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Sicari a 15 anni.

Come l'Europa sta reclutando adolescenti per uccidere a pagamento

Il colpo di pistola che ha svelato un sistema

Stoccolma, una notte d'inverno dello scorso anno: un ragazzo di 18 anni si avvicina a uno studente ventenne che sta rientrando dal turno di lavoro e gli spara ripetutamente, fino a colpirlo alla testa. La vittima, Murad Abdelkader, non era nemmeno l'obiettivo giusto. Il killer, Atilla Azimov, era stato pagato per uccidere qualcun altro. È solo uno degli oltre 35 omicidi che, dal 2022, le autorità europee attribuiscono alla rete criminale Foxtrot, un'organizzazione con legami accertati con ambienti vicini al regime iraniano. Dietro Foxtrot e i gruppi che ne seguono il modello c'è un fenomeno che gli inquirenti hanno battezzato “violence-as-a-service” (VaaS): la violenza venduta come un servizio, con adolescenti reclutati online e trattati, letteralmente, come pedine usa e getta. È rilevante ora perché il fenomeno, nato in Svezia, si è già esteso a Norvegia, Regno Unito e altri dieci paesi europei, e le autorità temono che sia solo all'inizio.

Un modello criminale nato in Scandinavia

Foxtrot non è un'anomalia isolata: è la punta di un sistema che sta ridisegnando il crimine organizzato in Europa. Il capo del Centro europeo di Europol per la criminalità organizzata, Andy Kraag, ha descritto il fenomeno come una vera e propria esternalizzazione calcolata dell'omicidio verso soggetti fragili e vulnerabili. Per affrontarlo, Europol ha creato una task force dedicata, la OTF GRIMM, che oggi coinvolge undici paesi: Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Islanda, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia e Regno Unito.

Il leader di Foxtrot, Rawa Majid, è oggi rifugiato a Teheran dopo essere fuggito da Svezia e Turchia. Secondo il giornalista investigativo svedese Diamant Salihu, che segue le attività della rete e i suoi legami con l'Iran da tre anni, il regime avrebbe imposto a Majid di usare la sua organizzazione per colpire oppositori, giornalisti e obiettivi israeliani, come contropartita per la protezione ricevuta a Teheran. Non tutti gli attacchi, però, hanno matrice politica: molti nascono da semplici guerre tra bande per il controllo del narcotraffico.

Come funziona il reclutamento: dal social alla pistola

Il caso che più di tutti ha fatto emergere il meccanismo è quello di Johannes Natland, un diciottenne norvegese arrestato nel West Yorkshire mentre si preparava a compiere un omicidio su commissione. Figlio di due giornalisti, Natland era finito in un percorso di tossicodipendenza e disagio psichico che lo aveva portato in comunità di recupero, dove ha conosciuto un altro adolescente che lo ha messo in contatto con la rete.

Da lì, la catena di reclutamento ha coinvolto diversi intermediari, tutti nascosti dietro pseudonimi presi in prestito dal mondo dei videogiochi: un “coordinatore logistico” gli ha inviato mappe e video per recuperare armi e denaro nascosti nel bosco vicino a Huddersfield, guidandolo passo dopo passo tramite l'app di messaggistica criptata Signal, esattamente come si guiderebbe un personaggio in un videogame. Natland è stato fermato la mattina dopo essersi sistemato in hotel, senza ancora sapere chi avrebbe dovuto colpire.

Secondo Salihu, la logica economica del sistema è brutale: i ragazzi vengono quasi sempre catturati prima di poter incassare il compenso promesso, e questo alla rete non importa affatto, perché una volta arrestati non possono più reclamare nulla. È, ha spiegato, una scelta deliberata puntare su reclutati sempre più giovani, proprio perché meno consapevoli delle conseguenze e più disposti a correre rischi.

Numeri e risultati delle indagini

Nei quindici mesi di attività della task force europea sono stati effettuati oltre 280 arresti, tra cui quello di Ali Shehad Ahmed, ritenuto essere il misterioso “Agente 47” che ha guidato Natland, catturato in Iraq e ora oggetto di una richiesta di estradizione da parte della Svezia. Ad aprile 2025 Foxtrot e il suo leader sono stati colpiti da sanzioni del governo britannico. Il vicecomandante della polizia svedese Stefan Hector ha sottolineato l'obiettivo di ampliare la cooperazione internazionale per far capire alla criminalità organizzata che non esistono più rifugi sicuri.

