I libri di V.

Non c’è ragazza al mondo che sogni un fidanzato violento, eppure le storie di femminicidi riempiono i giornali mentre le denunce di violenza domestica si accumulano nei commissariati senza balzare agli onori della cronaca e chissà quante cadute accidentali non vengono nemmeno denunciate. Chiedete a qualunque ragazza o donna che possiate incontrare, da vostra figlia alla commessa del supermercato: tutte vi risponderanno che non accetterebbero mai di stare con un uomo violento. Eppure mariti e fidanzati violenti esistono e la loro esistenza è resa possibile soltanto da quella, indissolubilmente collegata, di compagne che ne sono vittime, di donne e ragazze che accettano la violenza. Se ogni donna troncasse il rapporto dopo il primo spintone, o quando la guancia ancora pulsa per lo schiaffo ricevuto, o mentre il polso diventa livido stretto in una morsa da cui è impossibile liberarsi, quanti rapporti potrebbero diventare davvero tossici, arrivando magari a sfociare nel femminicidio? Attenzione: con questo non intendo affatto dire che la colpa sia delle donne, voglio solo attirare la vostra attenzione sul fatto che, se esistono tante storie di violenza, è solo perché è terribilmente difficile giudicare dall’esterno, quando non si vive quell’esperienza in prima persona.

Lily Bloom sa bene cosa sia la violenza domestica: ha visto sua madre esserne vittima per anni. È arrivata a disprezzarla, ritenendola debole, succube e passiva, incapace di dire basta a un uomo violento che tutto il paese stimava, come lavoratore, sindaco e padre di famiglia, mantenendo il silenzio per anni, nascondendo i lividi sotto maglioni a maniche lunghe o trucco pesante. Lily Bloom sa bene cosa sia la violenza domestica e sa che non permetterà mai a nessuno di renderla come suo padre ha reso sua madre. Lei è giovane e coraggiosa – anche se spesso dubita di sé stessa e arrossisce e trema al pensiero che i suoi sogni possano non realizzarsi – si trasferisce dal Maine a Boston, si laurea, molla un lavoro sicuro per aprire il negozio dei suoi sogni (neanche a dirlo, un negozio di fiori), si innamora persino. Lui è perfetto: una voce che la fa vibrare dentro fin dal primo incontro, avvenuto di notte su un tetto a terrazzo, bicipiti trattenuti a fatica dalle maniche della camicia, spiritoso e diretto, intelligente e altruista, generoso e appassionato. Come non bastasse, ha una carriera in rapida ascesa come neurochirurgo e dispone di una discreta dose di quattrini. Ryle non solo è perfetto, ma si innamora di lei, arrivando – gradualmente, certo – anche a mandare all’aria la sua convinzione di non volere un rapporto stabile. Lily, dal canto suo, mette in piedi il suo negozio di fiori puntando su coraggio e fantasia, intesse una profonda amicizia, lavora sodo ma si sente felice e realizzata.

La perfezione, però, non esiste e Lily se ne accorgerà ben presto, cadendo in un vortice vischioso come una ragnatela, in cui l’amore – vero, autentico e disperato – di Ryle la trattiene e l’amore mai cessato di Atlas offre appigli e spiragli di luce.

È difficile per me scrivere di questo libro senza cadere nella trappola dello spoiler, perché ci sarebbe davvero tanto da dire, ma la trama è tanto complessa che non consente di parlarne diffusamente senza rivelare troppo. Ciò che posso fare è dirvi che è un libro di rara intensità emotiva, che mi ha tenuta incollata alle pagine e che ho divorato in due giorni, sciogliendomi in lacrime, alla fine, leggendo le parole dell’autrice. La perfezione non esiste, dicevo, in nessun ambito, ma questo romanzo, secondo me, ci si avvicina parecchio, nonostante alcune piccole pecche che lo rendono a tratti poco verosimile (in particolare nei personaggi e nelle vicende di Allysa e Marshall).

Titolo: It ends with us Autrice: Colleen Hoover Traduttrice: Roberta Zuppet Editore: Sperling & Kupfer Anno di pubblicazione: 2022

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Viviana B.

