I dossier di Max Palmieri

Fatti, cronache e indagini a Montescuro

Sangue Arcano Dossier n. 1 – Sangue Arcano Classificazione: riservato Redatto da: Max Palmieri Stato del caso: chiuso

Dopo notti di pioggia e di freddo intenso, Montescuro all’alba di quel 12 febbraio 2023 si risvegliò con un tiepido sole e con un omicidio, tanto per cambiare. In fondo questa città non ha grandi risorse positive a cui attingere per poter iniziare una giornata in santa pace. Un caffè al volo e ciò che rimaneva della seconda metà di una brioche alla marmellata che avevo preso al Bar Bara il giorno prima. La mia colazione prima di accedere alla chiesa di San Volenzio, chiesa sconsacrata da quasi un secolo e utilizzata per eventi mondani di basso rango. Il mio fido braccio destro, l’ispettore Giorgio “Giorgione” Ferro mi aspettava sul sagrato della ex chiesa. Le auto di pattuglia e il furgone della scientifica erano già sul posto. Solo io ero in ritardo e di una buona mezz’ora. La facciata della chiesa emergeva dalla foschia del mattino come il relitto di qualcosa che Montescuro aveva cercato inutilmente di dimenticare. San Volenzio si trovava poco oltre il Ponte Romano, ai margini della zona sudorientale della città, vicino al corso del Fiume Manno. Le mura esterne erano screpolate dall’umidità. Le statue prive di volto sembravano osservare ogni movimento dalla sommità della facciata annerita. L’edificio era stato sconsacrato nel 1931 dopo un incendio mai chiarito che aveva distrutto parte dell’abside. Negli anni successivi era diventato teatro di aste clandestine, ricevimenti decadenti, spettacoli improvvisati e incontri privati che nessuno aveva interesse a verbalizzare. Ferro aveva il soprabito aperto e l’espressione di chi aveva già fumato troppe sigarette prima delle otto del mattino. L’odore del suo dopobarba costoso riusciva ancora a imporsi persino sopra quello dell’umidità stagnante che impregnava il sagrato. L'accesso principale era stato forzato dall'interno ma non cerano evidenti segni di scasso. Questo significava una cosa soltanto: che chi era entrato in chiesa possedeva la chiave originale. Doroteo Leni, capo della Polizia Locale, aveva già isolato il perimetro. I suoi uomini tenevano lontani curiosi, giornalisti e residenti del Quartiere Baseno che avevano iniziato ad affacciarsi lungo le transenne attratti dalle luci blu dei lampeggianti. Dentro la chiesa il freddo penetrava nelle ossa e l'odore di muffa e di marcio era insopportabile. I primi rilievi della Scientifica erano stati eseguiti nella navata centrale. Paride Lanfranconi stava coordinando il lavoro con la precisione metodica che lo rendeva il miglior analista forense di tutta Valnera. Ogni movimento era ridotto all’essenziale. Ogni ordine pronunciato a bassa voce. Non era un tipo da “teatrino” come molti colleghi. Lanfranconi era un uomo tutto d'un pezzo e non si perdeva di certo in chiacchiere e bisbigli. La dottoressa Federica Diotallevi, medico legale, si trovava nella cripta poco al di sotto di quello che un tempo era l'altare principale. Scendemmo lungo una scala stretta consumata dall’umidità. Le pareti trasudavano acqua. Il soffitto basso obbligava a piegare leggermente il capo. La luce dei fari portatili della Scientifica si rifletteva sull’acqua stagnante creando movimenti deformi lungo i muri. La vittima si trovava proprio al centro della cripta. Maschio, quarantacinque anni. Corporatura esile. Vestito elegantemente con una giacca e pantaloni neri, camicia bianca e cravatta blu scuro. Le scarpe pulite, nessun residuo di fango o di terra. Questo significava che la vittima non aveva raggiunto la cripta autonomamente attraversando i sentieri fangosi attorno alla chiesa. Qualcuno lo aveva accompagnato o piu' semplicemente trasportato. Il cadavere era disposto in posizione perfettamente simmetrica. Braccia lungo i fianchi. Palmi rivolti verso l’alto. La pelle aveva una tonalità cerea anomala. La dottoressa Diotallevi mi indicò il torace dove era evidente un'incisione che partiva appena sotto lo sterno. Tre cerchi concentrici attraversati da una linea verticale. L’assassino possedeva conoscenze anatomiche avanzate. L’assenza quasi totale di sangue sulla scena rese immediatamente evidente che la vittima fosse stata dissanguata altrove oppure che il sangue fosse stato raccolto deliberatamente durante il rituale. Quella seconda ipotesi iniziò a prendere forma quando Clotilde Mazza individuò tracce di cera nera disposte secondo uno schema geometrico preciso attorno al corpo. Una sorta di cerchio di limitazione. Clotilde aveva sviluppato negli anni una competenza insolita nella simbologia rituale. Ed era