Nonostante questi risultati, la minaccia resta viva: reti rivali come Dalen Network hanno già copiato il modello VaaS, e il fenomeno continua a espandersi dalla Scandinavia verso il resto del continente.

Perché funziona: la psicologia dietro il reclutamento

Il punto più inquietante, secondo gli studi citati da Europol e da diversi centri di ricerca, non è solo economico ma psicologico. I gruppi criminali intercettano bisogni tipici dell'adolescenza; appartenenza, status, riconoscimento, identità e li trasformano in una missione da videogioco: livelli da superare, mappe da seguire, ricompense da ottenere. La distanza digitale fa il resto: chi comanda non si mostra mai, e il ragazzo percepisce il compito come un incarico tecnico più che come la partecipazione a un omicidio reale.

I profili più esposti condividono spesso più fattori di rischio insieme: famiglie fragili, scarsa supervisione, difficoltà scolastiche, bassa autostima, amicizie già coinvolte in piccoli reati e un uso intenso di social e piattaforme di gaming. Il reclutamento avviene quasi sempre online, spesso a partire da ambienti apparentemente innocui come server di gioco, chat vocali, gruppi Discord prima di spostarsi su canali cifrati come Telegram o Signal, dove vengono assegnati i primi “incarichi” minori e, in alcuni casi, si arriva fino alla violenza grave.

Cosa ci dice questa storia, e cosa fare ora

La vicenda di Foxtrot racconta qualcosa che va oltre la cronaca nera: mostra come il crimine organizzato abbia imparato a parlare il linguaggio dei ragazzi, usando le stesse logiche di missione, livello e ricompensa che troviamo nei videogiochi per trasformare adolescenti fragili in strumenti di morte, spesso senza che nemmeno arrivino a incassare il compenso promesso. Riconoscere i segnali come l'isolamento improvviso, oggetti di valore inspiegabili, ossessione per chat criptate, fascinazione per contenuti violenti può fare la differenza tra un intervento in tempo e una tragedia.

E tu cosa ne pensi? Conoscevi il fenomeno della “violenza a pagamento” e del reclutamento online di minori? Lascia un commento con la tua opinione, condividi questo articolo per aiutare a diffondere consapevolezza su un fenomeno che riguarda già diversi paesi europei, e se vuoi approfondire ulteriormente ti invitiamo a leggere il report originale della BBC e le analisi di Europol sul tema.

La deriva della politica italiana

Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!

Dante Alighieri!

Quello che stiamo assistendo oggi nelle piazze e sulle principali piattaforme di comunicazione digitale, è una trasformazione radicale e preoccupante del dibattito pubblico, caratterizzato da una progressiva militarizzazione del linguaggio politico. I leader dei principali schieramenti e i loro team di comunicazione stanno progressivamente sostituendo il confronto programmatico con una strategia sistematica di polarizzazione identitaria. Questo fenomeno, particolarmente evidente nelle recenti tensioni elettorali a Genova e nella proliferazione di video propagandistici online, ridefinisce i confini della cittadinanza attiva nel 2026. Comprendere questa deriva è essenziale per i cittadini, poiché l'inaridimento del dialogo costruttivo compromette la capacità delle istituzioni di affrontare le complesse sfide economiche e sociali del Paese.

La grammatica dello scontro: l'avversario come nemico assoluto

La dialettica pubblica contemporanea mostra i sintomi di una crisi profonda, in cui la polemica ha smesso di essere uno strumento fisiologico di democrazia per trasformarsi in uno spettacolo di pura contrapposizione. Questa dinamica emerge con chiarezza in due contesti speculari della cronaca recente. Da un lato, il territorio ligure e la città di Genova sono divenuti il teatro di una retorica militante che evoca apertamente lo scontro frontale, descrivendo l'attività politica in termini di “caccia al nemico”. Dall'altro lato, i canali social ospitano produzioni video curate nei minimi dettagli in cui l'avversario politico viene esibito alla stregua di un ostacolo da sacrificare nell'arena pubblica. Sebbene cambino i colori politici e i simboli di appartenenza, la grammatica di fondo rimane identica: l'interlocutore non è più un soggetto con cui misurarsi, bensì un bersaglio da delegittimare, schiacciare e isolare dal consorzio civile, se non da eliminare.

