Diari di una gentilezza imperfetta
Torno di nuovo a scrivere, con un titolo che non è arrivato con altre settimane ed altri eventi che hanno continuato ad accumularsi nel contesto pubblico. Altre violenze da parte della polizia – non serve indicare la parte del mondo, in generale sembra basti indicare uno stato a caso in questo momento – l'america di Trump che prova ad imporsi, nuovi regolamenti europei approvati che legalizzano la deportazione degli esseri umani arrivati “illegalmente” – quando la legalità non è un'opzione.
Quello che mi rimane addosso ogni volta che mi affaccio alle notizie è un immenso senso di violenza, verso i più deboli, verso chi è diverso ( per nazionalità, religione, opinione ). È una sensazione che si attacca addosso e non se ne va, ma sembra piuttosto voler autoaccrescersi, invitare a una rabbia che sfocia anch'essa in altra violenza, perché in fondo nel momento in cui tutti fanno così, esiste un altro modo di farsi sentire? Di sopravvivere in mezzo a tutta questa violenza collettiva.
La risposta un po' naive ma giusta ed anche estremamente difficile è la scelta della gentilezza. Nel mezzo di un clima pieno di odio e violenza probabilmente questa è l'unica cosa che può aver senso. Ma non voglio dirla come luogo comune o come qualcosa che sia facile da portare avanti. Essere gentili non è facile; non lo è quando chiunque è diffidente, quando ci si aspetta sempre il peggio dal prossimo. Mi ci metto anche io in mezzo, con quella che è l'attualità è difficile fidarsi di chi si ha a fianco, di vivere senza giudicare a prescindere. Anche qui l'idea che si manda in giro è che sia facile, essere gentile con le altre persone, essere sempre accogliente e scevri da pregiudizi, non è una cosa semplice. Va desiderata, va coltivata, nella coscienza che molte volte non sarà capita come cosa, che spesso sarà fraintesa. Siamo abituati che spesso se qualcuno è immotivatamente gentile con noi è per proprio tornaconto; ragionando in questo modo viene meno naturale essere gentili col prossimo in modo del tutto spontaneo: ed anche la spontaneità è spesso bloccata sempre da abitudini sociali malsane con cui siamo cresciuti, abitudini che portano ancora a reagire davanti a cose genuinamente belle o gentili, come fossero qualcosa di cringe .
Quanto detto finora non vogliono essere scuse, ma solo un flusso di pensieri che si snoda nel momento in cui rifletto sul bisogni di gentilezza che c'è, come unico vero riparo da tutta la violenza che ci circonda. Essere gentili non è una passeggiata di piacere, non nel mondo in cui ci troviamo, è più simile a una lotta, con tutto quello che c'è stato insegnato, con le immagini che ci arrivano dalla quotidianità. Richiede forza e desiderio di comportarsi in modo diverso da quanto ci si aspetta. Certo è che nel momento in cui riusciamo ad attuarla, può diventare un cuscino per noi e per chi abbiamo intorno da quello che è un mondo fin troppo spinoso. Perché prima di combattere le grandi battaglie, bisogna passare per quelle piccole, sentirci al sicuro noi e far sentire al sicuro le persone che abbiamo intorno. Avere la forza di essere gentili e di far scoprire agli altri questa stessa forza protettiva e rassicurante. Può essere un primo passo, penso. Non risolve tutta la violenza del mondo, non ne risolve affatto, ma è intanto un antidoto contro il nostro continuare questa catena da anello inconsapevole; noi scegliamo di rompere il concatenamento violento e sostituirlo con qualcosa di più soffice.
Dobbiamo scegliere di fare un passo indietro, scegliere anche in parte di sottrarci a tutto quello che normalizza quest'aggressività, perché al di la dei fatti di cronaca, siamo circondati da media che promuovono contenuti sempre più apertamente violenti e aggressivi, in un modo che ci ha desensibilizzato a cose che solo qualche anno fa sarebbero state considerate assurde. Invece oggi oltre ai media delle notizie, anche le serie e i film mostrano contenuti estremamente violenti, e cose che all'inizio ci scandalizzavano ora sono considerati la base da cui partire. Per come la vedo io la scelta sta anche nell'evitare il più possibile questo tipo di messaggio, che va piano piano a scavarsi nel nostro cervello, stabilendo man mano una nuova normalità. La scelta dell'individuo deve essere totale, nel momento in cui decidiamo di volerci tirar fuori da un sistema che normalizza ogni forma di violenza, dobbiamo tirarcene fuori per capire quanto sia fuori di testa.
Io personalmente ho bisogni di tirarmene fuori, tendenzialmente già lo faccio ma ogni tanto ci ricasco, sia nei contenuti che consumo o nel farmi prendere da quella rabbia che la cronaca mi fa ribollire dentro. Però nessun percorso è totalmente dritto, si sbaglia tanto, io di errori ne faccio a valangate. Però penso che in fondo sia importante aver chiaro l'obiettivo e pian piano muoversi in quella direzione. Quel che so è che voglio tirarmi fuori da questo magma rabbioso che ti entra dentro e ti fa ribollire dall'interno, spero di riuscir a passare un po di gentilezza a chi mi sta intorno. Spero anche di non esser solo su questa strada.
Ci sentiamo la prossima volta.
G.