anche il motivo per cui spesso riusciva a vedere connessioni che sfuggivano agli altri. Vicino al muro orientale della cripta trovammo la prima iscrizione. “QUOD SANGUIS CELAT, UMBRA CUSTODIT”. Ciò che il sangue nasconde, l'ombra custodisce. La frase era stata tracciata usando sangue misto a cenere. Le analisi preliminari individuarono residui ossei carbonizzati miscelati al composto ematico. Luca Morro iniziò subito il recupero dei flussi video urbani. Nessuno conosceva il sistema di sorveglianza di Montescuro meglio di lui. Telecamere comunali, private, industriali, ferroviarie. Luca era capace di ricostruire gli spostamenti di un individuo attraversando mezza provincia usando riflessi, ombre e tempi morti dei semafori. Alle 10:42 individuò il primo elemento utile. Una berlina nera compariva in prossimità della chiesa alle 00:43. Targa falsa. Nel frattempo Davide Fonzarelli aveva iniziato la ricostruzione economica della vittima attraverso banche dati tributarie e accessi bancari. L’identificazione arrivò alle 11:27. La vittima era Elia Venturi di professione restauratore di arte sacra. Nessun precedente penale. Celibe. Residente nel quartiere Magno e scomparso da diciotto giorni. L’appartamento di Venturi venne trovato in ordine ossessivo. Nessun segno di colluttazione. Nessuna effrazione. Sul tavolo dello studio erano presenti libri di paleografia religiosa, anatomia medievale e ritualistica ermetica. Ma il dettaglio più importante era un fascicolo incompleto proveniente dall’Archivio Comunale. Mancavano alcune pagine quelle relative alla confraternita “Custodi Dell’Ombra” il cui nome già appariva negli archivi del ministero degli Interni negli anni ’90. Tutti casi archiviati. Morti sospette, sparizione, incendi e sempre quella frase e sempre lo stesso simbolo. Alessandra Portobello riuscì a recuperare una copia parziale del dossier originale all’interno di un archivio dimenticato sotto il Palazzo del Municipio. Le pagine erano umide, corrose ma leggibili. Descrivevano rituali basati sul concetto di memoria ematica. Secondo la confraternita il sangue umano non trasportava soltanto materiale biologico ma anche la memoria. I Custodi dell’Ombra credevano che fosse possibile trasferire frammenti cognitivi da un individuo all’altro attraverso raccolte rituali progressive. Una teoria delirante. Eppure tutto ciò che stavamo trovando sembrava costruito esattamente attorno a quel principio. Ermete Sinegundo entrò nell’indagine due giorni dopo. Ufficialmente era uno storico dell’esoterismo. In realtà era molto più utile di quanto fossi disposto ad ammettere apertamente nei rapporti ufficiali. Viveva isolato vicino alla Collina degli Spiriti. La sua abitazione sembrava una biblioteca sopravvissuta a un incendio. Fu lui a identificare il simbolo inciso sul corpo di Venturi. “Sigillo della Settima Apertura”. Un marchio associato a rituali di trasmissione mnemonica praticati da correnti eretiche europee tra il XVII e il XIX secolo. Secondo i testi consultati da Sinegundo il rituale richiedeva sette soggetti compatibili dal punto di vista genetico. Sette raccolte. Sette contenitori per sette memorie. A quel punto tornammo nella cripta. Dietro l’altare secondario individuammo una nicchia murata. Dentro trovammo sette flaconi di vetro sigillati con ceralacca nera. Sei pieni ed uno vuoto. Il sangue contenuto nei flaconi apparteneva a diverse persone. Lanfranconi e Diotallevi lavorarono per quasi diciotto ore consecutive nel laboratorio della Scientifica. Il risultato arrivò durante la notte. Tutti i campioni condividevano una rara mutazione autoimmune ereditaria. La stessa presente in Elia Venturi. La stessa presente in altri cinque soggetti scomparsi negli ultimi undici mesi. Archivisti, bibliotecari, ricercatori e restauratori. Tutti collegati all’archivio di Montescuro. Tutti inconsapevolmente selezionati. Fu in quel momento che capii che il caso non riguardava soltanto un omicidio rituale. L’indagine cambiò direzione quando Giorgio Ferro individuò un collegamento tra Elia Venturi e il vecchio manicomio criminale situato a ovest della città. L’edificio era abbandonato da decenni. Le pareti ancora segnate da vecchie contenzioni metalliche. Nei sotterranei trovammo documentazione mai inventariata: fotografie, referti e trascrizioni. Poi una fotografia datata 1968 dove apparivano sette uomini vestiti con una tunica nera e la cripta di San Volenzio sullo sfondo. Tra quei volti riconobbi mio padre, morto nel 2003. Il sangue mi si gelò addosso più del freddo presente in quel sotterraneo. Davide Fonzarelli iniziò immediatamente a scavare nei movimenti finanziari collegati agli ex