Pieraccioni, I Laureati e la fase anale

Qualche giorno fa ho rivisto “I laureati”, film di Pieraccioni del 1995, così ho pensato che non ci fosse niente di meglio che ricominciare a scrivere per il blog ripartendo proprio da qui.

Non dobbiamo sottovalutare Pieraccioni e la sua opera. Scrivo questo perché le mie prime impressioni su di lui non furono buone. Nel 1995 (ma probabilmente lo vidi almeno un paio di anni più tardi) ero ancora alla ricerca di qualche maitre à pensèr che potesse rappresentare una bussola o un'ispirazione, un qualcuno alla Nanni Moretti di Ecce Bombo, una personalità estrosa, originale, controcorrente e geniale a cui ispirarmi. Pieraccioni non era e non è nulla di tutto questo. Tuttavia ciò non è motivo valido per il quale la sua filmografia vada snobbata. Voglio chiarire meglio il punto sulla personalità. Se voi guardate questo film, quasi all'inizio trovate una citazione di Salinger: il personaggio di Pieraccioni si chiede, di fronte a Ceccherini, dove vanno le anatre dopo che il laghetto d'inverno si ghiaccia. Penso che sia una roba abbastanza mainstream però, per chi non lo sapesse, è la stessa domanda che si pone il protagonista de “Il giovane Holden”, romanzo di formazione per eccellenza. Ora questa citazione, in bocca a Pieraccioni, sembra una specie di bestemmia per motivi di carisma che non sto a spiegarvi subito. Fare questo genere di riflessioni di fronte ad un Ceccherini qualsiasi senza specificarne la fonte è ciò che i millennial, intrisi dell'odierno gergo corrotto dalla perfida Albione, identificherebbero come un momento cringe. Eppure è chiaro che Pieraccioni vorrebbe proprio ambire al ruolo di piccolo e umile maitre a penser e lo si capisce dai brevi spiegoni che mette in bocca al personaggio del professor Galliano, suo ex professore di filosofia che, con la voce fuori campo del protagonista pieraccioniano, dà rapide e non autorevoli lezioni di vita e di tassonomia (ad esempio: “Dicesi imbuto cosmico quel momento nel quale ecc. ecc.”).

Pieraccioni e filosofia, dicevamo. Quel genere di filosofia spiccia che praticano gli estroversi per rimorchiare. La filosofia è roba da introversi, materia praticata peraltro con moderazione e coscienza della sua pericolosità. Pieraccioni è chiaramente un animatore turistico che non vuole ammetterlo: l'unico atto di umiltà, a cui però rinuncerà nel corso dei suoi film successivi, è quello di delegarne le funzioni al citato personaggio di Galliano interpretato dallo stralunato Alessandro Haber (anzi, “Stralunato Alessandro Haber”: è proprio il nome completo di questo attore) ma si tratta di una delega fatta a denti stretti, con rancore e risentimento, tanto che nel corso del film il regista Pieraccioni si vendicherà invidioso su di lui mettendoglielo letteralmente in culo (ma ci ritorneremo).

