“Questo post è stato rimosso” di Hanna Bervoets

Il signor Stetič rimarrà forse stupito nel ricevere la lunga lettera della signorina Kayleigh: anche lei ha lavorato per diversi mesi all’Hexa ma, a differenza di gran parte dei suoi ex colleghi, non intende costituirsi parte civile nel processo contro l’azienda, né cercare di ottenere soldi. Tutto quello che vuole è essere lasciata in pace e, se possibile, dimenticare. Per questo ha deciso di scrivere all’avvocato Stetič, che da quando la storia è apparsa sulla stampa non le dà tregua e continua a chiamarla: per raccontargli tutto e venire finalmente lasciata in pace. Perché nessuno più le chieda: “Allora, signorina Kayleigh, qual è la cosa più orrenda che ha visto?”.

La Hexa è una società come tante altre, sparse nel mondo: sorge in un palazzone anonimo in un’anonima periferia di una grande città e al suo interno lavorano persone anonime che hanno il compito di visionare i post di altre persone anonime che cercano il loro istante di notorietà sui social. Kayleigh è una dei tanti moderatori incaricati di verificare che i milioni di post pubblicati siano conformi alle linee guida dettate dalla piattaforma, che è la società committente per la quale Hexa lavora. All’inizio il compito sembra facile, ed è anche ben retribuito, almeno paragonandolo agli altri disponibili in zona per persone senza specifiche competenze né titoli di studio: in fondo, tutti noi passiamo un sacco di tempo sui social e poter essere pagati, per farlo, non sembra niente male. Certo, la piattaforma ha delle regole ferree a cui devono attenersi tutti i dipendenti delle varie aziende come Hexa: un contratto che contiene clausole di riservatezza, ciò che si vede in Hexa resta in Hexa; divieto assoluto di utilizzare i cellulari, che vanno lasciati in un armadietto prima dell’inizio del proprio turno di lavoro e, naturalmente, rispetto totale delle linee guida per stabilire se un contenuto debba essere rimosso o meno dalla piattaforma stessa, ma tutto sommato queste regole sembrano facili da rispettare. Tanto che pare strano il continuo andirivieni di dipendenti, che se ne vanno lasciando il lavoro solo dopo qualche mese, e ancora più strano sembra il comportamento di qualcuno di loro, come ad esempio quello di chi arriva a minacciare il proprio supervisore con un taser… Il fatto è che la valutazione di ciascun contenuto deve essere fatta in pochi secondi, che non sempre moderatore e supervisore sono d’accordo, che non si può sprecare tempo discutendo e che un margine di errore troppo elevato nel giudizio conduce dritto dritto al licenziamento, il tutto mentre le linee guida cambiano ogni giorno o quasi: si può pubblicare il video di un ragazzo che gioca con dei gattini morti, ma quello in cui li uccide deve essere rimosso; il video della decapitazione di un uomo può essere lasciato, se si tratta di un video di informazione e di pubblica utilità, a meno che gli Stati coinvolti non facciano parte de… no, forse va rimosso comunque, in fondo è morte violenta… però il pubblico deve sapere in quale regime oppressivo si trovano certi Stati… o no? Ecco, sono già passati cinque secondi, non hai preso la tua decisione e la tua valutazione scende sotto la soglia stabilita dalla piattaforma. Ancora qualche esitazione di questo tipo e ciao ciao posto di lavoro. Non stupisce che durante l’ora di pausa coi colleghi si parli solo di video e contenuti: bisogna essere preparati, sapere cosa può restare online e cosa no, poter decidere in un battito di ciglia senza lasciarsi ingannare dagli utenti. C’è chi inventa la morte di un parente per qualche like in più, e quel contenuto – per quanto discutibile – può rimanere online, ma la ragazzina che mostra segni di tagli sulle braccia in un video sarà davvero una giovane autolesionista o solo un’abile esperta di make up da Halloween a caccia di qualche mi piace? La gente è disposta a tutto per apparire, per scalare l’algoritmo, per una manciata di like che può dare la notorietà, non importa se solo per mezza giornata o mezz’ora. Il miraggio dell’influencer, che ce l’ha fatta, che viene pagato per mostrare se stesso, ciò che fa, indossa, mangia, usa, getta, in rete è lì ad attrarre milioni di individui anonimi, pronti a tutto per agguantare il sogno.

Il semplice lavoro di moderatore si rivela, ora dopo ora, giorno dopo giorno, più complicato e logorante del previsto: ciò che si vede in rete influisce sul modo di considerare la realtà che ci circonda, teorie complottistiche si mescolano ad atti di bullismo ripresi e diffusi con lo smartphone, il Potere Vegano muove alla conquista del mondo mentre Big Pharma avvelena l’umanità, la Terra è piatta e ragazzini si fratturano le ossa in bici o sullo skateboard tentando acrobazie, forse i lager nazisti sono solo un’invenzione degli ebrei che detengono il potere economico mondiale mentre uomini e donne di ogni colore e stazza fanno sesso a favore di videocamera e la potente Razza Bianca va alla ricerca della propria supremazia sfoderando armi. E ci si sveglia nel cuore della notte ricordando all’improvviso un capezzolo sfuggito al controllo, o una bandiera dell’ISIS sullo sfondo, in lontananza in un video. Gli errori commessi ti vengono a cercare, di notte, insieme alle immagini che la tua mente ha registrato e che non sai mandare via, fino a quando arrivi a pensare che forse la soluzione sarebbe non dormire affatto.

Nato dalla fantasia dell’autrice, questo romanzo breve riecheggia comunque fatti di cronaca reale, a cominciare dalla causa intentata nel 2018 dall’ex dipendente Selena Scola nei confronti di Facebook, accusato di aver esposto lei e i colleghi a ”contenuti altamente tossici, pericolosi e dannosi” senza l’adeguato supporto psicologico, dal documentario Field of vision – The moderators e dal più recente Gli orrori di essere un moderatore di Facebook. Un discreto racconto, in cui ciascuna ”categoria a rischio odio social” trova il proprio spazio grazie alle amicizie intessute sul lavoro dalla protagonista: Kayleigh e la collega/compagna Sigrid sono lesbiche (omofobia), Kyo è sovrappeso (bodyshaming), Souhaim è nero (razzismo), Louis è ebreo (negazionismo); un racconto che, però, secondo me, avrebbe potuto essere maggiormente approfondito e mi ha lasciato la sensazione che l’autrice non abbia voluto esporsi troppo, evitando così di mettersi davvero in gioco.

Titolo: Questo post è stato rimosso Autrice: Hanna Bervoets Traduttore: Francesco Panzeri Editore: Mondadori Anno di pubblicazione: 2022

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Viviana B.