero. Già ora esiste una forbice che si allarga sempre più tra chi sta dentro e chi sta fuori. E tanti giovani scelgono volontariamente di stare fuori. Ma anche tanti anziani. Si lasciano andare, non si interessano di burocrazia incomprensibile, nè di tecnologie a loro astruse.

Per la verità, tutte queste riflessioni mi erano venute in mente osservando la mia libreria di videogiochi. Tanti DVD degli anni '00 di questo millennio. Ho pensato che un tempo c'erano delle aziende che creavano i videogiochi. Beh, ci sono ancora oggi ma... boh, non so, mi sembra tutto cambiato troppo in fretta. C'ho un po' voglia di tirarmi fuori ma mica te lo consentono... Ma soprattutto è una domanda quella che tutti si pongono: Cosa c'è fuori?

L'estate è finita. Dice un vecchietto alla fine del manga “Touch” da cui è stato tratto il cartone animato “Prendi il mondo e vai”: “Come li invidio i giovani, amano e vengono amati, lasciano e vengono lasciati ma per loro l'estate arriva sempre, più e più volte...”

Ecco, questa estate è passata, un anno se ne va, sto diventando grande ecc. Ho già parlato del fatto che questa estate ho rivisto “I laureati” di Pieraccioni e ho anche accennato con un racconto fantastico alla mia vaccinazione, adesso è venuto il momento di parlare d'altro.

Paperissima sprint

Quest'anno, per la prima volta, ho visto tutte le sere “Paperissima sprint”. Lo voglio scrivere perché da lunedì ricomincerà “Striscia la notizia” che non mi piace affatto. Ma ho scoperto che “Paperissima sprint” è invece una trasmissione bellissima! Ho anche scoperto per la prima volta le veline e Brumotti, mentre il Gabibbo lo conoscevo già.

Amilcareee?! Dobbiamo stare vicini vicini... Capoccione! Momenti da... briiiividooo!!!

Le veline sono due, una mora e una bionda. Non è che siano delle ragazze che come le vedi fai esclamazioni libidinose però con il tempo ho imparato ad apprezzarle. La bionda, che poi è tinta, in realtà ha origini africane, è una peperina ricca di energia in tutto ciò che fa e dice mentre la mora ha una bella eleganza, sia nelle movenze, sia nelle espressioni, sia nella voce, sempre vellutata e mai sguaiata. In questo scenario anche Brumotti, il funambolo ciclista, risulta simpatico. Per il resto, non credo che debba spiegare come funziona Paperissima: si succedono uno dietro l'altro una serie di filmati a base di comportamenti buffi di animali o bambini oppure “epic fail”, gente che salta, si tuffa, prova evoluzioni o acrobazie varie che, immancabilmente, finiscono in modo catastrofico ma divertente. I filmati si susseguono incalzanti, interrotti solo da un paio di sketch comici col Gabibbo, Brumotti, Shaila e Mikaela, gag veramente stupide ma in senso buono, c'è una generale consapevolezza della loro stupidità senza però quel nocivo compiacimento di chi vuol fare il trash a tutti i costi. Inutile dire che la ragion d'essere principale sono i filmati ma anche il contesto e la confezione sono coerenti e piacevoli. E, a proposito dei filmati, li ho guardati con divertimento ma mi sono anche fatto contagiare un po' dalla leggerezza che trasmettono per via dell'ambientazione tipica. Lo scenario base, salvo rare eccezioni, è quello della vacanza e del tempo libero, deltaplani, sci d'acqua, skateboard, tuffi. Spesso gli scenari sono tipicamente americani, grandi case su viali alberati, aria da telefilm anni 80-90. Oppure mare, spiaggia, sole. Non ci sono connotazioni sessuali ma talvolta si vedono delle belle ragazze. Spesso si susseguono serie di clip tematiche: disastri sotto l'albero di natale, scivoloni in piscina, incidenti nelle gare di bici. Le voci di commento sono fondamentali, se ci si pensa, ma in realtà, se non si è come me che devo fare un post su Paperissima, non ci si pensa affatto, si integrano alla perfezione. Mi è davvero piaciuto quest'anno Paperissima. Purtroppo però da domani non andrà più in onda e anche le veline cambieranno definitivamente.

L'estate dei ricordi

E così, con la fine dell'estate, mi è venuto in mente che avevo fatto una visual novel e che era ambientata in quel paesaggio chiamato estate. Un paesaggio che da un po' di anni a questa parte mi è cominciato a mancare. Vorrei fare con Jerry Calà un paio di discorsi sull'estate, lui si reputa un vero e proprio professionista di questa stagione, in un certo senso ha scelto di associarvi la sua vita professionale. Non solo ha girato una serie di film vacanzieri ma ha coniato una battuta che mi rimbalza in testa ad ogni bella stagione: “Che estate di merda... parliamone!”. Poi ha anche girato un film ambientato in Costa Smeralda e chiamato “Vita Smeralda” che è una specie di inno all'estate così come l'ha conosciuta lui: in pratica a trombare e a far festa con l'amico Umberto Smaila. Ci sono anche lì un paio di frasi significative, talmente significative che Calà le ribadisce con scritta in sovraimpressione alla fine del film, tipo che l'estate non è una stagione ma uno stato mentale o che in estate avviene tutto più velocemente. Francamente non me le ricordo perfettamente e non ho voglia di ricercarle, perché adesso, forse, è il caso che parli della mia estate fantastica: “L'estate dei ricordi”. Appunto.

