Cosa c'è fuori?

Con la pandemia ho scoperto il filosofo Giorgio Agamben, che ha mostrato, fra i pochi e fra i primi, un profilo critico nei confronti della gestione della pandemia, soprattutto per quanto riguarda la limitazione delle libertà. Il suo modo di scrivere mi è subito piaciuto, il che non vuol dire che approvi tutto quello che ha scritto nè tantomeno che ne condivida l'approccio filosofico. Però mi piace molto il modo in cui argomenta e ho letto tutti i suoi passati post, anche quelli pre-pandemia. Il fatto che racconti cose interessanti si evince dagli spunti che ne ho ricavato per le mie curiose ricerche sul web. Ad esempio ha citato un antropologo olandese che mi ha portato dritto dritto ad una teoria di Mauro Biglino (sì, quello che dice che nella Bibbia si descrivono gli alieni Elohim e non Dio, ma la teoria in questione è diversa e molto più interessante). Oppure mi ha portato ad approfondire la questione della Tecnica come forza totalitaria, da cui le letture (parziali) di Jacques Ellul.

Perché allora oggi cito Agamben? Perché in uno dei suo post c'è lo spunto per il mio post odierno. Dice il filosofo: troppo rapidamente abbiamo sostituito la nostra cultura contadina millenaria con la cultura della fabbrica e dell'operaio. Io dico che ha ragione ma non perché la cultura contadina andava salvata in toto o parzialmente: difatti la trovo insopportabilmente retrograda e servile, asfissiante a dispetto degli spazi aperti della campagna. Con il tempo ho sempre più idiosincrasie nei confronti della cultura in genere, poiché spesso, come dice Henri Laborit, è la cultura dei dominanti sui dominati. Però, al di là della cultura contadina, è l'accettazione troppo rapida di quella industriale e (sì, mi tocca dirlo) capitalista che va stigmatizzato. E c'è un motivo molto valido per dire questo: perché la stessa rapidità con la quale è stata adottata questa nuova cultura non corrisponde alla velocità con cui oggi essa viene “mollata”, smobilizzata, abbandonata, a causa del suo fallimento imminente. Negli anni 50 del secolo scorso, si poteva diventare impiegati del catasto, impiegati di banca, fumettisti, cantanti, piccoli o medi imprenditori e, col raggiungimento dell'obiettivo, che era comunque difficile da conseguire (ma in certi casi un po' meno) si era sicuri di conservare la posizione per tutta la vita. Oggi è tutto un girare, un ricercare, un affannarsi, un sapere/saper-fare/saper-essere, un turbinio di occasioni da cogliere che durano lo spazio di un soffio. Oggi mancano i soldi un po' dappertutto. Perché i tempi sono rapidi e le cose vanno in malora in fretta. E allora... Quanto tempo deve ancora passare prima che la massa di persone che dovrebbe collaborare al raggiungimento degli obiettivi della società si rompa definitivamente le scatole e si sieda in panciolle o si metta a spacciar droga o decida di vivacchiare ai margini delle istituzioni e della burocrazia? Poco, davvero. Già ora esiste una forbice che si allarga sempre più tra chi sta dentro e chi sta fuori. E tanti giovani scelgono volontariamente di stare fuori. Ma anche tanti anziani. Si lasciano andare, non si interessano di burocrazia incomprensibile, nè di tecnologie a loro astruse.

Per la verità, tutte queste riflessioni mi erano venute in mente osservando la mia libreria di videogiochi. Tanti DVD degli anni '00 di questo millennio. Ho pensato che un tempo c'erano delle aziende che creavano i videogiochi. Beh, ci sono ancora oggi ma... boh, non so, mi sembra tutto cambiato troppo in fretta. C'ho un po' voglia di tirarmi fuori ma mica te lo consentono... Ma soprattutto è una domanda quella che tutti si pongono: Cosa c'è fuori?