Ridi Paperino, ridi!

Recentemente ho riaffrontato una delle letture più significative della mia infanzia: “Ridi Paperino, ridi!”.

Si tratta di una storia a fumetti del 1974 nella quale in nostro sfortunato papero tenta senza successo una serie di lavori ma finisce per provocare un mucchio di danni (fino a un milione di dollari!) deprimendosi sempre di più.

I suoi nipotini, gli danno ogni volta un consiglio che hanno attinto direttamente dal famoso Manuale delle Giovani Marmotte: ridi Paperino, ridi!

Una risata dà una nuova prospettiva all'esistenza, restituisce l'ottimismo, ridona entusiasmo.

Difatti, pur con un po' di sforzo, dopo ogni sventura Paperino prova a sorridere. Non ci riesce mai del tutto ma almeno si riscuote dal pessimismo e riparte indomito alla ricerca di un nuovo lavoro provocando, ahilui, nuovi guai.

I suoi creditori, che nel frattempo sono cresciuti sia a livello numerico, sia a livello di importo da riscuotere, propongono una composizione bonaria per i suoi debiti: diecimila dollari e non se ne parli più.

Allora Paperino si convince che riuscirà ad avere quei soldi solo se riuscirà a ridere in modo professionale, militante, estremo.

Cerca così una scorciatoia.

Si reca da un ipnotizzatore, un misterioso figuro che è in grado di plasmare la mente a suo piacimento e gli chiede di farlo ridere, sempre e comunque, qualunque cosa accada.

Paperino vuole essere un vincente a tutti i costi o almeno sentirsi tale, averne l'illusione.

L'ipnotizzatore è certamente losco (lo capiamo da come è disegnato) ma fa egregiamente il suo lavoro. Congeda Paperino in modo sprezzante, con un calcio nel sedere, ma incurante, il nostro papero si mette a ridere.

Per strada rischia di essere investito, viene malmenato, viene costretto dalla polizia a fare un umiliante lavoraccio per farsi passare la voglia di ridere. Le persone che si prendono molto sul serio gliela fanno pagare perché si sentono tutte offese dalla sua risata incomprensibile. Che, stranamente, ha un suo rivoluzionario, irresistibile potere.

Paperino giunge infine da suo zio Paperon di Paperoni. Questi lo assolda assieme ad altri tre viligilantes per vegliare sul deposito stipato di monete d'oro, promettendo, guardacaso, un premio di diecimila dollari per chi saprà opporsi ad una banda di invincibili ladri che sinora non è mai stata fermata nella realizzazione dei suoi propositi criminali.

E' esattamente la cifra di cui ha bisogno Paperino.

La banda di invincibili si presenta subito al deposito e, mentre gli altri vigilantes fuggono, Paperino rimane lì a ridere. Più la situazione è difficile, grave, drammatica, più Paperino ride. I ladri minacciano di ucciderlo, di freddarlo seduta stante se non smette di sghignazzare. Ma Paperino non ce la fa, non può farlo. Quando uno degli scagnozzi sta per sparargli, il capo della banda lo ferma.

“Aspetta!” dice “Uno così tranquillo, che ride in questo modo, sicuramente deve avere qualche asso nella manica, forse una bomba atomica tascabile!”

E così tutta la banda fugge impaurita. Paperino si guadagna i suoi diecimila dollari e può pagare i creditori.

Ma non ha capito nulla. Non si è accorto del potere della risata, non gli è riconoscente, non ha capito quanto possa mettere paura ai prepotenti e ai delinquenti.

Così, prima di ritrovarsi in una situazione che potrebbe rivelarsi fatale a causa del riso mal interpretato, decide di tornare dal losco ipnotizzatore. Il quale, venuto a sapere del premio ricevuto da Paperon de Paperoni, chiede fino all'ultimo dei suoi diecimila dollari per potergli togliere quella che i papero giudica essere una maledizione.

Così Paperino termina mestamente la sua avventura, ancor più triste di prima.

La morale? Oggi avrei difficoltà a dire quale sia perché ho molte nozioni in più a complicarmi l'analisi della storia (il racconto potrebbe essere una metafora riguardo la PNL e i guru del pensiero positivo) ma quando ero bambino non avevo alcun dubbio.

La morale, molto semplice, era riassunta nel titolo: “Ridi Paperino, ridi!”