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A che età la violenza diventa una scelta? Tredici anni non significa senza volontà

“Un casco da softair. Due coltelli. Uno spray urticante. Uno smartphone acceso. Una videochiamata già partita. Poi una porta che si apre.”

Non è una scena di un film di Quentin Tarantino. Non c'è una colonna sonora, nessuna macchina da presa, nessun regista che urla «azione». C'è un'aula di scuola media e c'è una professoressa e davanti a lei un ragazzo di tredici anni che ha preparato tutto.

È successo il 18 settembre 2026, alla scuola media Giovanni Verga di Centocelle, a Roma. E no, non è l'inizio della sceneggiatura dell'ultimo film di Tarantino. È la realtà.

Che cosa succede quando la violenza non esplode semplicemente, ma viene preparata, organizzata e persino trasformata in uno spettacolo da condividere?

Non è stato uno scatto improvviso.

Gli elementi finora emersi descrivono una sequenza che presenta diversi elementi preparatori. Il ragazzo sarebbe entrato in ritardo a scuola, e passando dal bagno, avrebbe indossato casco e occhiali da softair, preparato due coltelli e avviato una videochiamata prima dell'aggressione. La docente è stata colpita dopo che il ragazzo avrebbe utilizzato dello spray urticante. Il telefono è stato sequestrato e gli investigatori stanno verificando l'eventuale trasmissione dell'azione attraverso Telegram. Un compagno sarebbe poi intervenuto interrompendo l'aggressione.

Sono elementi importanti perché mostrano una differenza sostanziale tra un comportamento impulsivo e una condotta nella quale compaiono preparazione, scelta degli strumenti, individuazione di un bersaglio e costruzione di una possibile scena da condividere.

Questo, però, non significa che siano già note tutte le motivazioni. È stato riferito anche un possibile risentimento legato a due debiti formativi, ma il movente e l'eventuale ruolo di comunità online restano oggetto di accertamento. Trasformare queste ipotesi in certezze significherebbe anticipare un'indagine che non è ancora conclusa.

Quando la violenza cerca anche un pubblico

È forse questo l'aspetto più interessante dell'episodio. Un'aggressione può essere un atto di rabbia, di vendetta o di perdita di controllo. Ma quando compaiono strumenti da ripresa e una potenziale trasmissione in diretta, entra in gioco un'altra dimensione: quella della performance.

Non c'è soltanto una vittima, c'è anche un possibile pubblico anche se scelto. Un precedente avvenuto nel marzo 2026 a Trescore Balneario presenta alcune analogie: anche in quel caso un tredicenne aggredì una docente e, secondo le ricostruzioni disponibili, portò a scuola un coltello, una scacciacani e uno smartphone utilizzato per riprendere l'azione.

Le analogie sono evidenti, ma non autorizzano a trasformare episodi diversi in un unico fenomeno. Ogni caso può avere motivazioni, contesti familiari, dinamiche tra pari e percorsi personali differenti. La cosa che emerge è piuttosto un cambiamento nel modo in cui alcune forme di violenza possono essere concepite: non soltanto come azione, ma come contenuto.

Ma i minorenni sono davvero sempre più violenti?

Qui bisogna fermarsi. La cronaca può dare l'impressione di una progressiva riduzione dell'età degli autori di episodi violenti. I dati disponibili, però, non consentono di sostenere semplicemente che “l'età degli aggressori sta scendendo sempre di più”. Nel decennio considerato sono aumentate, tra i 14 e i 17 anni, le segnalazioni relative a rapine, lesioni personali, risse, minacce e porto abusivo di armi od oggetti atti a offendere. Queste ultime sono passate da 778 nel 2019 a 1.946 nel 2024.

Ma il quadro è meno lineare di quanto potrebbe sembrare: nello stesso periodo i minori e giovani adulti segnalati agli Uffici di servizio sociale minorile sono diminuiti da circa 23.000 nel 2004 a 14.220 nel 2024. Anche per quanto riguarda le aggressioni al personale scolastico bisogna evitare conclusioni affrettate. Il monitoraggio sistematico del Ministero dell'Istruzione è iniziato soltanto nel 2023 e gli episodi segnalati sono passati da 71 nell'anno scolastico 2023/2024 a 51 nel 2024/2025.

Insomma: esistono segnali preoccupanti nella violenza giovanile, ma non tutto cresce e non ogni episodio dimostra una tendenza generale. Intenzionalità e responsabilità non sono la stessa cosa È qui che il dibattito pubblico rischia di confondere due concetti diversi. Un tredicenne può sapere che colpire una persona con un coltello è sbagliato. Può persino organizzare concretamente un'azione per farlo.

Questo non significa automaticamente che possieda la stessa capacità di controllo, previsione delle conseguenze e autodeterminazione di un adulto. In Italia la soglia dei quattordici anni ha una conseguenza giuridica precisa: chi non ha ancora compiuto quattordici anni non è imputabile. Tra i quattordici e i diciotto anni, invece, la capacità di intendere e di volere viene valutata nel caso concreto. “Non imputabile”, però, non significa che non sia successo nulla. Significa che l'ordinamento stabilisce una diversa risposta alla condotta del minore. In presenza delle condizioni previste dalla legge possono essere adottate anche misure di sicurezza.

La distinzione è fondamentale: riconoscere l'età evolutiva non significa negare l'azione compiuta.

La scorciatoia dei social

Ogni volta che un adolescente commette un atto violento utilizzando uno smartphone, la tentazione è immediata: dare la colpa ai social. È una spiegazione semplice. Forse troppo.

Le piattaforme possono certamente avere un ruolo. Possono offrire modelli da imitare anche se negativi, linguaggi, immagini, comunità, pubblico e strumenti per trasformare un'azione in una performance. In alcuni casi di violenza mirata ed estremismo, materiali online sono stati utilizzati anche come propaganda e repertorio operativo. Ma questo non significa che una piattaforma “causi” automaticamente un'aggressione.

Nel caso romano, al momento, il social può essere considerato un possibile ambiente, strumento o amplificatore. Non è dimostrato che sia stato la causa originaria della violenza.

La differenza non è accademica. È fondamentale per capire dove intervenire.

Famiglia, scuola, piattaforme: chi deve intervenire? Cercare un unico colpevole è probabilmente la risposta più facile e meno utile.

La responsabilità penale è personale e non può essere trasferita automaticamente ai genitori. Esiste però una dimensione educativa e civile che coinvolge la famiglia. La scuola ha responsabilità di ascolto, vigilanza e segnalazione; le piattaforme hanno responsabilità nella progettazione dei servizi, nella moderazione e nella gestione dei contenuti violenti; lo Stato deve garantire servizi, prevenzione e strumenti adeguati di intervento. Questo non significa che tutti siano ugualmente responsabili. Significa piuttosto che una violenza preparata può attraversare più ambienti contemporaneamente: casa, scuola, gruppo dei pari e rete.

E proprio per questo la prevenzione non può limitarsi a cercare “il ragazzo problematico”. I segnali possono esistere prima dell'aggressione Una delle indicazioni più interessanti arriva dagli studi sugli attacchi scolastici sventati.

In un'analisi statunitense citata nel documento, il 94% degli autori aveva comunicato in qualche forma l'intenzione di attaccare; l'85% aveva compiuto preparativi relativi alle armi, il 73% aveva elaborato dettagli esecutivi e il 57% aveva documentato il piano. Il dato non significa che ogni adolescente che parla di violenza rappresenti una minaccia.

Significa qualcosa di più concreto: la prevenzione efficace deve concentrarsi sui comportamenti osservabili. Minacce specifiche, preparazione di un attacco, accesso ad armi, comunicazioni inquietanti, ricerca di informazioni operative e documentazione di un possibile piano sono segnali che non dovrebbero essere ignorati.

La risposta non è necessariamente una sorveglianza indiscriminata. È la capacità di collegare informazioni che, prese singolarmente, potrebbero sembrare insignificanti. E c'è un'altra responsabilità: quella di chi racconta

C'è infine un problema che riguarda tutti noi, compreso il modo in cui i media raccontano questi episodi. Raccontare ogni dettaglio dell'aggressore, mostrare immagini, riprodurre slogan, diffondere video o descrivere nei particolari la preparazione dell'attacco può trasformare involontariamente la cronaca in ciò che l'autore della violenza cercava: una scena, un pubblico e una forma di notorietà.

