Come un'emozione può cambiare il mondo

Le rage rooms e la rabbia delle donne

Copertina andata in onda il 10.10.2024

Stanno sorgendo un po’ dappertutto: dopo aver conquistato americani e giapponesi, hanno cominciato a spuntare in varie città d’Italia, da Milano a Roma, da Rimini a Bari, e anche in Svizzera.

Sono le rage rooms, le stanze della rabbia: ci si iscrive online o telefonando, ci si presenta il giorno e l’orario pattuito e si viene addestrati dagli addetti ai lavori circa il regolamento e l’uso corretto del luogo.

A disposizione ci sono mazze da baseball, ferri da golf, badili, piedi di porco e dopo aver indossato il vestiario antinfortunistico si può iniziare l’opera di distruzione: il kit di oggetti da rompere viene fornito dal personale.

Non è consentito distruggere il locale ma per il resto tutto è lecito: scegliere la musica di sottofondo, gridare parolacce o inveire contro il capoufficio.

È assodato – ci ha spiegato Franco Palazzi, autore del volume La politica della rabbia, che l’incapacità di articolare la rabbia costituisce una componente significativa sia della depressione sia dell’ansia, condizioni diagnosticate molto più frequentemente nelle donne che negli uomini, mentre il maggior tasso di sofferenza mentale femminile è confermato da studi che mostrano come le donne provino sistematicamente più rabbia degli uomini.

A dare un nome e strumenti di espressione alla rabbia femminile ci hanno provato a partire dagli anni ‘60 le femministe, portandola in piazza, urlandola nei megafoni, teorizzandola nei loro volantini e nei loro libri.

Una di loro, l’americana Shulamith Firestone, proponeva una modalità di protesta piuttosto originale, cioè un boicottaggio dei sorrisi, che avrebbe permesso alle donne di abbandonare il sorriso che chiamava “di cortesia”, iniziando a sorridere solo quando qualcosa faceva loro realmente piacere.

Un modo – spiega ancora Franco Palazzi – per liberarsi di quella sottile forma di oppressione interiorizzata che era (e forse è ancora ) l’obbligo di sorridere agli altri – soprattutto uomini – per metterli a proprio agio.

Non stupisce dunque se le rage rooms piacciono soprattutto alle donne, tra i 25 e i 40 anni.

Ma veramente la rabbia si può evacuare chiudendola in una scatola da nascondere sotto il letto? Forse erano più sagge quelle femministe che la portavano in strada, la facevano prendere aria, la ammaestravano collettivamente e la facevano diventare una fionda contro i loro oppressori.

@MattiaPelli@mastodon.uno