membri della confraternita. Le transazioni conducevano verso una società agricola inattiva lungo la Strada per San Giovanni alle Corde. La nebbia della notte precedente si era trasformata in una foschia bassa che galleggiava tra gli alberi spogli e i campi incolti. Dall’esterno l’edificio appariva come una semplice struttura agricola abbandonata. Tetti bassi, intonaco consumato e finestre chiuse da anni. Niente che potesse attirare l’attenzione di un passante occasionale. Niente che lasciasse intuire ciò che avremmo trovato all’interno. La serratura principale non mostrava segni di effrazione recente. Qualcuno continuava a utilizzare quel luogo con regolarità e con estrema cautela. Superato l’ingresso ci trovammo davanti a un ambiente freddo e silenzioso. L’aria era impregnata dell’odore tipico dei locali refrigerati e dei disinfettanti ospedalieri. Non era un odore compatibile con una cascina abbandonata. Le prime stanze apparivano quasi vuote, ma bastò proseguire verso il seminterrato per comprendere la vera natura del sito. All’interno trovammo celle frigorifere industriali ancora funzionanti. Sacche ematiche prive di qualsiasi registrazione sanitaria. Strumentazioni mediche obsolete ma perfettamente mantenute. Centrifughe, supporti per flebo, sistemi di conservazione e apparecchiature che avrebbero dovuto trovarsi in un laboratorio autorizzato e non in una struttura nascosta tra i boschi di Montescuro. In una stanza laterale erano conservati appunti e manoscritti, schemi anatomici e trascrizioni di testi esoterici che richiamavano direttamente il materiale recuperato nella cripta di San Volenzio. Tuttavia fu un altro elemento a catturare immediatamente la nostra attenzione. Sopra un tavolo metallico, protetto da una cartellina di cuoio nero, trovammo un registro. Le pagine erano ordinate con precisione quasi maniacale. Nessuna annotazione superflua. Nessuna firma. Nessun riferimento diretto ai responsabili. Soltanto sette nomi. Sei risultavano barrati con una linea netta e definitiva. Uno soltanto era ancora privo di segni. Il settimo soggetto risultava residente nel Quartiere Spilingardo. Lasciammo immediatamente la proprietà e organizzammo l’intervento. Quando arrivammo al suo appartamento era già sparito. Nessun segno di violenza. Nessuna effrazione. Nessun indizio evidente di colluttazione. Soltanto una finestra aperta e l’odore pungente della pioggia entrata durante la notte. La stanza appariva stranamente ordinata. Troppo ordinata. Come se qualcuno avesse avuto tutto il tempo necessario per cancellare le proprie tracce. Mentre la Scientifica eseguiva i rilievi, Luca Morro iniziò a recuperare le ultime immagini disponibili dalle telecamere cittadine. La stessa berlina nera comparve nuovamente nei filmati. Stesso percorso. Stessi punti ciechi. Stessa capacità di muoversi attraverso Montescuro evitando ogni sistema di sorveglianza. Questa volta però Luca riuscì a ottenere qualcosa di diverso. Un dettaglio quasi invisibile riflesso sul vetro di una farmacia lungo il percorso seguito dal veicolo. Una porzione del volto del conducente abbastanza nitida da consentire un confronto biometrico. Le elaborazioni continuarono per ore. Alle 03:12 arrivò il risultato. Compatibilità genetica parziale con il DNA recuperato sulla fotografia del 1968 rinvenuta nel vecchio manicomio criminale. Compatibilità diretta con mio padre. Rimasi seduto nel mio ufficio per diversi minuti senza riuscire a muovermi. Ogni caso affrontato negli ultimi anni improvvisamente assumeva contorni diversi. Le sparizioni. I simboli. Gli archivi mutilati. I fascicoli scomparsi. Le coincidenze che avevo considerato semplici anomalie investigative. Tutto sembrava convergere verso un’unica direzione. Qualcuno aveva continuato il rituale nell’ombra. E soprattutto qualcuno stava aspettando che io arrivassi abbastanza vicino alla verità. La conferma definitiva arrivò poche ore dopo. Paride Lanfranconi completò l’ultima analisi biologica sui residui ematici trovati nella cripta di San Volenzio. Il sangue recente presente sulla fotografia del 1968 non apparteneva a un cadavere riesumato. Apparteneva a un uomo ancora in vita. In quel momento compresi la parte peggiore dell’intera indagine. Mio padre non era il ricordo oscuro nascosto dietro questi fatti. Era ancora dentro la città. Respirava la stessa nebbia. Camminava probabilmente sulle stesse strade che percorrevamo ogni giorno. E, cosa ancora più inquietante, aveva osservato ogni fase dell’indagine dall’inizio, guidandoci verso una verità che sembrava aver deciso personalmente quando e come rivelare.

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