Il giornalismo responsabile deve quindi spostare il centro della narrazione. Non glorificare l'autore. Non trasformare il suo gesto in spettacolo. Non diffondere materiale che possa essere replicato. E soprattutto riportare l'attenzione sulle vittime, sulla prevenzione e sui meccanismi che possono permettere di intercettare una minaccia prima che diventi violenza.

Tredici anni non significa senza volontà

La questione centrale, alla fine, non è scegliere tra due frasi opposte: “è solo un bambino” oppure “deve essere trattato come un adulto”. Sono entrambe semplificazioni. Un tredicenne non è un adulto. Ma tredici anni non significa nemmeno assenza di volontà, di intenzionalità o di capacità di organizzare un comportamento.

La sfida per gli adulti è molto più difficile: riconoscere la responsabilità senza trasformarla in vendetta, proteggere le vittime senza rinunciare al recupero, comprendere lo sviluppo di un minore senza negare la gravità di ciò che ha fatto. E soprattutto imparare a riconoscere prima i segnali. Perché quando la violenza arriva a scuola, spesso il problema non è soltanto capire cosa sia successo.

È capire quanto di ciò che è successo avrebbe potuto essere visto prima. E voi cosa ne pensate?

Dove dovrebbe iniziare la prevenzione? Nella famiglia, nella scuola, sulle piattaforme digitali o attraverso una maggiore collaborazione tra tutti questi soggetti?

Quando la diretta diventa il palcoscenico della violenza.

Sei comodamente seduto davanti al computer. Hai aperto la live del tuo creator preferito: due chiacchiere, qualche risata con gli amici, il solito sottofondo di una serata come tante. Poi, all'improvviso, qualcosa si spezza. Non è un effetto scenico, non è un colpo di scena costruito per tenerti incollato allo schermo. È reale. E in pochi secondi, senza che tu l'abbia scelto, sei diventato testimone di qualcosa che non avresti mai voluto vedere.

Questo è lo scenario che si è ripetuto più volte in Messico tra il 2025 e il 2026, trasformando alcune dirette social in scene di cronaca nera trasmesse in tempo reale a migliaia di persone. I protagonisti sono content creator messicani, uccisi o aggrediti mentre erano o erano appena stati in live. Teatro degli eventi il Messico, soprattutto gli Stati di Sinaloa, Jalisco e Sonora, aree segnate da conflitti tra fazioni criminali, in un lasso di tempo intercorso tra maggio 2025 e settembre 2026, con almeno tre episodi che hanno acceso i riflettori internazionali. Il motivo per cui la vicenda riguarda tutti e non solo il pubblico messicano, è semplice: la diretta streaming ha smesso di essere un semplice formato di intrattenimento ed è diventato il luogo in cui violenza criminale, notorietà personale, logiche degli algoritmi e attenzione mediatica si scontrano senza filtri.

Perché il Messico e perché adesso Per capire cosa sta succedendo bisogna resistere alla tentazione del titolo facile come”lo streaming uccide” perché non è così, o almeno non è così semplice. Il caso messicano non dimostra che le dirette in sé siano pericolose ma piuttosto che la visibilità, quando si intreccia con territori dominati dal crimine organizzato, può trasformare chi produce contenuti in un bersaglio, in un testimone involontario o in un simbolo conteso tra gruppi rivali. Il fenomeno ha radici precise. In Sinaloa, dove dal 2024 è esplosa una faida interna al cartello locale, un'analisi della CNN ha censito circa venti attacchi contro influencer dal 2024 a oggi, con quattordici morti. Sono numeri da leggere con cautela che variano a seconda di come vengono definiti i “casi” e delle fonti consultate ma restano un indicatore inequivocabile della scala del problema.

I casi: fatti distinti, spesso raccontati insieme per errore Nella narrazione virale che ha accompagnato queste notizie, episodi diversi tra loro sono stati spesso fusi in un unico racconto sensazionalistico. Vale la pena ristabilire i fatti, uno per uno.

César Gastélum, creator conosciuto online come “Cesarín”, è stato ucciso il 4 agosto 2026 a Culiacán, nello Stato di Sinaloa, mentre si trovava in diretta con alcuni amici fuori da un locale di fast food. Le indagini si concentrano su alcuni suoi contenuti pubblicati in passato, ritenuti collegati a un gruppo criminale. È importante precisarlo: la diretta ha documentato l'aggressione, ma non ne è stata la causa. Il possibile movente affonda nel contesto criminale locale, non nel gesto di trasmettere in streaming.

Valeria Márquez, 23 anni, influencer del settore beauty, era stata uccisa nel maggio 2025 durante una diretta TikTok all'interno del salone di bellezza dove lavorava, a Zapopan, nello Stato di Jalisco. Il caso è stato trattato dalla procura secondo il protocollo previsto per i femminicidi; all'epoca non erano stati resi pubblici sospettati.

José Luis Esparza, conosciuto come “El Piturris”, 37 anni, è stato ucciso il 10 settembre 2026 in una taqueria di famiglia a Ciudad Obregón, nello Stato di Sonora. Aveva pubblicato una diretta poche ore prima dell'agguato, ma ed è una precisazione che serve a non alimentare disinformazione, non risulta che sia stato ucciso durante la trasmissione. La Fiscalía locale sta ancora indagando su circostanze e movente.

Tre storie diverse, tre territori diversi, tre dinamiche investigative distinte. L'unico filo che le lega davvero è la visibilità pubblica delle vittime, non lo strumento tecnico della diretta.

Non è (solo) un problema di streaming: è un problema di visibilità Nei territori dove operano questi creator, i confini tra intrattenimento, cronaca di quartiere, musica, meme, identità locale e propaganda criminale possono farsi sottilissimi. Un post, un riferimento simbolico, un'amicizia mostrata online, persino un contenuto apparentemente innocuo possono essere interpretati come un posizionamento a favore di una fazione. In questo scenario, i creator diventano involontariamente dei nodi di comunicazione: raggiungono community ampie, rendono desiderabili certi stili di vita, costruiscono reputazioni e proprio per questo possono attirare l'attenzione sbagliata.

Secondo un'analisi citata dalla CNN, i gruppi criminali possono sfruttare gli influencer per due scopi distinti: riciclare denaro e reputazione attraverso attività apparentemente legittime, oppure diffondere l'immaginario del cartello per favorire il reclutamento. Questo non significa che ogni creator coinvolto sia complice, anzi, significa l'opposto: anche chi produce contenuti leggeri, comici o di lifestyle possa ritrovarsi esposto in territori dove comunicare, in qualsiasi forma, è già parte della lotta per il controllo sociale. A questo si aggiunge un fattore tecnico che la diretta porta con sé e che nessun altro formato mediatico possiede nella stessa misura: l'assenza totale di filtro tra l'evento e il pubblico. Non c'è montaggio, non c'è verifica, non c'è il tempo per proteggere chi è presente.

Ogni istante può essere catturato con uno screenshot o una registrazione e ricircolare all'infinito, mentre migliaia di spettatori assistono simultaneamente allo stesso trauma con il rischio, tutt'altro che teorico, che l'evento venga ridotto a clip, meme o “contenuto da commentare” invece che riconosciuto come un fatto umano e criminale. Streaming sotto accusa? Il punto non è vietare, ma correggere gli incentivi Non ha senso invocare un divieto generale delle dirette: sarebbe inefficace e colpirebbe tutti gli usi legittimi dello strumento, dal giornalismo partecipativo all'attivismo, dal gaming alla divulgazione. Il problema non è la tecnologia della diretta in sé, ma un vecchio riflesso culturale: l'idea che tutto ciò che accade “in diretta” sia automaticamente autentico, e quindi meritevole di essere condiviso, guardato, commentato.

Le piattaforme, va detto con chiarezza, premiano ancora oggi i segnali che trattengono l'attenzione sorpresa, allarme, conflitto, indignazione più di quelli che informano con equilibrio. Un intervento più mirato, e più realistico di un divieto totale, dovrebbe puntare su alcune direzioni precise: bloccare la ripubblicazione di video che mostrano l'aggressione o la sofferenza identificabile della vittima; evitare titoli che trasformano un omicidio in “video shock”; interrompere rapidamente le dirette quando emerge violenza grave, conservando il materiale in modo protetto per le autorità; ridurre la spinta algoritmica ai reupload anche quando la clip viene tagliata o modificata; e rafforzare le protezioni per i minori, con filtri predefiniti e blocco automatico dell'autoplay su contenuti violenti.