Sette mariti sono un bel numero, non c’è che dire. Persino per Hollywood, patria delle finzioni, regno dei tradimenti, terra di raggiri dove tutto è lecito pur di far splendere la propria stella. Sette mariti, lo stesso numero di quelli avuti dalla leggendaria Elizabet Taylor, ultima grande diva, divenuta celebre sia per il talento sia per la vita sentimentale quantomeno… turbolenta. Con lei Evelyn Hugo ha in comune anche la straordinaria bellezza, la precocità dello sviluppo fisico e delle prime nozze, la longevità sotto le luci della ribalta a partire dagli anni Cinquanta, la professione di svariati consorti: attore – il bello e dannato Don Adler e il bello e basta Rex North per Evelyn, il maturo Michael Wilding e l’affascinante Richard Burton per Elizabet –, cantante – Mick Riva per Evelyn, Eddie Fisher per Liz –, produttore – Harry Cameron per Evelyn, Mike Todd per Elizabet. A parte alcune significative similitudini, comunque, questa non è una biografia della Taylor camuffata da romanzo, ma forse più una summa dei vizi e dei segreti di Hollywood. È la stessa protagonista a svelare, in una riflessione personale quando il racconto volge verso l’inevitabile fine, ciò che serve per sopravvivere e fare successo nella mecca del cinema: … Gli avrei risposto che era perlopiù questione di fortuna. E che bisogna essere disposti a negare ciò che si è, mercificare il proprio corpo, mentire alle persone, anche le più buone, sacrificare chi si ama in nome di ciò che la gente potrebbe pensare di te, e scegliere continuamente di presentare una versione finta di se stessi, fino a dimenticare chi eri prima che tutto quanto avesse inizio, e perché hai voluto iniziare.

Ho parlato di protagonista perché Evelyn senza dubbio lo è. Anche se il libro si apre con le parole di Monique, che poi incontrerà la diva e la cui vicenda personale si intreccerà nel racconto in modo non sempre imprevedibile, lei è perlopiù la voce narrante, la spalla – certo preziosa – che affianca la star. Evelyn. Evelyn che splende appena adolescente tra i vicoli di Hell’s Kitchen, Evelyn che sa cosa la rende speciale e non esita a servirsene, Evelyn che ormai ottantenne rimane comunque splendida e iconica, Evelyn, Evelyn, Evelyn. Persino i mariti, i famosi sette mariti, sono spesso solo comparse; appaiono sulla scena per dare modo a lei di diventare ciò che vuole: attrice, donna consapevole dei propri desideri, la stella più pagata del mondo, madre… C’è Evelyn, c’è uno scopo, e da qualche parte c’è un futuro marito adatto a raggiungerlo. Messa così, potrebbe sembrare che si tratti di una donna spietata, una specie di mostro, ma non dobbiamo dimenticare dove si svolge la vicenda: signore e signori, questa è Hollywood! Tutti (o quasi) i mariti di Evelyn appartengono a questo mondo, tutti (o quasi) sono ben consapevoli di quale gioco si stia giocando e ne sono partecipi, non vittime. Apparire sui giornali per rilanciare la carriera dopo un flop al botteghino, esibire una moglie per tacitare compromettenti voci di omosessualità, portare nella realtà la coppia-da-sogno che milioni di fan hanno adorato sullo schermo e che potrebbe vincere un Oscar, ottenere una famiglia in modo tradizionale, senza che si sollevino dubbi circa le proprie preferenze sessuali… Pensateci bene: questa non è la storia di Evelyn Hugo, questa è la storia di Hollywood e di molti dei suoi più celebri, reali abitanti.

Poi c’è Monique, l’Oreo, come la definivano, ferendola, i compagni di scuola, la figlia di padre afroamericano e madre caucasica, piena delle insicurezze costruite nell’infanzia e solidificate durante la crescita. Monique con le sue scelte di comodo, pronta a sguazzare nella rassicurante mediocrità fino a quando una diva non irrompe nella sua vita sconvolgendo tutto e facendole, però, aprire gli occhi su ciò che davvero è e cosa può ottenere. Sullo sfondo, quasi appena percepibili dietro il fulgore della star, quarant’anni di società a stelle e strisce con le sue contraddizioni, i suoi problemi, le sue lotte: i profughi cubani e il sogno americano, i matrimoni misti e il razzismo, i giornali che danno popolarità e spargono veleno, la ricerca del potere e l’annullamento di sé, l’AIDS e le rivendicazioni LGBT+.

