I videogiochi al tempo del coronavirus

Innanzitutto voglio precisare che lo scopo principale di questo post è quello di creare un articolo che abbia un titolo figo in grado di soddisfare lo schema:

X + “ai tempi del coronavirus”

dove X può essere l'amore (e in tal caso la citazione è più esplicita) oppure il calcio, oppure la televisione, oppure un qualsiasi altro fenomeno in cui è dolorosamente palese la differenza tra il 'prima' e il 'dopo' l'emergenza. Si tratta di una cosa che ho sempre sognato di fare per ragioni essenzialmente modaiole, dopo aver visto lo schema all'opera tante tante volte in “Studio Aperto”, “La vita in diretta”, “Fuori dal coro”, “Live – Non è la D'Urso” ecc.ecc.

Parliamo quindi di videogiochi in tempo di permanenza forzata a casa. I primi giorni della quarantena (termine usato a sproposito, lo so) la cosa che più mi faceva paura era la sensazione di claustrofobia che derivava dagli obblighi connessi al “distanziamento sociale”. Per questo motivo avevo pensato che il modo migliore per aggirare con la fantasia questi divieti e vagare negli spazi sconfinati del possibile fosse quello di rivolgersi ai videogiochi. In particolare ai videogiochi “open world”, quelli dove si può anche girare liberamente per un mondo vivo e pulsante senza uno scopo ben preciso. Così sono andato nel mio scaffale di videogiochi e mi sono installato: – Un paio di GTA – Mafia – Boiling Point: Road to Hell

Ebbene, un'amara sorpresa mi ha accolto al varco. Difatti i videogiochi non contribuivano in alcun modo a placare la sensazione di costrizione, anzi, esemplificavano e mettevano in luce con drammaticità un fenomeno con cui nei tempi a venire faremo tutti i conti:

I videogiochi open-world sono diventati improvvisamente “datati”.

E' una cosa terribile. La cosa riguarda soprattutto quelli ambientati in epoca contemporanea (cioè l'epoca appena passata): i GTA. Non esiste che tutta quella gente stia in strada. Non esiste che io possa fermare una macchina in movimento, picchiare il conducente e impossessarmene. Cioè, era una cosa poco plausibile anche prima, almeno nel mio caso, ma adesso sembra addirittura impossibile anche a livello teorico. Reggono meglio ma non troppo i vari Mafia: il legame con l'epoca passata è qui più evidente e già prima de “i tempi del coronavirus” la più antica collocazione cronologica contribuisce a caratterizzare i titoli e ad evitare palesi anacronismi da pandemia. Regge meglio ancora “Boiling Point”: era un gioco che avevo acquistato in offerta ma mai giocato. Ambientato in un paese sudamericano di fantasia, con un'ottima colonna sonora, è privo di traffico umano e veicolare troppo diffuso e si avvale di numerose aree naturali esplorabili.

Nel complesso tuttavia, ciascuno di questi titoli contribuisce a creare un maggior senso di straniamento, anziché mitigare l'isolamento e la staticità forzata.

Per questo motivo, in seguito ho provato con maggior successo altri generi insospettabili, che di seguito vi elenco:

1. Gare automobilistiche su tracciato

In particolare formula Nascar. Suggerisco Nascar Racing 2003 della Papyrus, io avevo un “Nascar Racing Thunder 2004” della EA con cui mi sono dilettato, anche grazie ad un volante. Mi è piaciuto in particolare il senso di velocità e la semplicità dello scopo: arrivare primo facendo eventualmente a sportellate. Difatti sembra che non riesca a concentrarmi, in questo periodo, su robe troppo complicate.

2. Picchiaduro

Non so perché ma ho riscoperto i picchiaduro uno contro uno. Immagino che ognuno abbia una risposta psicologica personalizzata all'emergenza. Forse per via della fisicità, del senso di movimento. Ottimi quelli in 3D, tipo Virtua Fighter.

3. Giochi DOS

Ecco, forse qui entra in gioco, oltre all'idea di semplicità, anche la nostalgia del passato. Fatto sta che non sono il solo ad aver avuto questa idea, come vedete:

La nostalgia su MyAbandonware

Abbinato allo scopo di rivivere epoche più liete, come spiega il disclaimer sul sito, c'è forse anche quello di “premiarmi” con uno o più regalini al giorno, scaricando giochi che avevo desiderato provare (senza poterlo fare) e che venivano tutti, alla loro uscita, una cinquantina di mila lire l'uno minimo. Forse semplicemente sono gli scherzi di un carattere fermo alla fase anale, direbbe Freud.

Concludendo, tuttavia, devo ammettere una cosa. Pensavo che i videogiochi fossero uno strumento più adatto a soddisfare la mia fantasia e normalizzare la situazione. In realtà, alla fin fine, lavorare su piccole prospettive concrete in ambito domestico (tipo fare ordine) mi ha aiutato maggiormente. Il che mi fa riflettere sul ruolo dei videogiochi e di tante altre cose dell'industria del superfluo. Ma non posterò certo qui queste riflessioni, anche perché mi accorgo che il mio atteggiamento varia di giorno in giorno e che l'adattamento alla situazione trova sempre nuove strade e idee.