Non è un caso che l'American Psychological Association raccomandi esplicitamente di minimizzare, segnalare e rimuovere i contenuti che raffigurano o incoraggiano comportamenti violenti o dannosi, sottolineando che la tecnologia non dovrebbe mai spingere gli adolescenti verso questo tipo di materiale. Il rischio per gli adolescenti: niente allarmismo, ma il problema è reale È giusto evitare il panico morale: non tutti i ragazzi reagiscono nello stesso modo, e vedere un singolo contenuto violento non produce automaticamente un danno clinico. Il rischio dipende da età, frequenza di esposizione, vulnerabilità personale, contesto familiare e un fattore spesso sottovalutato dalla presenza di un adulto che aiuti a elaborare quanto visto.

Detto questo, i numeri raccontano un problema concreto. Una ricerca Ofcom ha rilevato che il livestreaming è associato a potenziali danni tra i tredici-diciassettenni che tra gli adulti: l'8% dei ragazzi che ha incontrato di recente contenuti dannosi online lo ha fatto proprio durante una diretta, contro il 3% degli adulti. Sempre secondo Ofcom, il 32% dei minori tra 8 e 17 anni dichiara di aver visto online, nell'ultimo anno, qualcosa di preoccupante o sgradevole. In un quadro connesso ma distinto, l'UNICEF stima che in 21 Paesi circa 20 milioni di ragazzi tra 12 e 17 anni abbiano subito, in un anno, almeno una forma di sfruttamento o abuso facilitato dalla tecnologia quasi il 60% dei casi sui social, il 14% nei giochi online.

Non riguarda direttamente gli omicidi in diretta, ma è un promemoria di quanto gli spazi digitali possano diventare ambienti di rischio concreto per i più giovani. Gli effetti possibili dell'esposizione a un evento traumatico in diretta o a clip che lo ripropongono vanno dalla paura intensa alle immagini intrusive, dall'insonnia all'ansia, fino a una preoccupante desensibilizzazione. C'è anche una componente sociale da non sottovalutare: se il gruppo dei pari condivide un video come “cosa da vedere”, un ragazzo può sentirsi costretto a guardarlo pur non volendolo, solo per non restare escluso dalla conversazione.

Cosa possiamo fare, davvero. La risposta educativa non può ridursi a “togliere il telefono”. Serve un lavoro più paziente di alfabetizzazione emotiva e mediale: spiegare che ciò che si è visto è reale e grave, e che non si è obbligati a rivederlo o condividerlo; far capire che ripostare un contenuto può ferire familiari e persone coinvolte, oltre a renderlo più difficile da rimuovere; incoraggiare a segnalare i video e a bloccare chi li rilancia; parlare senza giudizio di ciò che ha spaventato o colpito; e, se compaiono segnali persistenti come insonnia, incubi o pensieri intrusivi, coinvolgere un adulto di riferimento e, se necessario, un professionista.

Anche il confronto tra televisione e social, spesso raccontato come uno scontro tra vecchio e nuovo, va inquadrato diversamente: oggi i due mondi sono parte di un unico circuito. La TV tradizionale può cadere nel sensazionalismo, ma applica ancora filtri editoriali prima della messa in onda e concentra la responsabilità in una redazione. Le piattaforme social, al contrario, distribuiscono la responsabilità tra creator, utenti, moderazione automatica e algoritmo e possono far circolare una clip integrale prima ancora che i fatti siano accertati. La vera sfida, per chi fa informazione oggi, non è più “chi pubblica per primo”, ma chi riesce a rendere comprensibile un evento senza trasformarlo in spettacolo.

Una domanda che riguarda tutti noi.

Il caso messicano non è solo cronaca nera a distanza: è un campanello d'allarme su come l'intero ecosistema digitale sia costruito. Il problema non è che il pubblico abbia visto “troppo”. È che questo ecosistema è progettato in modo che ciò che è più traumatico resti visibile più a lungo. Quando una morte entra in una diretta, il rischio non è solo che qualcuno assista: è che, in pochi secondi, quella vita rischi di diventare una clip.

E tu, cosa ne pensi? Ritieni che le piattaforme facciano abbastanza per fermare la diffusione di contenuti così estremi, o la responsabilità ricade soprattutto su chi guarda e su chi condivide? Lascia un commento con la tua opinione, condividi questo articolo con chi segna creator e live streaming ogni giorno genitori, insegnanti, ma anche semplici spettatori, e se vuoi approfondire il tema della sicurezza online per adolescenti, continua a seguirci: è una conversazione che vale la pena continuare insieme.

L'architettura del dissenso

Come il design delle piattaforme progetta il conflitto per generare engagement.

Apriamo un social. Leggiamo un commento. Ci arrabbiamo. Rispondiamo. Qualcuno ci provoca replicando in maniera piccata alla nostra osservazione. Rispondiamo di nuovo...

E dopo dieci minuti siamo ancora nel bel mezzo della bagarre, magari incazzati più che mai!

Ma siamo sicuri che sia tutto qui?

Le liti sui social non nascono sempre spontaneamente. Le piattaforme sono costruite attraverso migliaia di scelte tecniche: quali contenuti mostrarci, in quale ordine, quali commenti mettere in evidenza, quando inviarci una notifica.

E c'è un dettaglio importante: la rabbia tiene incollati allo schermo.

Per anni abbiamo considerato i social come spazi neutrali, semplici vetrine nelle quali gli utenti pubblicano contenuti mentre gli altri li osservano, leggono e magari commentano.

Spoiler: non funziona più così.

Dietro ogni pulsante, ogni notifica e ogni algoritmo c'è un progetto. E quel progetto non serve soltanto a mostrarci dei contenuti: serve a mantenere la nostra attenzione.

Per questo il conflitto non è necessariamente un effetto collaterale del sistema. Quando fa aumentare il tempo trascorso sulla piattaforma, il conflitto diventa parte del prodotto.

Carta canta.

Alcuni dati emersi dai documenti interni di Facebook, resi pubblici nel 2021, danno la misura del fenomeno.

Per tre anni l'algoritmo ha dato allo stato “Arrabbiato” un peso cinque volte superiore a un semplice “Mi piace” di fatto premiando i contenuti che facevano infuriare le persone.

Un esperimento con un account creato da zero in India ha mostrato che, in appena tre settimane, il sistema aveva già iniziato a proporre discorsi d'odio e contenuti violenti.

L'intelligenza artificiale usata per individuare contenuti divisivi ne ha intercettati meno dell'1 per cento, nonostante le aziende la presentino come la soluzione al problema.

Oltre 5,8 milioni di account politici, celebrità, personaggi pubblici sono stati esentati dalle normali regole di moderazione grazie a un programma interno noto come Xcheck* (sistema interno di Meta).

Leggendo tra le righe

Il punto non è che qualcuno, dentro queste aziende, voglia deliberatamente diffondere odio, ma è più semplice e più inquietante: il modello di guadagno si basa sul tempo che passiamo a scorrere il feed, e la rabbia tiene le persone incollate molto più a lungo della calma. Un sistema che deve massimizzare l'attenzione, se lasciato libero di ottimizzare, finisce quasi per forza a premiare ciò che ci agita di più.

Il meccanismo che rende tutto questo possibile assomiglia da vicino a una slot machine. Non sappiamo mai in anticipo se il prossimo scorrimento del dito porterà un contenuto interessante, un commento pungente o niente di rilevante ed è proprio questa incertezza a spingerci a controllare ancora, e ancora. Lo scorrimento infinito, poi, elimina quelle piccole pause (il cambio pagina, la fine di un contenuto) che normalmente ci danno il tempo di fermarci a pensare. Tolta la pausa, resta solo il riflesso.

Va detto con onestà che non tutto il malessere online si spiega con il design. Le persone litigano anche di persona, i disaccordi politici e sociali esistevano ben prima degli smartphone, e ridurre ogni conflitto umano a “colpa dell'algoritmo” sarebbe una semplificazione eccessiva. Le piattaforme amplificano dinamiche che, in parte, ci appartengono già. Il problema è quando questa amplificazione diventa un obiettivo di business, non un effetto secondario.

