manifesto

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dove si incontrano relazioni, musica e corpo.

Lateral

Lateral nasce da un modo diverso di guardare le cose.

Il nome prende ispirazione dal lateral thinking e dall’immaginario della skate culture: cambiare prospettiva, cercare nuove traiettorie, attraversare gli spazi invece di seguirne il percorso più ovvio.

Essere laterali non significa stare ai margini.

Significa scegliere un altro punto di vista.

Esserci senza occupare tutto lo spazio.

Lasciare una traccia senza imporre una direzione.

LATERAL è un porto urbano.

Un luogo dove approdano persone, idee, corpi, suoni e relazioni.

Non un contenitore di eventi, ma uno spazio da attraversare.

Un posto dove linguaggi diversi possono incontrarsi senza dover diventare uguali.

Dove la musica incontra il corpo.

Il corpo incontra le persone.

E le persone, a volte, finiscono per cambiare direzione.

Da officina a laboratorio

Prima di essere LATERAL, Basso Acquar 20c è stato altro.

Un’appendice delle Cartiere Fedrigoni.

Un’officina elettromeccanica.

Un luogo di lavoro.

Una chiesa battista

Le pareti raccontano ancora questa storia.

I macchinari non sono soltanto oggetti. Sono tracce.

Odori.

Conservano il ritmo delle mani che li hanno usati, il rumore del ferro, il tempo di chi ha abitato questo spazio prima di noi.

Non volevamo cancellare tutto questo.

Volevamo partire da lì.

Per questo Basso Acquar 20c diventa LATERAL senza smettere di essere ciò che è stato.

Perché un laboratorio non è soltanto un edificio.

È un modo di stare al mondo.

È il desiderio di continuare a sperimentare.

Di tenere aperte le domande.

Di lasciare che cose, materie diverse entrino in relazione.

Lo straordinario del normale

Viviamo in un tempo che ci spinge a cercare continuamente ciò che è straordinario.

L’ospite più famoso.

L’artista più riconosciuto.

La performance wow che sorprende.

Come se il valore abitasse soltanto nei picchi.

A noi interessa anche tutto il resto.

Ci interessano le persone che stanno costruendo qualcosa.

Quelle che provano.

Che cambiano idea.

Che affinano un gesto ogni giorno, anche quando nessuno le guarda.

LATERAL nasce anche per loro.

Per questo immaginiamo uno spazio in cui possano convivere artisti e artigiani, professionisti e appassionati, persone che insegnano e persone che stanno ancora imparando.

Non perché siano uguali.

Ma perché ognuno custodisce un sapere che vale la pena mettere in circolo.

Ci interessano più i processi che i risultati.

Più le domande delle risposte.

Più il percorso del traguardo.

L’eccellenza non è il problema.

Lo diventa quando è l’unica storia che sappiamo raccontare.

Un porto non accoglie soltanto le grandi navi.

Accoglie tutto ciò che porta con sé una possibilità.

Vorremmo che LATERAL funzionasse così.

Come un luogo in cui sentirsi autorizzati a esserci, prima ancora di sentirsi arrivati.

Accoglieremo prima chi ha bisogno di attrezzi.

Per riparare le vele.

E i battiti del corpo.

Distinguere vs separare ars.

Ci interessa quel filo sottile che unisce il lavoro delle mani alla ricerca artistica.

Per molto tempo abbiamo separato ciò che è arte da ciò che è artigianato. Come se creare un’opera e costruire un oggetto appartenessero a mondi diversi.

Eppure condividono la stessa origine.

Il sapere che nasce dal fare.

Dalla mano che immagina e trasforma.

Ogni opera conserva il movimento di chi l’ha realizzata.

Ogni lavoro manuale contiene una forma di immaginazione.

Per questo non ci interessa difendere il confine tra arti nobili e mestieri.

Ci interessa attraversarlo.

C’è una parola antica che continua ad accompagnarci.

Ars.

Oggi la associamo quasi esclusivamente all’arte.

Ma per molto tempo ha significato qualcosa di più semplice e più profondo.

Saper fare.

Conoscere attraverso il gesto.

Trasformare la materia.

Per questo facciamo fatica a vedere una distanza così netta tra arte e artigianato.

Ogni opera porta con sé il corpo che l’ha generata.

Ogni lavoro manuale contiene un atto creativo.

Ci interessa quel territorio in cui queste categorie iniziano a perdere importanza.

Dove il valore non dipende dall’etichetta, ma dall’intenzione, dalla cura, dal tempo.

Pensiamo all’oreficeria.

È arte?

È artigianato?

Probabilmente entrambe le cose.

La domanda diventa ancora più interessante quando i mondi sembrano lontanissimi.

La meccanica e la danza, per esempio.

La meccanica nasce dalla forgia.

Richiede precisione.

Ascolto.

Ritmo.

Una continua negoziazione con la materia.

Anche la danza è una forma di ascolto.

Anche la danza lavora con il ritmo.

Anche la danza modella una materia.

Solo che quella materia è il corpo.

Dove finisce allora la meccanica?

E dove comincia la danza?

Cosa succede quando un meccanico riconosce qualcosa di sé nel gesto di un danzatore?

O quando un danzatore entra in un’officina e si accorge che quel luogo gli è meno estraneo di quanto immaginasse?

Forse è proprio lì che nasce qualcosa di nuovo.

Nel momento in cui smettiamo di difendere i confini e iniziamo ad attraversarli.

Per noi LATERAL è questo.

Uno spazio in cui linguaggi diversi non cercano di assomigliarsi.

Scoprono di avere, da sempre, qualcosa in comune.

Restando distinti.

Il centro di a lateral: musica e corpo

Al centro di LATERAL ci sono due linguaggi che esistono da molto prima delle parole.

