L'estate dei ricordi vari

L'estate è finita. Dice un vecchietto alla fine del manga “Touch” da cui è stato tratto il cartone animato “Prendi il mondo e vai”: “Come li invidio i giovani, amano e vengono amati, lasciano e vengono lasciati ma per loro l'estate arriva sempre, più e più volte...”

Ecco, questa estate è passata, un anno se ne va, sto diventando grande ecc. Ho già parlato del fatto che questa estate ho rivisto “I laureati” di Pieraccioni e ho anche accennato con un racconto fantastico alla mia vaccinazione, adesso è venuto il momento di parlare d'altro.

Paperissima sprint

Quest'anno, per la prima volta, ho visto tutte le sere “Paperissima sprint”. Lo voglio scrivere perché da lunedì ricomincerà “Striscia la notizia” che non mi piace affatto. Ma ho scoperto che “Paperissima sprint” è invece una trasmissione bellissima! Ho anche scoperto per la prima volta le veline e Brumotti, mentre il Gabibbo lo conoscevo già.

Amilcareee?! Dobbiamo stare vicini vicini... Capoccione! Momenti da... briiiividooo!!!

Le veline sono due, una mora e una bionda. Non è che siano delle ragazze che come le vedi fai esclamazioni libidinose però con il tempo ho imparato ad apprezzarle. La bionda, che poi è tinta, in realtà ha origini africane, è una peperina ricca di energia in tutto ciò che fa e dice mentre la mora ha una bella eleganza, sia nelle movenze, sia nelle espressioni, sia nella voce, sempre vellutata e mai sguaiata. In questo scenario anche Brumotti, il funambolo ciclista, risulta simpatico. Per il resto, non credo che debba spiegare come funziona Paperissima: si succedono uno dietro l'altro una serie di filmati a base di comportamenti buffi di animali o bambini oppure “epic fail”, gente che salta, si tuffa, prova evoluzioni o acrobazie varie che, immancabilmente, finiscono in modo catastrofico ma divertente. I filmati si susseguono incalzanti, interrotti solo da un paio di sketch comici col Gabibbo, Brumotti, Shaila e Mikaela, gag veramente stupide ma in senso buono, c'è una generale consapevolezza della loro stupidità senza però quel nocivo compiacimento di chi vuol fare il trash a tutti i costi. Inutile dire che la ragion d'essere principale sono i filmati ma anche il contesto e la confezione sono coerenti e piacevoli. E, a proposito dei filmati, li ho guardati con divertimento ma mi sono anche fatto contagiare un po' dalla leggerezza che trasmettono per via dell'ambientazione tipica. Lo scenario base, salvo rare eccezioni, è quello della vacanza e del tempo libero, deltaplani, sci d'acqua, skateboard, tuffi. Spesso gli scenari sono tipicamente americani, grandi case su viali alberati, aria da telefilm anni 80-90. Oppure mare, spiaggia, sole. Non ci sono connotazioni sessuali ma talvolta si vedono delle belle ragazze. Spesso si susseguono serie di clip tematiche: disastri sotto l'albero di natale, scivoloni in piscina, incidenti nelle gare di bici. Le voci di commento sono fondamentali, se ci si pensa, ma in realtà, se non si è come me che devo fare un post su Paperissima, non ci si pensa affatto, si integrano alla perfezione. Mi è davvero piaciuto quest'anno Paperissima. Purtroppo però da domani non andrà più in onda e anche le veline cambieranno definitivamente.

L'estate dei ricordi

E così, con la fine dell'estate, mi è venuto in mente che avevo fatto una visual novel e che era ambientata in quel paesaggio chiamato estate. Un paesaggio che da un po' di anni a questa parte mi è cominciato a mancare. Vorrei fare con Jerry Calà un paio di discorsi sull'estate, lui si reputa un vero e proprio professionista di questa stagione, in un certo senso ha scelto di associarvi la sua vita professionale. Non solo ha girato una serie di film vacanzieri ma ha coniato una battuta che mi rimbalza in testa ad ogni bella stagione: “Che estate di merda... parliamone!”. Poi ha anche girato un film ambientato in Costa Smeralda e chiamato “Vita Smeralda” che è una specie di inno all'estate così come l'ha conosciuta lui: in pratica a trombare e a far festa con l'amico Umberto Smaila. Ci sono anche lì un paio di frasi significative, talmente significative che Calà le ribadisce con scritta in sovraimpressione alla fine del film, tipo che l'estate non è una stagione ma uno stato mentale o che in estate avviene tutto più velocemente. Francamente non me le ricordo perfettamente e non ho voglia di ricercarle, perché adesso, forse, è il caso che parli della mia estate fantastica: “L'estate dei ricordi”. Appunto.