Prendiamo un esempio concreto: la scelta di mostrare per prima cosa i commenti più discussi o controversi sotto un post, invece di quelli più utili o pertinenti. Non è un errore tecnico. È una decisione presa perché quei commenti generano più risposte, più tempo di lettura, più notifiche e quindi più dati su cui costruire pubblicità mirata. Lo stesso vale per contenuti diversissimi tra loro un video di guerra, una battuta, una pubblicità che nel feed appaiono tutti nello stesso formato, uno dopo l'altro, come se avessero lo stesso peso. Questo appiattimento visivo ci impedisce di cambiare “registro mentale” da un contenuto all'altro, e finiamo per reagire a tutto con la stessa superficialità istintiva.

Le conseguenze di questo sistema non restano confinate dentro lo schermo. Documenti interni hanno rivelato che Instagram è consapevole di peggiorare i disturbi legati all'immagine corporea in circa una ragazza adolescente su tre. Il caso indiano citato sopra mostra come lo stesso meccanismo, applicato in un contesto diverso, possa alimentare violenza reale. E quando le aziende reagiscono cambiando nome, sospendendo un progetto controverso come “Instagram Kids” spesso lo fanno più per gestire un danno d'immagine che per una reale correzione di rotta.

In sintesi

Il dissenso online non nasce per caso. È il prodotto naturale di un sistema costruito per trattenere la nostra attenzione il più a lungo possibile, e la rabbia è, semplicemente, il carburante più efficiente per farlo funzionare. Capire questo meccanismo non ci rende immuni, ma ci permette almeno di guardare un feed, una notifica o una discussione accesa con occhi diversi — e magari di scegliere se e come lasciarci coinvolgere.

Chi vuole entrare più nel dettaglio può cercare i cosiddetti “Facebook papers”, la raccolta di documenti interni resi pubblici nel 2021 grazie alla whistleblower Frances Haugen, che raccontano dall'interno come queste dinamiche siano state osservate, misurate e, in molti casi, ignorate.

E tu, quante volte ti sei accorto di essere stato “agganciato” da una discussione online che poi, a mente fredda, non ti interessava davvero? Raccontalo nei commenti: capire insieme questi meccanismi è il primo passo per non caderci più.

Legenda: * Il programma è stato creato per esentare gli account di utenti famosi, politici o profili “VIP” dalle normali e automatiche regole di rimozione dei contenuti di Facebook e Instagram. I loro post segnalati vengono invece indirizzati a un team di revisori umani per evitare blocchi errati di profili rilevanti.

Anatomia clinica del burnout digitale

La crisi invisibile della Creator Economy

Avete sempre sognato la bella vita dello YouTuber o del creator di successo? Viaggi gratuiti, sponsorizzazioni a cinque cifre, una pioggia costante di like e una community pronta ad acclamarvi sotto ogni post. Beh, la realtà dietro la fotocamera è drammaticamente diversa. Perché è importante parlarne

La creator economy ha ormai superato la fase del lavoro dei sogni, rivelandosi una delle professioni a più alto rischio psicopatologico dell'era post-industriale. Dietro i sorrisi patinati dei feed si nasconde un'esposizione cronica ad architetture algoritmiche oppressive e una sovrapposizione violenta tra la vita privata e la propria “persona” commerciale. Questa pressione continua sta producendo quadri clinici sempre più frequenti di esaurimento acuto, disturbi d'ansia ed episodi depressivi, con incidenze nettamente superiori a quelle riscontrate nella popolazione generale.

A complicare questo scenario umano già fragile interviene poi la progressiva normalizzazione e “memeificazione” dei trattamenti psicofarmacologici sulle piattaforme digitali. Il disagio psicosociale viene così trasformato da sintomo clinico a valuta reputazionale ed estetica, introducendo vettori di coercizione sociale al consumo farmaceutico prima del tutto sconosciuti. Non ci credete?

Il modello di business delle principali piattaforme (YouTube, TikTok, Twitch, OnlyFans) si fonda su un'architettura di rinforzo intermittente mutuata dalle dinamiche del gioco d'azzardo patologico. Il creatore di contenuti è costretto a operare all'interno di un ciclo di produzione continuo per preservare la propria copertura algoritmica, esponendosi a un circuito di riscontro del pubblico privo di interruzioni. Quando la vulnerabilità psichica e il declino dell'equilibrio emotivo diventano la materia prima per alimentare l'emotività e la salute mentale scivola da dimensione personale a requisito produttivo.

È in questo vuoto che si inserisce la figura del “patient influencer”: persone che, vedendo crollare la fiducia verso la medicina tradizionale, decidono di raccontare sui social la propria malattia e le terapie psicofarmacologiche a cui si sottopongono.

Il loro obiettivo primario è spesso nobile, abbattere il tabù della salute mentale e far sentire i follower meno soli, ma la linea tra la semplice condivisione e la “sponsorizzazione indiretta” di un farmaco si fa estremamente sottile. Il problema è che mentre medici e psichiatri devono seguire regole etiche e deontologiche rigidissime, sui social si muove tutto in una zona grigia, dove consigli su dosaggi o psicofarmaci rischiano di passare con la stessa leggerezza di una recensione di prodotti di bellezza. Snoccioliamo un po' di dati

Più del 60%: dei creator a tempo pieno presenta sintomi clinici significativi di burnout, esaurimento emotivo e depersonalizzazione. 1 su 10: riporta pensieri suicidi direttamente correlati alle pressioni dell'attività di content creation, un tasso quasi doppio rispetto alla popolazione adulta generale. +400%: l'incremento di video condivisi con l'hashtag #ssri (gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina) su TikTok nell'arco del triennio 2022-2025 (superando 1,3 miliardi di visualizzazioni complessive sul tema degli antidepressivi). 52%: la quota di creator su piattaforme per adulti (es. OnlyFans) che denuncia stati di burnout acuto, a cui si aggiunge un 37% che valuta attivamente l'abbandono della professione per danni al benessere psicofisico. Più del 30%: l'oscillazione media del reddito mensile, unita a carichi di lavoro che superano frequentemente le 50 ore settimanali in totale assenza di tutele previdenziali, ferie retribuite o copertine sanitarie. 51% vs 14%: il grado di fiducia che gli utenti ripongono nei “patient leader” rispetto agli influencer lifestyle tradizionali, un gap monetizzato da agenzie di marketing che gestiscono network di oltre 100.000 micro-opinion leader sanitari.

L'analisi

Dietro la patina promozionale o l'apparente liberazione dei video di “sfogo”, la letteratura cyberpsicologica e l'analisi aneddotica rilevano una scissione del Sé invalidante. La minaccia di penalizzazione da parte dell'algoritmo induce la sindrome “publish or die”, trasformando la paura di perdere rilevanza in un'ansia anticipatoria patologica e in un ritardo sistemico del riposo fisiologico.

Nel segmento dei contenuti per adulti, l'impatto psicopatologico si inasprisce: l'emotional labor erotizzato e l'intorpidimento affettivo trasformano la sessualità da dimensione intima a performance quantificabile. Ciò aumenta l'incidenza di dismorfismo corporeo, depersonalizzazione e sintomi assimilabili al disturbo da stress post-traumatico (PTSD), dovuti all'erosione continua dei confini personali e al rischio cronico di doxxing, harassment o stigmatizzazione sociale.

Il contesto

Questa crisi è il risultato della convergenza tra l'evoluzione tecnologica delle piattaforme e l'assenza di tutele contrattuali nel settore del lavoro digitale. Nati inizialmente come spazi hobbistici, i portali video hanno gradualmente introdotto sofisticati algoritmi di raccomandazione basati su metriche di ritenzione (watch-time, Click-Through Rate, frequenza di pubblicazione).

La saturazione del mercato ha innalzato l'asticella produttiva: il creator si è trasformato da amatore a micro-impresa solitaria che accentra su di sé compiti creativi, tecnici, contabili e di gestione della community. In assenza di ammortizzatori sociali, l'iper-lavoro cronico si è strutturato come norma, favorendo il crollo dei fattori protettivi neuropsichici e l'insorgenza sommersa di patologie da stress.

I dubbi

È fondamentale riconoscere il valore sociologico positivo legato al crollo dei tabù: la scelta di molti creator di condividere apertamente la propria diagnosi e il percorso terapeutico ha ridotto lo stigma sociale attorno alla malattia mentale, spingendo parte del pubblico a rivolgersi a professionisti qualificati.