Fabula e intreccio coincidono, i fatti vengono esposti in ordine cronologico con qualche concessione a rari flash-back sia nel racconto di Monique sia in quello, consequenziale ma predominante, di Evelyn; alcuni elementi, riproposti a più riprese, catturano l’attenzione del lettore e lasciano presagire quale sarà la conclusione, che quindi non giunge certo come un fulmine a ciel sereno, e, parallelamente, la stessa funzione preparatoria svolge anche l’unica importante assenza, un’identità taciuta che verrà rivelata solo poche pagine prima della fine ma che i più attenti avranno nel frattempo di sicuro individuato. Lo stile narrativo è agile e colloquiale, la lettura scorre veloce e senza intoppi; alcuni inserti che riproducono ritagli di giornale delle varie epoche contribuiscono a rendere più immersiva e credibile la storia; la voce narrante figlia di matrimonio misto, la diva nata da profughi che incarna il sogno americano e l’onnipresente filosofia gayfriendly trasformano un buon prodotto editoriale in successo clamoroso, tanto che Liz Tigelaar sta già lavorando all’adattamento del romanzo per Netflix. Luci. Standing ovation. The end.

Titolo: I sette mariti di Evelyn Hugo (The seven husbands of Evelyn Hugo) Autrice: Taylor Jenkins Reid Traduttrice: Giovanna Scocchera Editore: Mondadori (Atria Books) Anno di pubblicazione: 2021 (2017)

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Viviana B.

Bene e male esistono e sono in eterna lotta. Non è superstizione, non è fede: ciascuno di noi, credente o ateo che sia, riconosce e distingue ciò che è bene da ciò che è male. Il problema è che la visione è soggettiva.

Anno 1964. I fratellini Alex e Jessica Price vengono rapiti dalla loro casa nel cuore della notte e, nonostante le incessanti ricerche da parte dei genitori e della polizia, di loro si perdono le tracce. California, oggi. Daniel Clark, profiler dell’FBI, non ha dubbi circa Eva: si tratta di un serial killer, uomo, bianco, estremamente lucido e organizzato, la cui mente è devastata da manie mistico-religiose e che ha scelto di farsi chiamare così. Ogni mese, al sorgere della luna nuova, Eva uccide una donna al culmine di un allucinato rituale; le vittime, tutte rinvenute in rifugi sotterranei o caverne, non presentano segni di violenza né fisica né sessuale, sembrano tutte essere state uccise da una malattia dai sintomi simili alla meningite e, nonostante siano già oltre quindici le donne rapite e uccise, né Daniel né la sua nuova collega, l’anatomopatologa Lori Ames, sono riusciti a capire come siano state infettate dal misterioso e letale morbo. In questi mesi Clark ha sacrificato tutto alla ricerca di Eva, incluso il suo matrimonio con la giovane avvocato Heather, ma questa notte tutto potrebbe cambiare. Lui, Lori e una squadra dell’FBI sono sulle tracce di Eva, sanno dove si trova, qual è il rifugio che ha scelto, in una grotta tra i monti della California, e sono certi di poterlo finalmente arrestare: Clark e Ames hanno trovato la sua ultima vittima ancora viva, l’hanno caricata sul sedile posteriore dell’auto e sono pronti a partire quando dall’oscurità, del tutto inatteso, ecco apparire Eva che esplode diversi colpi di pistola contro Daniel. Tutto si fa buio. Dunque, è così che si muore. Silenzio. Il tempo non esiste. Nessuna luce abbagliante. Tic. Tac. Tic. Tac. Buio. Tic. Tac. Il tempo esiste. Venti minuti. Luce. Un miracolo. Rianimare qualcuno dopo venti minuti è al limite delle possibilità umane, è sul labile confine tra scienza e mistero, eppure Lori non si è arresa, Daniel ha lottato. Ed è tornato. Non ricorda, però, il viso di Eva, che nonostante tutto è riuscito nuovamente a beffare gli inseguitori, e non c’è stato modo di salvare la sua ultima vittima. Le indagini tornano, ancora una volta, a un punto morto. O forse no. Da qualche parte, nella sua mente, c’è il ricordo di Eva. Lui l’ha visto, un attimo prima che esplodesse i colpi. Tutto ciò che occorre è farlo riemergere. Ad ogni costo. E mentre le ricerche dell’FBI si intrecciano ai tentativi più folli messi in campo da Daniel e Lori ed Eva continua instancabile il suo lavoro, il lettore ha modo di leggere del rapimento dei piccoli Alex e Jessica Price, del loro isolamento e delle violenze inflitte dai fanatici religiosi Alice e Cyril, sedicenti membri dell’autoproclamata Sacra Congrega di Eva: gli articoli di giornale, che raccontano la storia di un serial killer divisa in nove puntate, si inframezzano alla narrazione delle indagini e delle esperienze vissute da Daniel, Lori e Heather, originando un corpus unico.