Dalla proposta all'algoritmo: la militarizzazione della comunicazione

Questa mutazione linguistica trova il suo terreno ideale di coltura nella struttura stessa delle piattaforme digitali. La proposta strutturata e l'approfondimento dei dossier cedono sistematicamente il passo alla provocazione calcolata, guidata dalle logiche di massimizzazione dell'ingaggio degli algoritmi social. La stabilità del consenso politico si misura oggi sulla capacità di generare reazioni emotive istantanee, come rabbia o indignazione, poiché i messaggi estremi ottengono una diffusione infinitamente superiore rispetto alle analisi ponderate. Di conseguenza, l'attenzione del pubblico è diventata la valuta più preziosa del mercato politico, un obiettivo da raggiungere anche a costo di sacrificare la coerenza ideale e la verità dei fatti.

L'eredità del modello Trump e la semplificazione del dibattito

La strategia in atto rappresenta l'applicazione rigorosa di tecniche di marketing politico ampiamente collaudate a livello internazionale, con particolare riferimento alla dottrina elettorale statunitense degli ultimi dieci anni. Gli spin doctor dei partiti italiani replicano in modo quasi scolastico i pilastri della comunicazione di Donald Trump: polarizzare l'elettorato su base tribale, semplificare i problemi sistemici riducendoli a slogan binari e richiedere ai propri sostenitori un'attestazione di fedeltà assoluta che esclude a priori qualsiasi forma di compromesso. L'efficacia elettorale di questo approccio nel breve termine è innegabile, ma il prezzo da pagare nel lungo periodo è l'estremo impoverimento dello spazio di discussione pubblica e la creazione di una cittadinanza permanentemente divisa.

Il crollo della grammatica comune: il confronto con gli anni Settanta

Per comprendere la gravità dello scenario presente, risulta utile operare un parallelismo storico con gli anni Settanta del Novecento, evitando tuttavia letture nostalgiche o edulcorate. In quel decennio la conflittualità sociale e politica in Italia era profonda, tragica e talvolta esasperata da derive violente. Nonostante la durezza dello scontro ideologico, le forze politiche mantenevano intatta una grammatica istituzionale comune, riconoscendosi reciprocamente la legittimità di esistere all'interno dello stesso perimetro democratico. Le tribune politiche televisive e i dibattiti parlamentari dell'epoca costituivano arene di confronto severo ma dialettico. Oggi, quella base di riconoscimento reciproco appare polverizzata, sostituita da un rumore di fondo che cancella ogni forma di argomentazione razionale.

Le conseguenze sulla salute democratica: il cittadino ridotto a tifoso

La trasformazione della politica in uno stato di belligeranza permanente produce effetti deleteri sulla qualità stessa della nostra democrazia. Nel momento in cui i partiti rinunciano a educare i cittadini alla complessità delle scelte pubbliche, l'intera struttura sociale si indebolisce. La ricerca del consenso non avviene più attraverso la presentazione di un progetto di futuro credibile, bensì facendo leva sulle paure collettive e sul risentimento sociale. Questo meccanismo riduce il cittadino consapevole a mero tifoso di una fazione, spingendolo a valutare l'azione di governo non per i risultati concreti ottenuti, ma per la durezza dei colpi inferti agli avversari. Una democrazia matura ha il dovere di contenere il conflitto fisiologico entro regole condivise e parole responsabili, rifiutando l'idea che la gestione dello Stato sia una guerra a bassa intensità.

Una riflessione finale

Il superamento di questa deriva richiede una profonda discontinuità culturale prima ancora che un riassetto dei partiti. Risulta urgente ristabilire una netta distinzione tra la fermezza delle proprie convinzioni e la brutalità dell'esposizione verbale, tra la rivendicazione della propria identità e la deriva verso il fanatismo ideologico. Se la classe politica continuerà a considerare la rabbia dei cittadini come l'unico carburante per la propria sopravvivenza, il Paese intero andrà incontro a un progressivo declino civile, caratterizzato da diffidenza reciproca e incapacità di pianificare il proprio futuro. La ricostruzione di uno spazio pubblico comune è il primo, indispensabile passo per restituire dignità alle istituzioni e speranza alle nuove generazioni.