Tuttavia, la fruizione superficiale veicolata dai format brevi rischia di scambiare la testimonianza clinica con l'autodiagnosi e l'emulazione. Quando farmaci ad azione centrale vengono recensiti come beni di consumo o esibiti quali marker identitari (alimentando sotto-culture estetizzanti come la “sad girl culture”), il percorso di cura viene privato della sua complessità clinica e ridotto a una tendenza commerciale accessibile senza adeguata supervisione specialistica.

Una visione più ampia

La sofferenza del singolo creator e la distorsione informativa rispecchiano una criticità strutturale della regolamentazione globale sui media digitali. Negli Stati Uniti, la pubblicità diretta al consumatore (DTC) delle aziende farmaceutiche ha trovato nelle piattaforme social un canale privo di reali barriere etiche.

Mentre un medico ha l'obbligo deontologico e legale di dichiarare qualsiasi conflitto d'interesse tramite registri pubblici (come gli Open Payments Data), i patient influencer operano in una zona grigia dove la demarcazione tra supporto tra pari e posizionamento di prodotto retribuito resta opaca. Il capitalismo affettivo sfrutta questo vuoto legislativo per monetizzare la sofferenza emotiva, trasformando il malessere psicologico in domanda di mercato.

In conclusione

La professione del content creator richiede il riconoscimento formale del rischio psicosociale, l'adozione di tutele lavorative e la strutturazione di protocolli individuali di tutela emotiva. La salute mentale non può adattarsi alle metriche della virale reattività algoritmica o della promozione commerciale. I social media rimangono efficaci spazi di condivisione dell'esperienza umana, ma non possono in alcun modo sostituire l'inquadramento diagnostico e la gestione terapeutica da parte di uno specialista in psichiatria e psicoterapia. Per approfondire

Per arginare il fenomeno e promuovere una corretta medical media literacy, la letteratura clinica e le raccomandazioni ordinistiche indicano sei linee d'azione comunitarie e individuali:

Definizione di confini operativi: Stabilire orari tassativi di disconnessione ed evitare il monitoraggio compulsivo delle metriche di analytics fuori dalle finestre programmate. Scissione protettiva dell'identità: Strutturare una chiara separazione tra la “persona” pubblica e il Sé privato, prevenendo il crollo identitario in occasione di attacchi di massa o shitstorm. Supervisione clinica competente e sex-positive: Garantire l'accesso a psicoterapeuti e psichiatri formati sulle dinamiche specifiche della creator economy e del sex work digitale, esenti da giudizi morali. Decostruzione delle dipendenze parasociali: Riconoscere i confini affettivi nei confronti della community per evitare forme reciproche di ricatto o dipendenza emotiva. Trasparenza etica nella comunicazione sanitaria: Imporre il divieto di dispensare consigli posologici informali e garantire la chiara dichiarazione di eventuali partnership commerciali nell'ambito del health marketing. Responsabilizzazione delle piattaforme: Sollecitare l'introduzione di risorse native di supporto psicologico, strumenti efficaci di contrasto al cyberbullismo e la revisione degli algoritmi che premiano il lavoro esaustivo a ciclo continuo.

La salute mentale è diventata il nuovo contenuto da monetizzare o parlarne sui social sta davvero aiutando a rompere i tabù? Cosa ne pensate della deriva dei 'patient influencer' e della diffusione degli psicofarmaci tra i più giovani? Il dibattito è aperto: lasciate un commento qui sotto!

Astroturfing, sockpuppet e gli ambasciatori di ideologia – red allert

“Una streamer, un account segreto, 5.000 messaggi e un’identità inventata: così nasce un ‘testimone’ perfetto. Il caso Emmodem è solo la punta dell’iceberg: astroturfing, sockpuppet e gli ‘ambasciatori di ideologia’ stanno trasformando la politica in un gioco di specchi.” Il fatto: quando l’attivismo crea il suo testimone perfetto

Immaginate questo scenario: siete uno streamer o un attivista con un seguito consolidato. Per mesi la vostra community osserva l'emergere di un nuovo profilo: una giovane donna musulmana, figlia di immigrati, che racconta in prima persona il dramma dell'esclusione, denuncia l'islamofobia quotidiana e difende a spada tratta le vostre tesi. La chat si commuove, si crea empatia, la community trova in lei una “sorella” e una prova vivente che la vostra battaglia ideologica è sacrosanta. Poi la verità emerge: quell'account non esiste. È un sockpuppet. Più di 5.000 messaggi scritti dalla stessa streamer principale per auto-assegnarsi collaborazioni, difendersi dagli attacchi dei rivali e fabbricare a tavolino una “vittima autentica” a supporto della propria causa.

È quanto accaduto di recente in Francia con il caso Emmodem. Un episodio che potrebbe sembrare solo “gossip di piattaforma” o una misera faida tra creator, ma che rappresenta in realtà un caso di studio da manuale. Dalla prospettiva della consulenza politica e dello spin doctoring, Emmodem è solo la punta dell'iceberg di una trasformazione sistemica: la transizione dalla propaganda di massa all’astroturfing artigianale e alla manipolazione dell'identità. La grammatica della manipolazione: tre concetti da comprendere

Per capire perché questo fenomeno sia grave e diffuso, occorre superare la superficialità dei social e utilizzare la cassetta degli attrezzi della ricerca sulla comunicazione digitale. Sockpuppets e testimonianza artificiale

In letteratura, un sockpuppet (letteralmente “burattino di pezza”) è un profilo falso creato per manipolare la discussione simulando l'intervento di un terzo soggetto indipendente. Nel contesto moderno, lo spin doctoring (l'insieme delle strategie di comunicazione e manipolazione delle notizie usate da un esperto) non si limita più a diffondere un comunicato stampa: crea “testimonianze artificiali”. Inventare una voce dal basso appartenente a una minoranza o a un gruppo vulnerabile serve a tre cose:

Certificare la propria linea politica con un’esperienza diretta (inattaccabile sul piano emotivo).

Rafforzare la propria autorità morale di difensore degli oppressi.

Attaccare gli avversari da una posizione di vittima “autentica”, rendendo qualsiasi replica un’aggressione insensibile.

Astroturfing artigianale

Mentre l'astroturfing tradizionale (tecnica di propaganda e marketing che serve a creare un finto consenso popolare) è un'operazione su vasta scala orchestrata da governi, agenzie PR o grandi corporation tramite farm di bot per simulare un movimento spontaneo dal basso (grassroots), il caso Emmodem dimostra la nascita dell'astroturfing artigianale. È il singolo micro-influencer che impiega la stessa architettura d'inganno per costruire la propria bolla di consenso e dominare l'algoritmo. Gli “Ambasciatori di Ideologia” e il fattore parasociale

Gli influencer politici non sono semplici diffusori di notizie: funzionano come veri e propri ambasciatori di ideologia. Essi vendono un legame parasociale: la community si fida di loro perché li percepisce “autentici”, vicini, “uno di noi”. Quando l'attenzione e la percepita autenticità diventano la moneta principale dell'ecosistema, ogni identità fittizia in grado di confermare la narrazione diventa un asset strategico. Trump Docet: Il modello che ha ridefinito il gioco

Quando sostengo che il modello Trump ha fatto scuola, non parlo soltanto della singola figura politica, ma di una grammatica comunicativa che si è imposta a 360 gradi, da destra a sinistra, dai leader internazionali ai micro-streamer.

I tre pilastri di questa grammatica sono:

Disintermediazione totale: Bypassare i media tradizionali per parlare direttamente “alla propria gente”, costruendo un canale privilegiato.

Polarizzazione come carburante algoritmico: Linguaggio emotivo, scontri frontali, distinzione manichea tra “noi” e “loro”. Gli studi confermano che i contenuti ad alto carico emotivo ottengono più engagement e quindi più visibilità.

Framing di persecuzione e legittimazione: La creazione di uno stato di scontro permanente dove la propria parte è sempre vittima o eroe, e l'avversario è un nemico esistenziale.