La lotta tra bene e male è antica quanto il mondo e non è facile scriverne in modo originale e coinvolgente, ma Dekker ci riesce, creando un thriller in cui ateismo e fede si incontrano, una storia a tratti davvero inquietante in cui le profondità della mente umana scivolano nell’ignoto dell’essenza trascendentale e culminano in un finale da togliere il fiato. Purtroppo, però, la trama presenta delle falle impossibili da ignorare, delle imperdonabili illogicità, prima fra tutte quella che ha per protagonista Heather.

Attenzione – possibile spoiler!

Nonostante l’amore che li lega, il suo matrimonio con Daniel è fallito perché lui era ossessionato dal lavoro, dalla caccia a Eva, tanto da non trovare più tempo per loro due, per la loro vita di coppia, e lei cosa fa? Organizza nel seminterrato una stanza segreta in cui, in modo maniacale, segue i crimini di Eva, cerca di prevederne le mosse, lavora parallelamente all’FBI. Ma allora, visto che tanto siete ossessionati tutti e due, non vi conveniva restare sposati e fare squadra? L’FBI è il meglio-del-meglio (o almeno così viene venduto dalla stampa e dalla cinematografia), eppure una squadra super specializzata, incluso un profiler di prima grandezza che ha tenuto conferenze e pubblicato libri in tutti gli Stati Uniti, non solo riescono a lasciarsi scappare da sotto il naso un serial killer braccato in una grotta, ma fanno anche in modo che si riprenda l’unica vittima sopravvissuta e spari diversi colpi al profiler stesso, il quale, nonostante il rigoroso addestramento, non riesce neppure a estrarre la pistola? Una curiosità che mi tormenta, poi, in quanto italiana, è: ma davvero è così facile, negli Stati Uniti, cambiare nome? Cioè, poniamo che io sia Kate Adams, nata in Minnesota, domani prendo un aereo, volo in California, decido di farmi chiamare Patricia Sloane e nessuno fa domande? Mi rilasciano documenti, patente, mi aprono un conto corrente, mi assumono come Patricia Sloane senza che nessuno si prenda la briga di verificare chi caspita sia, quando e dove sia nata, chi fossero i miei genitori eccetera eccetera?

Fine possibile spoiler.

Scrittura fluida, ritmo incalzante, storia coinvolgente, “Adamo” parte dal passato per introdurre la storia dei fratelli Price e prosegue miscelando le vicende di Alex con quelle di Eva, portando il lettore a capirne le motivazioni e persino a empatizzare con lui. Allo stesso modo, la malattia mentale si mescola e amalgama con il male spirituale, il Male che cerca di farsi largo nell’esistenza degli esseri umani e nel mondo. Eva e Adamo ci portano a una nuova lettura del peccato originale, alla perdita dell’innocenza, a una riscoperta sotto un’altra luce del bene e del male.

Titolo: Adamo (Adam) Autore: Ted Dekker Traduttrice: Annamaria Raffo Editore: Mondadori Anno di pubblicazione: 2010

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Viviana B.