La storia de “I laureati” parla di quattro “fuori corso” trentenni che... non vogliono crescere. Eh già. In quegli anni andava di moda il mantra dei trentenni che non vogliono crescere che poi si sarebbe trasformato nel mantra dei quarantenni che non vogliono crescere, poi sarebbero diventati i bamboccioni, poi i giovani “choosy”, poi sarebbe venuto Grillo e avrebbe fatto una delle rarissime cose giuste che ha fatto, ovvero lasciar intendere, nel suo stile colorito, che forse se i giovani si comportano così è perché c'è anche una scelta economica razionale di base. Però allora andava di moda dire che i trentenni non volevano crescere ed era tutto un proliferare di film ambientati in due camere e un tinello dove venivano presentati i trentenni che non volevano crescere e i trentenni di allora erano veramente incazzati per questa storia, assieme a quell'altra che raccontava, attraverso gli editoriali delle riviste femminili, che l'uomo degli anni '90 era “troppo micio e poco macho”. Fortunatamente anche questa narrazione è entrata in crisi, stavolta a causa del fenomeno del femminicidio, e tutte le redattrici che scrivevano che l'uomo era “troppo micio e poco macho” sono state arrestate per apologia di reato e, dopo un percorso di rieducazione, trasformate in femministe e/o attiviste LGBTQ+. Ma dicevamo dei quattro fuori corso protagonisti della trama. Questi erano interpretati da: Leonardo Pieraccioni, Massimo Ceccherini, Rocco Papaleo e Gianmarco Tognazzi. Ora, io ho letto una recensione su MyMovies dove c'è proprio un'osservazione giusta: questi attori, con l'eccezione di Tognazzi, non si allontaneranno mai più dai personaggi interpretati in questo film. Ed è verissimo. Massimo Ceccherini interpreta un folle e sboccato cabarettista che al momento cruciale si lascia scappare una bestemmia ed è curioso sapere che verrà addirittura squalificato per una bestemmia durante una futura edizione de “L'isola dei famosi”. Rocco Papaleo è il solito terrone lucano orgoglioso di esserlo. Ma due parole in più merita proprio Leonardo Pieraccioni. Interpreta con costanza quello immaturo che vuole crescere (ma non troppo) e per farlo non trova altra strada che innamorarsi e fare sul serio con la ragazza madre di turno. Seriamente, il personaggio Pieraccioni durante i suoi film incontra un sacco di ragazze madri, comunque già ingravidate, spesso insicure dell'identità del padre del bambino, ad esempio ne “Il paradiso all'improvviso”, ne “Il pesce innamorato”, in “Ti amo in tutte le lungue del mondo”. Particolare un po' inquietante: la ragazza recentemente morta in fabbrica in un incidente con una pressa a Montemurlo era anche lei una ragazza madre e aveva fatto la comparsa in un film di Pieraccioni. Questa costante simboleggia un po' la sospensione di Pieraccioni tra modernità e tradizione, elemento questo che traspare in numerosi dettagli ed episodi presenti nel film. Pieraccioni si rende conto che la famiglia tradizionale e specialmente il ruolo del padre non sono più gli stessi di un tempo (la Cucinotta, di cui si innamora, accoglie la notizia di una gravidanza con padre incerto come se niente fosse) ma vorrebbe probabilmente tornare a quell'idea, difatti le sue storie sono sempre serie, mai una botta e via, e le modernità degli atteggiamenti femminili rappresentano sempre inevitabilmente una remora da superare prima di buttarsi in qualcosa che fa evidentemente (e naturalmente) paura. Altro episodio significativo in tal senso è quello che vede protagonista Tosca D'Aquino, che in questo film non fa ancora il suo mitico “Piripìììì!!” poggiando il pollice sulla punta del naso e sventolando in chiusura le altre dita. Tosca (“la napoletana”) attira maschi solitari per fargli fare cose a tre col suo partner. Coinvolge dapprima Papaleo, che rifiuterà sdegnato nel suo abituale atteggiamento da terrone lucano orgoglioso e benpensante. Poi riuscirà nell'intento col professor Galliano, il quale sarà inizialmente entusiasta e poi... Qui si consuma la vendetta di Pieraccioni-regista sul professore di filosofia, a cui il buon toscanaccio Leonardo, in un patto faustiano, dà quel carisma e autorevolezza che sente di non avere, in cambio della verginità anale del povero docente. Oggi quell'episodio appare quasi insopportabilmente moralistico, dopo lustri di Youporn, Xhamster, Pornhub ed Hentai.

Vorrei fare anche un breve inciso per il personaggio di Giammarco Tognazzi, che è un po' un pesce fuor d'acqua ma è al contempo interessante per vari spunti storici. Tognazzi è sposato con la figlia di un imprenditore ma si scopa la cognata più giovane e carina. Che poi, sua moglie non è che sia male: si tratta di Elisabetta Cavallotti, attrice che quattro anni più tardi girerà alcune scene veramente bollenti in “Guardami” di Davide Ferrario, in cui interpreterà il declino di una pornostar che si ammala gravemente. Di quest'ultimo film ho impresse, marchiate a fuoco nella mia memoria, le lapidarie e sprezzanti parole di Tinto Brass allorquando chiesero un suo parere in merito ovvero: “Non sono interessato al genere porno-oncologico!”. Ho impresse anche la scena dell'esibizione erotica dal vero al Misex e la Cavallotti che fa un bocchino a Flavio Insinna, ma non saprei dire se il pene è veramente il suo oppure di una controfigura oppure uno di quei falli realistici di plastica che giravano anche nei film del citato e compianto Brass. Tornando a Tognazzi ne “I laureati” mi commuove sentirlo affermare che, nonostante abbia un cellulare intestato alla ditta del padre, non se la sente di chiamare a casa, per dimostrare che “non se ne approfitta”. Ecco, anche questo catapulta il film nel documento d'epoca.

Il personaggio di Pieraccioni, simpatico e perbene, è quello che alla fine del film ricorda a tutti che la ricreazione è finita e che non possono continuare a vivacchiare così, e devono crescere. Devono, magari dopo l'“ultima bischerata”. Ma è chiaro che sta convincendo più se stesso che Ceccherini. Anzi, no, forse sta convincendo Rita Rusic, ex moglie del produttore Vittorio Cecchi Gori, che ha puntato su di lui. Insomma, Pieraccioni, duole dirlo, non suona sincero e tutti i film successivi stanno lì a testimoniarlo. Doveva semplicemente ammettere di essere un animatore turistico più evoluto anziché un filosofo introverso. Ci proverà fuori tempo massimo ne “Il professor Cenerentolo” con una comicità meno impegnata e sociologica, a base di nani e, marginalmente, ballerine.

Leggendo questa recensione, forse penserete che sia stato un po' critico con Pieraccioni. Magari invidio la sua fortuna. In realtà c'è davvero qualcosa che invidio a Pieraccioni e voglio dirlo senza falsi pudori e senza privarlo della verginità anale: l'amicizia con Carlo Conti e Giorgio Panariello. Sarebbe piaciuto anche a me avere almeno un amico col quale vivere un'avventura professionale del genere condividendo la stessa passione (non necessariamente nel mondo dello spettacolo) in modo da sostenersi a vicenda. Comunque Pieraccioni, al di là dei limiti, non è da sottovalutare, la sua coerenza è commovente e spero che questa recensione vi faccia riflettere.