In un sistema che premia chi accetta di trasformare il dibattito pubblico in un reality show, la scorciatoia etica diventa la prassi. Inventarsi una “voce oppressa” per vincere un'argomentazione non viene più percepito da chi è immerso nel meccanismo come un tabù immorale, ma come una semplice tattica di posizionamento. L'effetto collaterale: la distruzione della fiducia e il boomerang reputazionale

Dal punto di vista dello spin doctoring e della gestione della reputazione, le conseguenze di queste pratiche sono devastanti su tre livelli:

Il danno al proprio campo ideologico: L'uso di false identità appartenenti a gruppi marginalizzati offre munizioni d'oro agli avversari politici. Questi ultimi possono facilmente liquidare ogni reale denuncia di discriminazione come “vittimismo costruito” o “propaganda fake”.

Suicidio reputazionale a medio termine: Per i creator e i brand politici, la fiducia è un capitale lento da accumulare e istantaneo da perdere. Un singolo scandalo di astroturfing annulla anni di lavoro e trasforma l'influencer in un paria.

Cinismo di massa e tipping point: Il rischio sistemico più grande è l'erosione della fiducia di base del pubblico. Quando si scopre che persino le “testimonianze umane” sono sceneggiate da salotto, il pubblico scivola nel cinismo totale: “È tutto falso, sono tutti manipolatori”.

Il dialogo non è morto, è solo penalizzato dal feed

C'è una distinzione fondamentale da tracciare: la politica istituzionale e negoziale non è morta. Nelle amministrazioni, nelle sedi legislative e nella società reale, il compromesso e la mediazione continuano ad avvenire ogni giorno. Il problema è che non bucano lo schermo.

L'algoritmo penalizza la complessità, il tempo lungo e la sfumatura. Premia il frammento di 15 secondi, lo scontro, l'indignazione, l'identità urlata. La politica mediatizzata condiziona così la politica reale: i leader temono che mostrare apertura al dialogo li faccia apparire “deboli” davanti al proprio elettorato e alle metriche dei social. La via di uscita per creatori, brand e lettori

Come si sopravvive e si comunica in questo scenario senza cedere alla tentazione della manipolazione?

La trasparenza e la coerenza sono la nuova valuta d'élite. Scorciatoie come account secondari, finte testimonianze o reti coordinate sono bombe a orologeria. La crescita organica basata su volti e fatti reali è l'unica difendibile a lungo termine.

L'astroturfing è un rischio reputazionale inaccettabile. La risposta alla disinformazione non è la “contro-manipolazione”, ma l'adozione di standard di comunicazione chiari, verificabili e radicati nelle comunità reali.

Diventa urgente sviluppare un'alfabetizzazione alla Media Forensics (è una branca della digital forensics che si occupa di analizzare, autenticare e verificare file multimediali come immagini, video e audio per stabilirne l'origine, l'integrità o eventuali manomissioni da usare come prova legale). Imparare a riconoscere gli schemi tipici dell'astroturfing account nati recentemente, linguaggio iper-standardizzato, crescita anomala dell'engagement, coordinazione sospetta è l'unico modo per non essere pedine nel gioco degli specchi.

Il caso Emmodem non è un incidente isolato: è la dimostrazione di come la grammatica della polarizzazione e dell'inganno stia penetrando a ogni livello della nostra cultura digitale. L'antidoto non è la nostalgia per un passato ideale che non è mai esistito, ma la costruzione consapevole di spazi di analisi capaci di rendere la manipolazione meno conveniente della trasparenza.

L’evoluzione della celebrità

Dalla fama effimera al “nulla cosmico”

La celebre profezia di Andy Warhol, secondo cui “in futuro tutti saranno famosi per 15 minuti”, ha subito una mutazione ontologica nell'era della governance algoritmica. Se nel XX secolo il riconoscimento sociale era il coronamento di un percorso mediatico filtrato da istituzioni tradizionali, oggi la natura stessa della visibilità è diventata una risorsa da estrarre tramite l'accumulo di capitale sociale digitale. Il passaggio dai media lineari ai giganti del silicio ha trasformato la fama in un esercizio di auto-esposizione perpetua, dove l'importanza del contenuto soccombe al volume del rumore generato nel “panopticon” digitale.

Questa nuova dimensione della celebrità ha dato vita a quello che possiamo definire l'emblema del “nulla cosmico”. Mentre la ricerca della fama classica tentava di radicarsi nel talento o nell'eccezionalità, l'attuale economia dell'attenzione premia la devianza e la degradazione dell'io. Si assiste a una proliferazione di soggetti che scalano le gerarchie della visibilità non attraverso l'abilità, ma tramite “sfide estreme”, diete estreme debilitanti o makeover eccessivi e dismorfici, trasformando il proprio corpo in un campo di battaglia per l'engagement. Il rischio psicologico è sistemico: quando la rilevanza scema, il crollo è verticale. Un esempio paradigmatico è il caso di Perez Hilton; la sua disperazione legata al fallimento di un ritorno alla ribalta dimostra come la perdita di “riflettori” non sia solo un danno economico, ma una crisi d'identità letale. Questa ricerca ossessiva di visibilità non è una mera scelta individuale, bensì il sintomo di una mutazione psicologica profonda indotta dalle architetture di rete. La metamorfosi psicologica: Il narcisismo situazionale acquisito (ASN)

Nel panorama della sociologia della cultura digitale, è essenziale decodificare il Narcisismo Situazionale Acquisito (ASN) come un meccanismo di adattamento disfunzionale a contesti di alta visibilità o ricchezza improvvisa. L'ASN, teorizzato dal Dr. Robert Millman, suggerisce che il successo possa letteralmente “dare alla testa”, attivando tratti patologici in individui precedentemente equilibrati. Le piattaforme digitali, agendo come fornitrici costanti di “narcissistic supply” (rifornimento narcisistico) sotto forma di like e follower, accelerano questa transizione, cristallizzando l'ego in una facciata di onnipotenza.

Basandoci sulla letteratura clinica di Psychology Today, identifichiamo cinque segnali distintivi del narcisista situazionale:

Complesso di superiorità. Dopo aver acquisito status, il soggetto inizia ad agire e parlare come se fosse intrinsecamente superiore, ostentando il successo e guardando con disprezzo chiunque percepisca come meno compiuto. Facciate differenziate. Il narcisista mostra un volto “brutto” e arrogante a chi considera inferiore, mentre riserva fascino e generosità esclusivamente ai membri del proprio gruppo di pari o a individui di status elevato per puro calcolo sociale. Visione castale delle relazioni. I rapporti umani vengono filtrati attraverso una rigida gerarchia basata su ricchezza, istruzione o background etnico. Le persone sono viste come pedine di una casta superiore o inferiore, mai come pari. Senso di diritto. Il soggetto pretende trattamenti speciali, esenzioni dalle regole e una deferenza automatica. Si aspetta di essere costantemente posto su un piedistallo, ignorando le necessità altrui. Comunicazione condiscendente. L'uso di sguardi sprezzanti, mancanza di contatto visivo, sospiri e toni sarcastici serve a marginalizzare l'interlocutore, mantenendo intatta la propria illusione di grandezza.

Questa deformazione trasforma soggetti diplomatici in individui egocentrici che guardano dall'alto in basso le “piccole persone”, rendendo la successiva ed inevitabile caduta dal piedistallo ancora più rovinosa e traumatica. Anatomia di una caduta: I casi studio di Aaron Carter e Bam Margera

L'analisi dei casi reali funge da monito strategico sulle conseguenze a lungo termine di una fama precoce in assenza di una struttura di supporto etica e finanziaria. Le traiettorie di Aaron Carter e Bam Margera illustrano perfettamente come il sistema digitale consumi l'identità dell'idolo fino all'esaurimento. Il caso Aaron Carter: La parabola del capitale dissipato

Aaron Carter rappresenta l'archetipo della fenice che non riesce a risorgere. La sua mania era evidente già nel comportamento d'acquisto: Carter vantava di aver speso 2 milioni di dollari complessivi da Guitar Center, arrivando a dilapidare 500.000 dollari in una singola ora al compimento dei 18 anni, un segnale chiaro di megalomania indotta dal successo. L'Apice del Successo (2000-2002)

Il Declino e il Debito Album triplo platino (Aaron’s Party), tour mondiali con Britney Spears, gestione affidata ai genitori e a Lou Pearlman.

5 milioni di dollari di debiti fiscali, bancarotta Chapter 7, trust fund Coogan Law violato (trovati solo 2,1 milioni su 45 spettanti).

