“La nuit des temps”, romanzo del 1968 di René Barjavel, è un romanzo segnato dal tempo in cui è stato scritto: imbarazzanti alcune parti in cui emerge un'immagine della donna del tutto conservatrice e un'idea del romanticismo e del ruolo dell'uomo nelle cose dell'amore assolutamente maschilista. Eppure Barjavel nell'immaginare il mondo di Gondawa, scomparso 900.000 anni fa, riesce ad innalzarsi al di sopra del suo tempo, raccontando di due società nemiche ma interessanti dal punto di vista dei rapporti umani. Il libro, che racconta del tentativo di un manipolo di scienziati di riportare in vita due esseri umani trovati ibernati al Polo Nord, è una favola utopica che finisce male, pur esaltando l'idea – un po' vecchia – dell'amore eterno. Intorno una umanità a tratti partecipe, a tratti indifferente, in preda agli spasimi della guerra fredda e delle guerre ricorrenti. E poi – inaspettatamente – irrompono sulla scena gli studenti: nel mondo utopico del passato e in quello contemporaneo, era il 1968. Anche se lo stesso Barjavel, nel suo romanzo, specifica di averlo scritto prima dell'esplosione del maggio francese, c'erano già le rivolte studentesche negli USA e alla fine è a loro che è affidata l'ultima parola: “Pao!” urlano nelle strade, il modo di dire “No!” nella lingua Gondawa. Consigliatomi da una amica francese, che ha detto essere stato per lei un vero e proprio romanzo di formazione, si legge con interesse, soprattutto per chi ama la fantascienza un po' old style e riesce ad andare oltre le parti troppo invecchiate. Molte scene di sesso piuttosto esplicite, ammantate da un romanticismo un po' zuccheroso, ne colorano lo sviluppo.