L'estate dei ricordi

Credo fosse il 2003. Ma di sicuro mi sbaglio. Avevo comprato Darkbasic in una libreria. Un Dvd con il linguaggio per programmare i videogiochi. Poi avevo scaricato la mia prima visual novel. Era un po' zozza in effetti: “Three sisters”. Era la classica visual novel giapponese, un po' “harem” (cioè con un sacco di ragazze con cui copulare) e ammetto di essere rimasto molto colpito. Non tanto per i disegni zozzi o le situazioni erotiche quanto per la capacità dell'autore di mischiare un registro alto (il thriller, i buoni sentimenti, la trama incalzante) con un registro più basso (essenzialmente le scopate). E poi mi era piaciuto moltissimo il modo in cui le immagini statiche, brutte in effetti, si mischiavano bene con i file midi della musica e con il testo, creando un'esperienza non troppo diversa da quella cinematografica ma decisamente più a buon mercato e alla mia portata. Ecco perché, con la mia copia di Darkbasic in mano, mi misi subito a programmare un motore per visual novel. E una volta programmato, a differenza di quanto sarebbe avvenuto negli anni a venire, mi misi subito a creare un contenuto valido per metterlo in moto, il fottuto motore. Era così, con questa ispirazione, che era nata “L'estate dei ricordi”, il cui inizio citava un po' l'incipit di “Three sisters”, evocando subito quel sentimento così inscindibilmente collegato all'estate: la nostalgia.

Altre estati, altri tempi

Ma non c'era solo questo. Erano altri tempi, con una diversa speranza. Sapevamo tutti che l'informatica sarebbe stata la vincitrice e dovevamo solo capire come sfruttare questa profezia facile facile. A me sarebbe piaciuto creare un videogioco di successo, non necessariamente nel garage di casa. La visual novel poteva essere una strada interessante, mi piaceva scrivere ma a quei tempi non ero capace di disegnare. Chissà, forse ho imparato per potermi autoprodurre il materiale per quella visual novel. Fatto sta che mi buttai sulla storia. Una storia fantascientifica, senza trascurare però l'harem con cui copulare. Alla fine la completai, anche se presi un po' troppo gusto alla narrativa delle scopate. La salvai su un hard disk, che poi cascò e si ruppe. Ma un paio di anni fa mi ritrovai una copia di backup su un Cd, solo che quel Cd non aveva la copia completa ma solo il lavoro fatto a metà. Però, adesso che ci penso, questo paragrafo si chiama “Altre estati, altri tempi” e sto chiaramente andando fuori tema.

Altre estati, altri tempi (2)

L'entusiasmo con cui avevo completato quella visual novel mi ha fatto pensare alla passione dei videogiochi dell'adolescenza. Perché – mi chiedevo quando ero più giovane – perché le persone quando raggiungono una certa età non sono più in grado di apprezzare i videogiochi? Perché diventano così prosaiche e pragmatiche da ritenere i videogiochi una perdita di tempo? In realtà bisognerebbe farsi un'altra domanda cioè: perché ai giovani i videogiochi piacciono tanto? Così mi sono messo a pensare al gioco più assurdo a cui ho giocato: “Tornado” della Digital Integration. Basta dire che per poter volare con quel simulatore di volo bisognava considerare le tre configurazioni dell'apertura alare e selezionarle a seconda della velocità espressa in nodi. Cioè, dovevo avere sottomano (o ricordare a memoria) uno specchietto da cui, verificando la velocità, avevo informazioni su quanto tenere aperte le ali dell'aereo. Perché perdere tutto quel tempo e quella concentrazione per quella inutile complicazione? E perché oggi non ci riuscirei più? Semplice, quando giocavo a Tornado, ancora non ero sicuro del fatto che non avrei mai guidato nella mia vita un esemplare di quell'aereo. Così come non ero ancora sicuro, quando giocavo ad Hardball 5, che non avrei mai giocato a baseball. Così come quando giocavo a Great Courts 2 non potevo prevedere (e come avrei potuto?) che non sarei mai diventato un campione di tennis.

L'imbuto

Diceva un mio amico che la vita è come un imbuto e pian piano le possibilità si stringono come le sue pareti e vieni trascinato giù. L'ho sempre rifiutata come una visione pessimista e deprimente ma ammetto che c'è del vero. E così, tornando all'Estate dei Ricordi, avrei voluto riprenderla in mano, col mio metodo Kaizen, e portarla avanti tra flessioni e righe di storia. Ma non funziona così. Sto ad un punto diverso dell'imbuto e non ho quell'entusiasmo, quell'oceano di possibilità che mi si spalancava tanti anni fa, quando la scrissi tutta di getto. Ma sono ottimista e non credo alla metafora dell'imbuto. Se l'oceano si trasforma in uno stretto mulinello, credo che si debba cambiare oceano.

Pieraccioni aveva ragione

Ragion per cui, amici, non scriverò più la storia de “L'estate dei ricordi” così come mi ero imposto di farlo. Non lo farò, ma non perché il mondo è saturo di videogiochi o perché questo oceano informatico è diventato un piccolo gorgo asfittico. Non lo farò perché è giusto dar ragione a Pieraccioni. Pensavo di sfangarla, di essere diverso da lui ma alla fine siamo animi affini, proprio in quanto esseri umani di mezza età. Non tutti infatti hanno la forza d'animo di Jerry Calà (e la sua libidine!). E sento, qui ed ora, la voce del mio mentore toscano che risuona un po' paternalistica, mentre si rivolge ai suoi coinquilini che non vogliono crescere (e indirettamente anche a me) quasi alla fine de “I laureati”:

“Ragazzi, basta con la ricreazione. La campanella... DLENDLENDLENDLEN! ...e l'è bella che sonàta!”

Hai ragione Leonardo, scusa, non si scappa a questo momento. Scusa anche perché non ricordo se facevi DLENDLENDLEN o DRINDRINDRIN ma ho rivisto “I laureati” già quest'estate e per ora non me la sento di rivederlo.

Alla prossima estate, bischeri!