Ciò che era abituale sul vecchio “Nonsolobotte” ha il gusto di novità, qui, ma è anche accompagnato da un certo nervosismo perché, lo confesso, mi sento ancora un’esordiente nel Fediverso. Però qualcosa è rimasto uguale a prima, come il fatto che io non scriva recensioni. Recensire libri è un lavoro serio: si parte da un’attenta analisi del testo, si valuta lo stile narrativo, si argomenta lo sviluppo di intreccio o trama, si esaminano i personaggi e le ambientazioni, si soppesano persino le parole utilizzate, arrivando fino a disquisire se un termine sia più o meno funzionale di un suo sinonimo… un lavorone! Io, qui come sul precedente “Nonsolobotte”, sono e resto una semplice lettrice, non una addetta ai lavori; le mie non sono recensioni ma semplici impressioni e riflessioni scaturite dai libri che mi hanno tenuto compagnia, spesso nelle mie peripezie da pendolare Trenord (a proposito, su Mastodon trovate #libripendolari , oltre alle mie imprecazioni per ritardi e disservizi). Ma adesso bando alle proverbiali ciance e veniamo a lei, alla signora Raisin e alla sua (?) quiche letale.

Agatha ha poco più di cinquant’anni quando decide di averne avuto abbastanza del lavoro e della City, vende la sua agenzia di pubbliche relazioni – che aveva creato dal nulla e fatto prosperare – e acquista il cottage dei suoi sogni nel paesino dei suoi sogni tra i compaesani dei suoi sogni. Solo che non c’è niente di peggio dei sogni che si concretizzano. Il cottage, arredato da un esperto di design d’interno assoldato appositamente, sembra più un set cinematografico che un’abitazione; il paesino pare essere di una noia mortale per una donna in carriera dal piglio deciso e sempre super attiva, abituata a strigliare i dipendenti e a manovrare giornalisti; i compaesani appaiono superficiali quando non apertamente ostili, come quell’antipatica della vicina di casa del cottage Nuova Dehli o quei boriosi snob dei coniugi Cummings-Browne. Agatha, ben decisa a raggiungere un ruolo di spicco nella piccola comunità di Carsely, scopre che a breve si terrà una gara di quiche e pensa bene di partecipare e, ovviamente, vincere: quale modo migliore per inserirsi nel tessuto del villaggio, reclamando la parte di protagonista che da sempre le appartiene da quando ha iniziato a sgomitare nel mondo delle pubbliche relazioni londinesi? Certo, c’è il piccolo dettaglio, forse non proprio irrilevante, che lei non sa cucinare ed è la regina del cibo precotto, la sovrana del microonde, l’imperatrice dell’apri-e-gusta. Come caspita si fa a vincere una gara di quiche, se non si sa cuocere nemmeno un uovo? Facile: si va alla Quicherie di Londra, proprio quel simpatico locale che tante volte le ha salvato le pause pranzo, si compra una quiche agli spinaci, la si porta a casa, si fa sparire la confezione, sostituendola con un incarto volutamente raffazzonato, e la si porta alla gara spacciandola per una propria creazione.

Agatha Raisin e la torta salata spero NON letale Agatha Raisin e la torta salata spero NON letale

Non voglio anticiparvi troppo, per non guastarvi il piacere di scoprire pagina dopo pagina cosa succederà; vi basti sapere, per ora, che Agatha non vince la gara, che il giudice – proprio quel viscido snob di Cummings-Browne – viene trovato morto stecchito nella propria casa il giorno dopo aver cenato con la quiche portata da Agatha e che lei pensa bene di improvvisarsi detective, non tanto per discolparsi dall’accusa – che peraltro quasi nessuno le rivolge – di avvelenamento, quanto per diventare persona di spicco nel villaggio, ruolo che le è sfuggito nella gara di cucina palesemente truccata.

La lettura corre via veloce, personalmente non mi sono innamorata dei personaggi – Agatha l’ho trovata anche un po’ antipatica, a dirla tutta, ma forse era a questo che puntava l’autrice – ma la trama è intrigante e la scrittura davvero piacevole, con punte di ironia British che non guastano certo.

Il libro, la cui lettura era stata suggerita su Mastodon.uno da troppacaffeina, era uno di quelli che giacevano dimenticati in un angolo, uno dei tanti (troppi?) acquistati d’impulso e poi accantonati in attesa di avere tempo… Be’, questa esperienza mi ha ricordato – come già affermava un bel po’ di secoli fa Seneca nel De brevitate vitae – che il tempo non è poco, dipende dall’uso che se ne fa. Io, ad esempio, ho approfittato dei miei viaggi in treno e dell’ interminabile pomeriggio ai seggi elettorali con miserrima affluenza di votanti per leggere.

Viviana B.