L'estate dei ricordi

Credo fosse il 2003. Ma di sicuro mi sbaglio. Avevo comprato Darkbasic in una libreria. Un Dvd con il linguaggio per programmare i videogiochi. Poi avevo scaricato la mia prima visual novel. Era un po' zozza in effetti: “Three sisters”. Era la classica visual novel giapponese, un po' “harem” (cioè con un sacco di ragazze con cui copulare) e ammetto di essere rimasto molto colpito. Non tanto per i disegni zozzi o le situazioni erotiche quanto per la capacità dell'autore di mischiare un registro alto (il thriller, i buoni sentimenti, la trama incalzante) con un registro più basso (essenzialmente le scopate). E poi mi era piaciuto moltissimo il modo in cui le immagini statiche, brutte in effetti, si mischiavano bene con i file midi della musica e con il testo, creando un'esperienza non troppo diversa da quella cinematografica ma decisamente più a buon mercato e alla mia portata. Ecco perché, con la mia copia di Darkbasic in mano, mi misi subito a programmare un motore per visual novel. E una volta programmato, a differenza di quanto sarebbe avvenuto negli anni a venire, mi misi subito a creare un contenuto valido per metterlo in moto, il fottuto motore. Era così, con questa ispirazione, che era nata “L'estate dei ricordi”, il cui inizio citava un po' l'incipit di “Three sisters”, evocando subito quel sentimento così inscindibilmente collegato all'estate: la nostalgia.

Altre estati, altri tempi

Ma non c'era solo questo. Erano altri tempi, con una diversa speranza. Sapevamo tutti che l'informatica sarebbe stata la vincitrice e dovevamo solo capire come sfruttare questa profezia facile facile. A me sarebbe piaciuto creare un videogioco di successo, non necessariamente nel garage di casa. La visual novel poteva essere una strada interessante, mi piaceva scrivere ma a quei tempi non ero capace di disegnare. Chissà, forse ho imparato per potermi autoprodurre il materiale per quella visual novel. Fatto sta che mi buttai sulla storia. Una storia fantascientifica, senza trascurare però l'harem con cui copulare. Alla fine la completai, anche se presi un po' troppo gusto alla narrativa delle scopate. La salvai su un hard disk, che poi cascò e si ruppe. Ma un paio di anni fa mi ritrovai una copia di backup su un Cd, solo che quel Cd non aveva la copia completa ma solo il lavoro fatto a metà. Però, adesso che ci penso, questo paragrafo si chiama “Altre estati, altri tempi” e sto chiaramente andando fuori tema.

Altre estati, altri tempi (2)

L'entusiasmo con cui avevo completato quella visual novel mi ha fatto pensare alla passione dei videogiochi dell'adolescenza. Perché – mi chiedevo quando ero più giovane – perché le persone quando raggiungono una certa età non sono più in grado di apprezzare i videogiochi? Perché diventano così prosaiche e pragmatiche da ritenere i videogiochi una perdita di tempo? In realtà bisognerebbe farsi un'altra domanda cioè: perché ai giovani i videogiochi piacciono tanto? Così mi sono messo a pensare al gioco più assurdo a cui ho giocato: “Tornado” della Digital Integration. Basta dire che per poter volare con quel simulatore di volo bisognava considerare le tre configurazioni dell'apertura alare e selezionarle a seconda della velocità espressa in nodi. Cioè, dovevo avere sottomano (o ricordare a memoria) uno specchietto da cui, verificando la velocità, avevo informazioni su quanto tenere aperte le ali dell'aereo. Perché perdere tutto quel tempo e quella concentrazione per quella inutile complicazione? E perché oggi non ci riuscirei più? Semplice, quando giocavo a Tornado, ancora non ero sicuro del fatto che non avrei mai guidato nella mia vita un esemplare di quell'aereo. Così come non ero ancora sicuro, quando giocavo ad Hardball 5, che non avrei mai giocato a baseball. Così come quando giocavo a Great Courts 2 non potevo prevedere (e come avrei potuto?) che non sarei mai diventato un campione di tennis.

L'imbuto

Diceva un mio amico che la vita è come un imbuto e pian piano le possibilità si stringono come le sue pareti e vieni trascinato giù. L'ho sempre rifiutata come una visione pessimista e deprimente ma ammetto che c'è del vero. E così, tornando all'Estate dei Ricordi, avrei voluto riprenderla in mano, col mio metodo Kaizen, e portarla avanti tra flessioni e righe di storia. Ma non funziona così. Sto ad un punto diverso dell'imbuto e non ho quell'entusiasmo, quell'oceano di possibilità che mi si spalancava tanti anni fa, quando la scrissi tutta di getto. Ma sono ottimista e non credo alla metafora dell'imbuto. Se l'oceano si trasforma in uno stretto mulinello, credo che si debba cambiare oceano.

Pieraccioni aveva ragione

Ragion per cui, amici, non scriverò più la storia de “L'estate dei ricordi” così come mi ero imposto di farlo. Non lo farò, ma non perché il mondo è saturo di videogiochi o perché questo oceano informatico è diventato un piccolo gorgo asfittico. Non lo farò perché è giusto dar ragione a Pieraccioni. Pensavo di sfangarla, di essere diverso da lui ma alla fine siamo animi affini, proprio in quanto esseri umani di mezza età. Non tutti infatti hanno la forza d'animo di Jerry Calà (e la sua libidine!). E sento, qui ed ora, la voce del mio mentore toscano che risuona un po' paternalistica, mentre si rivolge ai suoi coinquilini che non vogliono crescere (e indirettamente anche a me) quasi alla fine de “I laureati”:

“Ragazzi, basta con la ricreazione. La campanella... DLENDLENDLENDLEN! ...e l'è bella che sonàta!”

Hai ragione Leonardo, scusa, non si scappa a questo momento. Scusa anche perché non ricordo se facevi DLENDLENDLEN o DRINDRINDRIN ma ho rivisto “I laureati” già quest'estate e per ora non me la sento di rivederlo.

Alla prossima estate, bischeri!