Il dato più scioccante riguarda l'abbandono sistemico: a fronte di un incasso lordo di 300 milioni di dollari, la legge Coogan avrebbe dovuto garantire a Carter un fondo da 45 milioni (il 15%). La scoperta di soli 2,1 milioni nel fondo ha segnato l'inizio di una spirale depressiva e finanziaria irreversibile. Il caso Bam Margera: Dal dominio culturale alla spirale psicotica

La traiettoria di Bam Margera evidenzia il collasso della salute mentale sotto pressione mediatica. L'instabilità di Margera è culminata in breakdown pubblici, un ricovero psichiatrico forzato (5150) e, in un episodio di rabbia narcisistica, minacce di morte rivolte ai figli del regista Jeff Tremaine. La sua esclusione dai nuovi progetti, come Jackass 5 (dove apparirà solo tramite filmati d'archivio poiché non più assicurabile per nuovi stunt), dimostra come l'industria isoli il soggetto quando la volatilità supera il valore commerciale.

Valutando il “So what?”, emerge la differenza tra il successo gestito di Justin Bieber e il fallimento dei casi citati. Bieber ha beneficiato della cosiddetta “Formula” (famiglia, fede, amici, fan e un team legale rigoroso), mentre Carter e Margera sono stati vittime di un sistema di sfruttamento senza paracadute. Il pubblico, oggi, non empatizza: consuma questi fallimenti come una nuova forma di intrattenimento voyeuristico. Il mercato della miseria: La monetizzazione della sofferenza

La digitalizzazione ha dato vita al “mercato della miseria”, una risorsa economica in cui la sofferenza umana viene trasformata in una droga legale ad alto engagement. Le piattaforme non sono più semplici spettatrici, ma attori che forniscono incentivi finanziari alla deumanizzazione. La macchina del profitto (Clicks Over Care)

Un esempio agghiacciante è costituito dalle nove dirette streaming h24 che documentano le strade di Kensington, Philadelphia. Questo scenario, che potremmo definire un “colosseo digitale”, trasforma persone vulnerabili in soggetti da osservare per puro voyeurismo algoritmico. Gli influencer capitalizzano sul dolore altrui tramite:

Affiliate dollars: Guadagni diretti tramite link pubblicitari e sponsorizzazioni legati a contenuti degradanti. Voyeurismo monetizzato: I giganti come Meta, Google e Amazon beneficiano dell'engagement massiccio generato da contenuti che sfruttano il trauma, preferendo il profitto alla cura.

La sintesi critica di questo sfruttamento si articola in tre modalità:

Sfruttamento dell'identità degradata: Il trauma altrui viene indicizzato e venduto come contenuto “edgy”. Voyeurismo algoritmico: La sofferenza è promossa dai sistemi di raccomandazione perché genera tempi di permanenza elevati. Conversione del trauma in “Brand”: La tragedia diventa un marchio estetico, svuotando la vittima della sua dignità residua.

Verso una nuova etica della visibilità

La gravità della situazione descritta evidenzia come la fama “situazionale” e la sua spettacolarizzazione stiano ridefinendo i confini dell'empatia umana. Il ciclo tossico innescato dal Narcisismo Situazionale e dalle architetture predatorie delle piattaforme digitali crea un percorso obbligato verso la gloria a breve termine e il fallimento esistenziale a lungo termine.

L'individuo che cerca il “nulla cosmico” finisce per essere fagocitato da un pubblico che non cerca connessione, ma distrazione attraverso la tragedia altrui. È necessaria una riflessione profonda sull'etica della visione: finché premieremo la degradazione con la nostra attenzione, continueremo ad alimentare questa macchina della sofferenza.

Warhol prevedeva che tutti sarebbero stati famosi per 15 minuti, ma non aveva previsto che quegli stessi minuti sarebbero diventati la condanna a una vita di “vuoto superficiale” e “quieta disperazione”. In un mondo che trasforma il nulla in spettacolo, il vero atto di resistenza è la riscoperta della profondità umana e del silenzio, lontano dalle luci accecanti di un palcoscenico che premia solo chi accetta di autodistruggersi.

Sicari a 15 anni.

Come l'Europa sta reclutando adolescenti per uccidere a pagamento

Il colpo di pistola che ha svelato un sistema

Stoccolma, una notte d'inverno dello scorso anno: un ragazzo di 18 anni si avvicina a uno studente ventenne che sta rientrando dal turno di lavoro e gli spara ripetutamente, fino a colpirlo alla testa. La vittima, Murad Abdelkader, non era nemmeno l'obiettivo giusto. Il killer, Atilla Azimov, era stato pagato per uccidere qualcun altro. È solo uno degli oltre 35 omicidi che, dal 2022, le autorità europee attribuiscono alla rete criminale Foxtrot, un'organizzazione con legami accertati con ambienti vicini al regime iraniano. Dietro Foxtrot e i gruppi che ne seguono il modello c'è un fenomeno che gli inquirenti hanno battezzato “violence-as-a-service” (VaaS): la violenza venduta come un servizio, con adolescenti reclutati online e trattati, letteralmente, come pedine usa e getta. È rilevante ora perché il fenomeno, nato in Svezia, si è già esteso a Norvegia, Regno Unito e altri dieci paesi europei, e le autorità temono che sia solo all'inizio.

Un modello criminale nato in Scandinavia

Foxtrot non è un'anomalia isolata: è la punta di un sistema che sta ridisegnando il crimine organizzato in Europa. Il capo del Centro europeo di Europol per la criminalità organizzata, Andy Kraag, ha descritto il fenomeno come una vera e propria esternalizzazione calcolata dell'omicidio verso soggetti fragili e vulnerabili. Per affrontarlo, Europol ha creato una task force dedicata, la OTF GRIMM, che oggi coinvolge undici paesi: Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Islanda, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia e Regno Unito.

Il leader di Foxtrot, Rawa Majid, è oggi rifugiato a Teheran dopo essere fuggito da Svezia e Turchia. Secondo il giornalista investigativo svedese Diamant Salihu, che segue le attività della rete e i suoi legami con l'Iran da tre anni, il regime avrebbe imposto a Majid di usare la sua organizzazione per colpire oppositori, giornalisti e obiettivi israeliani, come contropartita per la protezione ricevuta a Teheran. Non tutti gli attacchi, però, hanno matrice politica: molti nascono da semplici guerre tra bande per il controllo del narcotraffico.

Come funziona il reclutamento: dal social alla pistola

Il caso che più di tutti ha fatto emergere il meccanismo è quello di Johannes Natland, un diciottenne norvegese arrestato nel West Yorkshire mentre si preparava a compiere un omicidio su commissione. Figlio di due giornalisti, Natland era finito in un percorso di tossicodipendenza e disagio psichico che lo aveva portato in comunità di recupero, dove ha conosciuto un altro adolescente che lo ha messo in contatto con la rete.

Da lì, la catena di reclutamento ha coinvolto diversi intermediari, tutti nascosti dietro pseudonimi presi in prestito dal mondo dei videogiochi: un “coordinatore logistico” gli ha inviato mappe e video per recuperare armi e denaro nascosti nel bosco vicino a Huddersfield, guidandolo passo dopo passo tramite l'app di messaggistica criptata Signal, esattamente come si guiderebbe un personaggio in un videogame. Natland è stato fermato la mattina dopo essersi sistemato in hotel, senza ancora sapere chi avrebbe dovuto colpire.

Secondo Salihu, la logica economica del sistema è brutale: i ragazzi vengono quasi sempre catturati prima di poter incassare il compenso promesso, e questo alla rete non importa affatto, perché una volta arrestati non possono più reclamare nulla. È, ha spiegato, una scelta deliberata puntare su reclutati sempre più giovani, proprio perché meno consapevoli delle conseguenze e più disposti a correre rischi.

Numeri e risultati delle indagini

Nei quindici mesi di attività della task force europea sono stati effettuati oltre 280 arresti, tra cui quello di Ali Shehad Ahmed, ritenuto essere il misterioso “Agente 47” che ha guidato Natland, catturato in Iraq e ora oggetto di una richiesta di estradizione da parte della Svezia. Ad aprile 2025 Foxtrot e il suo leader sono stati colpiti da sanzioni del governo britannico. Il vicecomandante della polizia svedese Stefan Hector ha sottolineato l'obiettivo di ampliare la cooperazione internazionale per far capire alla criminalità organizzata che non esistono più rifugi sicuri.