La musica.

Il corpo.

Uno chiama.

L’altro risponde.

A volte basta un ritmo perché uno spazio cambi significato.

Una stanza smette di essere soltanto una stanza.

Diventa un luogo.

Le persone smettono di essere semplici spettatori.

Diventano presenza.

Per noi il corpo non è uno strumento.

È il primo luogo in cui facciamo esperienza del mondo.

Per questo non ci interessa il movimento come tecnica.

Ci interessa il movimento come relazione.

Con sé stessi.

Con Eros.

Con gli altri.

Con lo spazio.

Con il tempo.

Con la musica.

Nel mondo occidentale abbiamo progressivamente separato la danza dalla vita quotidiana.

Da una parte è diventata una disciplina.

Dall’altra un’esibizione.

Abbiamo iniziato a pensare che ballare fosse qualcosa riservato a chi lo sa fare bene.

E, senza accorgercene, abbiamo smesso di riconoscere il suo significato più semplice.

Ballare è uno dei modi più antichi che abbiamo per stare insieme.

Per celebrare.

Per attraversare un momento.

Per ascoltare il nostro corpo senza bisogno di tradurlo in parole.

Per noi ballare non significa eseguire bene dei passi.

Significa esserci.

Lasciarsi attraversare dalla musica.

Accorgersi del proprio respiro.

Del peso del corpo.

Della presenza degli altri.

Di ciò che accade intorno.

È una pratica di ascolto.

Prima ancora che di movimento.

Anche chi fa musica cambia prospettiva.

Suonare per persone sedute è diverso dal suonare per corpi disponibili al movimento.

Suonare per il movimento, è diverso.

Il ritmo acquista un altro peso.

Il silenzio assume un altro valore.

Ogni scelta dialoga con ciò che succede nello spazio.

La musica smette di essere soltanto qualcosa da ascoltare.

Diventa qualcosa da abitare.

Per questo non cerchiamo concerti da consumare.

Cerchiamo esperienze da condividere.

Momenti in cui chi suona e chi ascolta partecipano allo stesso gesto.

Con ruoli diversi.

Ma con la stessa presenza.

Ci piace immaginare la musica come una tavola apparecchiata.

Non basta che il cibo sia buono.

Deve nutrire.

Un buon piatto coinvolge tutti i sensi.

Una buona esperienza musicale dovrebbe fare lo stesso.

Non limitarsi a essere ascoltata.

Ma lasciare una traccia nel corpo.

Oltre le appartenenze

Abbiamo bisogno di appartenenze.

Ci aiutano a capire chi siamo.

Ci fanno sentire parte di qualcosa.

Succede nella musica.

Succede nella danza.

Succede nell’arte.

Succede nel lavoro.

Ma un confine, se smette di essere attraversato, finisce per diventare un muro.

LATERAL nasce per aprire passaggi.

Ci incuriosiscono gli incontri improbabili, le contaminazioni.

Quelli in cui un DJ si ferma ad ascoltare un artigiano.

Un saldatore resta davanti a una performance.

Un danzatore entra in un’officina senza sentirsi fuori posto.

Non vogliamo cancellare le differenze.

Sono proprio le differenze a rendere interessanti gli incontri.

Ci interessa creare le condizioni perché mondi diversi possano sfiorarsi.

Perché è spesso ai margini delle nostre abitudini che succede qualcosa di nuovo.

È lì che il pensiero laterale smette di essere un concetto.

E diventa un’esperienza.

Un luogo che continua a cambiare

LATERAL non nasce finito.

Come ogni laboratorio, prende forma mentre viene attraversato.

Ci saranno idee che funzioneranno.

Altre che cambieranno strada.

Persone che arriveranno.

Persone che partiranno.

Nuove collaborazioni.

Nuove domande.

Nuove possibilità.

Non vogliamo controllare tutto.

Vogliamo costruire le condizioni perché possano accadere cose che oggi ancora non immaginiamo.

Per questo immaginiamo LATERAL come un luogo aperto.

Alle persone.

Ai linguaggi.

Alle differenze.

Alle contaminazioni.

Agli errori.

Anche la complessità fa parte del progetto.

Non è qualcosa da risolvere.

È qualcosa da imparare ad abitare.

Crediamo che le idee migliori nascano raramente da una sola voce.

Nascono quando esperienze diverse trovano il modo di lavorare insieme.

Quando le competenze si incontrano.

Quando qualcuno porta una domanda che cambia il punto di vista di tutti gli altri.

Anche il modo in cui questo luogo si sosterrà nel tempo farà parte della ricerca.

Non cerchiamo soltanto un equilibrio economico.

Cerchiamo un equilibrio culturale.

Un modello capace di durare senza smettere di evolversi.

Per questo il riuso, la trasformazione e la rigenerazione non sono semplicemente pratiche sostenibili.

Sono il modo in cui leggiamo il mondo.

Questo edificio lo racconta meglio di qualsiasi teoria.

È stato fabbrica.

È stato officina.

È stato chiesa.

Oggi è LATERAL.

Non perché abbia dimenticato ciò che è stato.

Ma perché continua a portarlo con sé.

Come ogni corpo.

Ogni corpo cambia.

Eppure resta riconoscibile.

Ogni gesto lascia una traccia.

Ogni incontro modifica qualcosa.

Ogni battito prepara quello successivo.

Vorremmo che succedesse anche qui.

Che chi entra a LATERAL non trovi semplicemente un programma.

Magari qualcosa che gli permette di uscire con una domanda in più.

Con una relazione in più.

Con un ritmo nuovo dentro al corpo.

In fondo è questo che fanno i porti.

Accolgono ciò che arriva.

E lasciano partire qualcosa di diverso.