Nonostante questi risultati, la minaccia resta viva: reti rivali come Dalen Network hanno già copiato il modello VaaS, e il fenomeno continua a espandersi dalla Scandinavia verso il resto del continente.

Perché funziona: la psicologia dietro il reclutamento

Il punto più inquietante, secondo gli studi citati da Europol e da diversi centri di ricerca, non è solo economico ma psicologico. I gruppi criminali intercettano bisogni tipici dell'adolescenza; appartenenza, status, riconoscimento, identità e li trasformano in una missione da videogioco: livelli da superare, mappe da seguire, ricompense da ottenere. La distanza digitale fa il resto: chi comanda non si mostra mai, e il ragazzo percepisce il compito come un incarico tecnico più che come la partecipazione a un omicidio reale.

I profili più esposti condividono spesso più fattori di rischio insieme: famiglie fragili, scarsa supervisione, difficoltà scolastiche, bassa autostima, amicizie già coinvolte in piccoli reati e un uso intenso di social e piattaforme di gaming. Il reclutamento avviene quasi sempre online, spesso a partire da ambienti apparentemente innocui come server di gioco, chat vocali, gruppi Discord prima di spostarsi su canali cifrati come Telegram o Signal, dove vengono assegnati i primi “incarichi” minori e, in alcuni casi, si arriva fino alla violenza grave.

Cosa ci dice questa storia, e cosa fare ora

La vicenda di Foxtrot racconta qualcosa che va oltre la cronaca nera: mostra come il crimine organizzato abbia imparato a parlare il linguaggio dei ragazzi, usando le stesse logiche di missione, livello e ricompensa che troviamo nei videogiochi per trasformare adolescenti fragili in strumenti di morte, spesso senza che nemmeno arrivino a incassare il compenso promesso. Riconoscere i segnali come l'isolamento improvviso, oggetti di valore inspiegabili, ossessione per chat criptate, fascinazione per contenuti violenti può fare la differenza tra un intervento in tempo e una tragedia.

E tu cosa ne pensi? Conoscevi il fenomeno della “violenza a pagamento” e del reclutamento online di minori? Lascia un commento con la tua opinione, condividi questo articolo per aiutare a diffondere consapevolezza su un fenomeno che riguarda già diversi paesi europei, e se vuoi approfondire ulteriormente ti invitiamo a leggere il report originale della BBC e le analisi di Europol sul tema.

La deriva della politica italiana

Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!

Dante Alighieri!

Quello che stiamo assistendo oggi nelle piazze e sulle principali piattaforme di comunicazione digitale, è una trasformazione radicale e preoccupante del dibattito pubblico, caratterizzato da una progressiva militarizzazione del linguaggio politico. I leader dei principali schieramenti e i loro team di comunicazione stanno progressivamente sostituendo il confronto programmatico con una strategia sistematica di polarizzazione identitaria. Questo fenomeno, particolarmente evidente nelle recenti tensioni elettorali a Genova e nella proliferazione di video propagandistici online, ridefinisce i confini della cittadinanza attiva nel 2026. Comprendere questa deriva è essenziale per i cittadini, poiché l'inaridimento del dialogo costruttivo compromette la capacità delle istituzioni di affrontare le complesse sfide economiche e sociali del Paese.

La grammatica dello scontro: l'avversario come nemico assoluto

La dialettica pubblica contemporanea mostra i sintomi di una crisi profonda, in cui la polemica ha smesso di essere uno strumento fisiologico di democrazia per trasformarsi in uno spettacolo di pura contrapposizione. Questa dinamica emerge con chiarezza in due contesti speculari della cronaca recente. Da un lato, il territorio ligure e la città di Genova sono divenuti il teatro di una retorica militante che evoca apertamente lo scontro frontale, descrivendo l'attività politica in termini di “caccia al nemico”. Dall'altro lato, i canali social ospitano produzioni video curate nei minimi dettagli in cui l'avversario politico viene esibito alla stregua di un ostacolo da sacrificare nell'arena pubblica. Sebbene cambino i colori politici e i simboli di appartenenza, la grammatica di fondo rimane identica: l'interlocutore non è più un soggetto con cui misurarsi, bensì un bersaglio da delegittimare, schiacciare e isolare dal consorzio civile, se non da eliminare.

Dalla proposta all'algoritmo: la militarizzazione della comunicazione

Questa mutazione linguistica trova il suo terreno ideale di coltura nella struttura stessa delle piattaforme digitali. La proposta strutturata e l'approfondimento dei dossier cedono sistematicamente il passo alla provocazione calcolata, guidata dalle logiche di massimizzazione dell'ingaggio degli algoritmi social. La stabilità del consenso politico si misura oggi sulla capacità di generare reazioni emotive istantanee, come rabbia o indignazione, poiché i messaggi estremi ottengono una diffusione infinitamente superiore rispetto alle analisi ponderate. Di conseguenza, l'attenzione del pubblico è diventata la valuta più preziosa del mercato politico, un obiettivo da raggiungere anche a costo di sacrificare la coerenza ideale e la verità dei fatti.

L'eredità del modello Trump e la semplificazione del dibattito

La strategia in atto rappresenta l'applicazione rigorosa di tecniche di marketing politico ampiamente collaudate a livello internazionale, con particolare riferimento alla dottrina elettorale statunitense degli ultimi dieci anni. Gli spin doctor dei partiti italiani replicano in modo quasi scolastico i pilastri della comunicazione di Donald Trump: polarizzare l'elettorato su base tribale, semplificare i problemi sistemici riducendoli a slogan binari e richiedere ai propri sostenitori un'attestazione di fedeltà assoluta che esclude a priori qualsiasi forma di compromesso. L'efficacia elettorale di questo approccio nel breve termine è innegabile, ma il prezzo da pagare nel lungo periodo è l'estremo impoverimento dello spazio di discussione pubblica e la creazione di una cittadinanza permanentemente divisa.

Il crollo della grammatica comune: il confronto con gli anni Settanta

Per comprendere la gravità dello scenario presente, risulta utile operare un parallelismo storico con gli anni Settanta del Novecento, evitando tuttavia letture nostalgiche o edulcorate. In quel decennio la conflittualità sociale e politica in Italia era profonda, tragica e talvolta esasperata da derive violente. Nonostante la durezza dello scontro ideologico, le forze politiche mantenevano intatta una grammatica istituzionale comune, riconoscendosi reciprocamente la legittimità di esistere all'interno dello stesso perimetro democratico. Le tribune politiche televisive e i dibattiti parlamentari dell'epoca costituivano arene di confronto severo ma dialettico. Oggi, quella base di riconoscimento reciproco appare polverizzata, sostituita da un rumore di fondo che cancella ogni forma di argomentazione razionale.

Le conseguenze sulla salute democratica: il cittadino ridotto a tifoso

La trasformazione della politica in uno stato di belligeranza permanente produce effetti deleteri sulla qualità stessa della nostra democrazia. Nel momento in cui i partiti rinunciano a educare i cittadini alla complessità delle scelte pubbliche, l'intera struttura sociale si indebolisce. La ricerca del consenso non avviene più attraverso la presentazione di un progetto di futuro credibile, bensì facendo leva sulle paure collettive e sul risentimento sociale. Questo meccanismo riduce il cittadino consapevole a mero tifoso di una fazione, spingendolo a valutare l'azione di governo non per i risultati concreti ottenuti, ma per la durezza dei colpi inferti agli avversari. Una democrazia matura ha il dovere di contenere il conflitto fisiologico entro regole condivise e parole responsabili, rifiutando l'idea che la gestione dello Stato sia una guerra a bassa intensità.

Una riflessione finale

Il superamento di questa deriva richiede una profonda discontinuità culturale prima ancora che un riassetto dei partiti. Risulta urgente ristabilire una netta distinzione tra la fermezza delle proprie convinzioni e la brutalità dell'esposizione verbale, tra la rivendicazione della propria identità e la deriva verso il fanatismo ideologico. Se la classe politica continuerà a considerare la rabbia dei cittadini come l'unico carburante per la propria sopravvivenza, il Paese intero andrà incontro a un progressivo declino civile, caratterizzato da diffidenza reciproca e incapacità di pianificare il proprio futuro. La ricostruzione di uno spazio pubblico comune è il primo, indispensabile passo per restituire dignità alle istituzioni e speranza alle nuove generazioni.